STREAMING: polemiche sulle nuove regole. Ma se noleggio un libro in biblioteca equivale ad una copia venduta?

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Mancano ormai pochi giorni e il sistema di rilevamento vendite degli album da parte di FIMI/GfK cambierà nuovamente. Se sei mesi fa lo streaming era stato inserito nelle classifiche di vendita (qui per leggere in che modalità), ora, da gennaio 2018, a contare ai fini di classifica e certificazione sarà solo lo streaming da parte di account a pagamento.

Ma a qualcuno questo nuovo cambiamento non va giù.

Negli ultimi mesi gli effetti dello streaming in classifica si sono decisamente visti. Ci siamo ritrovati diversi artisti (quasi solo rapper) nella Top 20, emergenti come Ernia, giusto tanto per fare un nome, hanno conquistato inaspettatamente posizioni altissime e, allo stesso tempo, ci siamo trovati di fronte al crollo graduale di album di artisti della generazione precedente, quelli che di dischi nei negozi ne vendono ancora ma che, allo stesso tempo, hanno un pubblico decisamente non avezzo allo streaming.

Quanto questo cambiamento sia consistente lo potremmo valutare tra un paio di settimane quando uscirà la prima classifica che rivelerà esclusivamente vendite + solo streaming a pagamento.

Ad essere contrari a questa inversione di marcia sono in primis, ovviamente, quelli di Spotify. Attraverso un’intervista rilasciata a La Stampa Veronica Diquattro, manager di Spotify ha dichiarato:

E´una scelta sbagliata, non fotografa l’andamento reale del consumo musicale italiano, non rappresenta le abitudini del mercato ed è destinata a cancellare dalle classifiche tutta una serie di artisti che si sono fatti conoscere solo grazie allo stream gratuito“.

La Diquattro rincara poi la dose:

Le faccio subito un nome: Coez. La Musica non c’è è tutt’ora una hot, un numero importante di fan riempi i palazzotti e la stampa lo riconosce come artista di primo livello. Ricordo perfettamente quando nessuna tra le grandi radio, ma nemmeno delle piccole, suonava un suo pezzo.
A parte Coez quello che si prefigura è quello di classifiche basate sul mainstream totalmente miopi e sopratutto irrilevanti. Che è ancora peggio“.

La soluzione per la manager di Spotify sarebbe di “trovare il peso giusto, così come accade in molti paesi all’estero, fra ascolti (stream) free e Pay”.

Noi al contrario, non avendo nessun interesse economico sulla faccenda al contrario della manager di Spotify crediamo che la scelta operata da Fimi/GfK sia giusta per tutta una serie di motivi che in parte abbiamo già affrontato in passato.

Le classifiche di vendita devono riportare fedelmente l’andamento del mercato. Non devono essere una fotografia dei gusti musicali delle persone, gusti che, sopratutto per quel che riguarda la maggior parte del pubblico che ascolta musica su Spotify (sopratutto i giovanissimi), sono in continua evoluzione.

Quando si parla di artisti emergenti in classifica onestamente a noi i conti non tornano. Ogni settimana qui, riportiamo quelli che sono i 10 brani più ascoltati su Spotify. Come potete constatare se aprite le varie classifiche settimanali le prime dieci posizioni sono sempre occupate da rapper, anche emergenti è vero, ma comunque sempre da rapper. Questo non vuole essere un modo per discriminare la musica rap che al momento, va detto, è molto amata e seguita dai più giovani. Semplicemente è una constatazione… lo streaming sta facendo bene alla music rap anche emergente, non agli emergenti.

Il rap, basta aprire l’home page di Spotify per appurarlo, è decisamente sostenuto dal colosso dello streaming e compare in molte playlist, alcune esclusivamente a tema.

Le playlist, è noto, sono molto importanti per lo streaming, sono il principale metodo con cui viene ascoltata la musica dagli utenti e anche per questo motivo sarebbe molto utile che fosse reso pubblico il modo in cui vengono scelte le canzoni inserite al loro interno. Perché e playlist influenzano il mercato, questo è poco ma sicuro.

