8 Febbraio 2026
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8 Febbraio 2026

Sanremo 2026, Andrea Pucci rinuncia alla co-conduzione dopo le polemiche

Dagli annunci ufficiali al passo indietro: insulti, reazioni politiche e un caso che supera il Festival.

Andrea Pucci rinuncia alla co-conduzione di Sanremo 2026 dopo le polemiche
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La notizia è arrivata in due tempi. Prima l’annuncio ufficiale della presenza di Andrea Pucci come co-conduttore della terza serata del Festival di Sanremo 2026. Poi, a distanza di pochi giorni e dopo un crescendo di polemiche, la rinuncia.

Una scelta che ha immediatamente spostato il dibattito ben oltre i confini dello spettacolo, trasformando una decisione artistica in un caso politico e culturale che racconta molto del clima che circonda oggi Sanremo e, più in generale, la scena pubblica italiana.

Andrea Pucci a Sanremo 2026: dall’annuncio al passo indietro

L’annuncio della presenza di Andrea Pucci come co-conduttore aveva diviso fin da subito. Da una parte chi lo considerava una scelta coerente con il suo enorme successo teatrale e televisivo, dall’altra chi ne contestava il profilo artistico e alcune posizioni espresse negli anni.

Dopo giorni di discussioni, attacchi e prese di posizione sui social e sui media, è arrivata la decisione definitiva. In una nota diffusa dall’Ansa, Pucci ha spiegato di aver scelto di rinunciare a Sanremo parlando apertamente di un’“onda mediatica negativa” e di insulti e minacce ricevuti anche dalla sua famiglia.

Il mio lavoro è quello di far ridere la gente, da 35 anni“, ha scritto, aggiungendo che il clima creatosi attorno alla sua partecipazione avrebbe alterato il rapporto di fiducia con il pubblico, rendendo impossibile salire su un palco come quello dell’Ariston con la serenità necessaria.

Nel suo messaggio, il comico ha respinto con decisione le accuse di omofobia e razzismo, affermando che “nel 2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più” e ribadendo di non aver mai odiato nessuno. Una presa di posizione che ha rafforzato ulteriormente la polarizzazione del dibattito.

Il passo indietro è stato accompagnato dai ringraziamenti a Carlo Conti e alla Rai per l’opportunità ricevuta, definita come una possibile celebrazione di carriera, poi diventata terreno di scontro.

La reazione della politica: Sanremo come campo di battaglia

La rinuncia di Pucci ha innescato una reazione immediata da parte del mondo politico. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di un clima di intimidazione e di una “deriva illiberale”, esprimendo solidarietà all’artista.

Sulla stessa linea si sono mossi Matteo Salvini, Antonio Tajani e diversi esponenti del centrodestra, che hanno trasformato il caso Pucci in un simbolo della censura ideologica e del politicamente corretto.

Di segno opposto le reazioni di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Italia Viva, che hanno criticato l’intervento del governo su una scelta legata al Festival, accusando l’esecutivo di strumentalizzare Sanremo e di distogliere l’attenzione da temi ben più urgenti per il Paese.

Sanremo, ancora una volta, oltre lo spettacolo

Al di là delle posizioni contrapposte, il caso Pucci conferma un dato ormai strutturale: Sanremo non è mai solo Sanremo. Ogni scelta artistica diventa immediatamente simbolica, ogni presenza sul palco viene letta come una dichiarazione politica, ogni rinuncia come una vittoria o una sconfitta ideologica. E le recenti polemiche sulle dichiarazioni di Levante, Pausini e altri artisti sull’Eurovision, come sottolineato anche da Michele Bravi in questa nostra intervista, lo dimostrano.

La decisione di Andrea Pucci chiude una vicenda che ha poco a che fare con la comicità in sé e molto con il clima che circonda oggi il Festival. Un contesto in cui il confine tra satira, opinione personale e rappresentazione pubblica appare sempre più fragile.

La domanda che resta aperta non riguarda tanto chi avrebbe dovuto salire su quel palco, ma quanto spazio reale esista ancora per lo spettacolo, prima che venga inghiottito dal rumore del dibattito politico.