RECENSIONE: BIG BOY – SERGIO SYLVESTRE

sergio sylvestre

Italiano per sbaglio? Potrebbe essere! Non parlo certo per visibile colore di pelle, che alla mia vista non ha mai fatto alcuna differenza e nel mondo multietnico non è più di certo sinonimo di nazionalità; scendo nel profondo di un’anima che ha nella sua espressione musicale qualcosa che proprio non si avvicina al nostro senso comune. Sergio Sylvestre, promettente vincitore di Amici di Maria De Filippi, si presenta al pubblico con un mini disco d’esordio, Big Boy, che chiarisce immediatamente quale strada vorrebbe percorrere, svelando altresì anche in che modo le super produzioni discografiche tendano ad annacquare un po’ il tutto, vestendo il prodotto di arrangiamenti pop, pur ben strutturati, ma lontani dalle possibilità dell’artista. Sergio è infatti un artista!

E’ artista con la voce che è ampio campionario di scenografie tra le quali puoi perderti mentre lo senti cantare; espressivo, profondo, pieno. Sono gli stessi aggettivi che diedi alla prima Adele, quella ancora non platinata da milioni di copie nel mondo e vi prego di non storcere il naso al paragone. Per non farlo basta ascoltare il brano guida del disco, la title track Big boy che è melodia aperta dove la voce del gigante si muove agevole facendoti vivere un testo che è chiaramente su di lui costruito, lui che un big boy lo è per davvero; certo non è lecito sapere se anche certe solitudini cantate sono proprie, fatto sta che Ermal Meta, autore del brano, gli ha creato il miglior abito di sartoria possibile, non sbagliando nessuna cucitura, nemmeno all’interno delle tasche pensando che tanto li, chi avrebbe potuto vederla? Non storca il naso nemmeno la produzione che attorno a lui ha lavorato; quando scrivo “annacquato” non intendo dire che ciò che è venuto fuori è robetta. Non sono certo uno di quelli che combatte lotte impervie contro il pop che, essendo figlio degli 80, mi scorre nel sangue, ma solo che le possibilità dell’artista avrebbero potuto permettergli un lavoro un più sporco, basato magari più su un groove tirato oppure su ballate giocate maggiormente tra il blues ed il soul come arrangiamento. Eh vabè… magari vedremo in seguito.

Per il momento invece, considerando gli standard, anche gli altri inediti ( solo 4, singolo compreso in tutto ) , sono ottime confezioni, cioccolata artigianale come se ne fa sempre meno, dalla verve dance di Ashes, fortissima intuizione per l’estate alle porte e che mi ha ricordato moltissimo John Newman, di cui non a caso è proposta nel disco la cover di Cheating, alle altre due ballate, la tenebrosa No Goodbye, che si muove tra note sotterranee, cavernose prima di trovare la luce nell’inciso aperto con archi in sottofondo e la più innocua Save Me che avrebbe se non altro meritato una batteria più convinta e variegata di questo tappeto preconfezionato che appiattisce.

E poi arrivano le 4 cover. Di Cheating già si è detto ed è sicuramente tra le scelte pruomovibili come lo è Say Something, portata agli onori dagli A Great Big World assieme a Christina Aguilera, qui interpretata con classe e pathos. Meno apprezzabili le scelte di Hello di Adele e Take me to church di Hozier e non certo ne per la bellezza dei pezzi, notevoli entrambi ( soprattutto il secondo ), ne per la logica da talent, ma per quella dell’ascolto a posteriori. Se nella logica televisiva è infatti normale che si cantino grandi hits che la gente riconosca e ne identifichi l’interprete originale senza fatica, ponendo erroneamente spesso il paragone tra l’artista in questione ed il giovane in gara, nell’ inserimento in una track list di un disco queste logiche vengono a cadere. Cosa può mai interessarmi sentire cantare Hello di Adele da Sergio? La so a memoria, risentirla mi da quasi l’orticaria per quanto l’hanno passata. In più è un brano troppo, davvero troppo recente. La cover in un disco dovrebbe essere l’occasione di rispolverare o un brano molto in la con gli anni, oppure come nel caso delle due citate positivamente, di proporre brani molto meno identificabili; chissà che la propria versione non diventi addirittura più nota dell’originale. Questo dovrebbe essere il senso. Quisquilie a parte Big Boy è un disco di presentazione, forse chiuso un po’ troppo in fretta, ma alla fine è come quando vai a trovare un amico che ha cambiato casa da poco e sai che l’ha trovata in un luogo bello e che dato il suo gusto l’arrederà magnificamente; eppure quando ti apre la porta, con largo sorriso e profumo di buono ad accoglierti, non puoi fare a meno di notare che manchi qualcosa. Magari è quel qualcosa che vede la solo la suocera, ma non ti è sfuggito. Rimedierà, mi fido.

BRANO MIGLIORE: Big Boy/ Ashes
VOTO: 6 e mezzo

TRACKLIST
1. Big boy
2. Ashes
3. Save me
4. No goodbye
5. Say something
6. Take me to church
7. Cheating
8. Hello

 

  Giornalista e critico musicale per All Music Italia, Il Roma e Pinklife magazine. In passato ha collaborato, tra gli altri, con Blogosfere e Riserva sonora, presentato eventi live e scritto e presentato programmi radiofonici per Radio Hinterland e Radio Club 91.