Tornando al discorso classifiche, a beneficiarne sono sopratutto gli artisti seguiti dai giovani. Più volte tutti noi siamo incappati (ne abbiamo scritto anche qui in tempi non sospetti) in Fan group che organizzano Spotify day e vere e proprie campagne con tanto di conteggi aggiornati per far arrivare i loro idoli (sopratutto ragazzi dei talent show) alla famosa certificazione. Praticamente un ascolto di massa possiamo definire compulsivo sempre della stessa canzone. Fino al traguardo.

Chi è favore dello streaming conteggiato nelle classifiche di vendita difende la sua teoria dicendo che è applicata in tutto il mondo (in realtà Germania, Austria e Svizzera, per fare un esempio, seguono un sistema di rilevamento identico a quello che verrà adottato in Italia nel 2018).

Chi ascolta (ascoltatore) deve avere lo stesso valore di chi compra e ascolta (acquirente), ma non nelle classifiche di vendita. In quel caso parliamo di due tipologie di fruitori molto diverse. Quindi servono due classifiche diverse, semplice no?

Quando con il mio abbonamento noleggio un libro in biblioteca, lo leggo, e poi lo riporto indietro quel libro non conta come venduto. Al massimo conta solo la copia originale acquistata dalla biblioteca no?

Quando esisteva Blockbuster ed il videonoleggio esistevano anche due classifiche distinte: quella dei film più noleggiati e quella dei film più acquistati. Perché per la musica dovrebbe essere diverso? Vogliamo davvero penalizzare gli artisti che vendono ancora centinaia di migliaia di copie equiparare il successo di Laura Pausini o Tiziano Ferro a quello di Ernia o Sfera Ebbasta? Eppure se guardiamo le certificazioni sembrano due tipi di successo molto simili…

Vogliamo quindi distruggere completamente il concetto di album a favore di quello del singolo a scadenza? Trasformare la musica, che ora viene definita liquida, in vapore?

Un concetto molto importante in tal senso è riassunto dalle parole di Dario Giovannini Managing director di Carosello Records su Twitter:

Spotify è diventato partner fondamentale, ma le classifiche di vendita non sono classifiche di diffusione (andrebbero create inserendo varie fonti, non solo streaming). Va dato valore alla musica che con il consumo “All you can eat” si è perso“.

Si dice che gli emergenti  (rapper) “sono emersi grazie allo streaming e non certo con quello a pagamento dato che il pubblico che ascolta questo genere di musica è composto per lo più da ragazzi molto giovani e giovanissimi che non hanno ancora a disposizione somme da investire nella musica”, eppure ogni ragazzo possiede uno Smartphone, l’iPhone è il cellulare più venduto e i ragazzi di oggi (come quelli di ieri) seguono le mode nel vestire e guardano ancora alle marche costose.

Non è vero quindi che non ci sono soldi da investire ragazzi miei, è che nell’epoca di internet è venuta gradualmente a mancare la cultura dell’affezione all’artista e al disco. I giovani hanno imparato a considerare la musica come qualcosa di dovuto, gratuito, senza un reale valore. E questo, in qualsiasi paese del mondo, è un concetto totalmente sbagliato.

 

 

  Cresciuto con la passione per la musica dopo l'adolescenza inizia a frequentare il Music Business. Le sue prime esperienze avvengono nel campo dei fan club, nel corso degli anni ne crea e porta al successo diversi. Col tempo affina le sue capacità in vari settori del campo musicale. Tour manager per Barley Arts, Personal Assistant per Syria, Niccolò Agliardi e, per sette anni, con Gianluca Grignani. Di quest'ultimo scrive anche la biografia Rokstar a metà. Dopo essersi cimentato come produttore con l'ex "Amici di Maria De Filippi, Eleonora Crupi con cui incide quattro singoli portandola a duettare al Mediolanum Forum con Laura Pausini a febbraio del 2014 crea e lancia il sito All Music Italia che, in pochi mesi, diventa una realtà consolidata del panorama dell'informazione musicale sul web, tra i siti leader del settore. Da diversi anni è giudice in diverse manifestazioni musicali tra cui il Coca Cola Summer Festival, in onda su Canale 5.
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