Ultimo a Tor Vergata e la stampa: perché “ci dà fastidio” chi non ha bisogno di noi
Dopo la notte di Tor Vergata e le 250.000 persone sul prato, un editoriale su Ultimo e sul conto che una parte della stampa musicale ha con lui.
C’è una frase che mi gira in testa da quella notte, da quando ho lasciato il prato di Tor Vergata insieme ad altre 250.000 persone. Ha a che fare con Ultimo, con un conto aperto che una parte della stampa musicale italiana ha con lui dal 2019, e con qualcosa che quel concerto ha dimostrato a tutti noi che scriviamo di musica. Non è il pezzo sui numeri del record, quelli li avete già letti ovunque, li abbiamo pubblicati anche noi. È un pezzo su di noi, sul mestiere, e su cosa significa contare davvero.
L’ho scritto per Ma quale musica leggera, la newsletter che curo personalmente su Substack. Se non la conoscete: è uno spazio settimanale dove mi tolgo la casacca del sito e scrivo in prima persona di industria musicale, retroscena, talent, festival e artisti, con opinioni e analisi critica e senza il linguaggio da comunicato. Negli scorsi episodi ho raccontato l’inchiesta sugli emergenti che pagavano per suonare e il caso di un’agenzia di booking che ha fatto molto discutere; ho scritto di quanto vale davvero la musica dal vivo in Italia e di chi, in quel miliardo, resta a bocca asciutta. Roba che sul sito, per forma e tono, non potrei scrivere allo stesso modo.
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Sull’editoriale di oggi non aggiungo altro, perché il bello è leggerlo per intero. Dico solo che parte da una provocazione, la stessa che dà il titolo al pezzo, e finisce in un posto diverso da quello che vi aspettate.
Lo trovate qui a seguire cliccando sul banner, buona lettura.


