30 Gennaio 2024
Condividi su:
30 Gennaio 2024

“Ribellissimi”, intervista a Gio Evan: “Siate dei forastici”

All'interno dell'album 11 canzoni e 11 poesie musicate, tra cui un'inedita collaborazione con Roberto Cacciapaglia

Gio Evan Ribellissimi
Condividi su:

Disponibile in tutti i digital store e in un’esclusiva versione CD autografata da venerdì 19 gennaio, “Ribellissimi” (Capitol Records Italy / Universal Music Italia) è il nuovo concept album di Gio Evan, “rivoluzionario gentile” che usa le parole per condividere pensieri e riflessioni sul mondo che lo circonda, di cui coglie sia la bellezza che le contraddizioni.

“La parola ‘ribelle’ nasce per identificare un disappunto nei confronti di un movimento maggioritario. La ribellione nasce per esprimere la propria disarmonia. Nasce per dare voce alla minoranza, per mettere al corrente il mondo riguardo la scomodità”, spiega Gio Evan. “Ribelle deriva da ‘rebellum’, ritorno alla guerra, ma in un mondo dove la maggioranza educa proprio alla guerra, alla competizione, al denaro e al materialismo, la ribellione oggi è un gesto di interiorità, un movimento spirituale”.

“RIBELLISSIMI”, INTERVISTA A GIO EVAN

Cosa c’è di ribelle in Gio Evan?

Le nature a cui tendo sono una controindicazione per la società. Le mie passioni, i miei obiettivi, i miei carismi non sono infatti ben visti per una crescita capitalista. Io penso che la definizione più giusta, anche se non mi piace e non mi ci ritrovo, è anticonformista, nel senso che io sono anti-conforme. Di fatto, se per conformità intendiamo “conformis”, ovvero insieme nella forma, io non lo sono affatto. Ma non per fare il diverso. Piuttosto, per difendere a spada tratta le unicità che ognuno di noi tende poi a lavorarsi dentro.

Il mio “Ribellissimi” non è una ribellione etimologica (da rebellum, ritorno alla guerra), ma un ritornare al buono e alla bellezza. Questa è la mia ribellione! È alzare la mano davanti alle interrogazioni della vita e dire: “Professore vita, manca un sacco di bellezza. Forse sarebbe il caso di tornare a fare i compiti per le vacanze sugli incanti”.

Oggi, chi sono i ribelli?

Oggi i ribelli sono la stessa generazione genealogica ed emotiva del ’68. La rabbia ha solo cambiato forma, così come la società e la forma di opposizione. Oggi, per me, la vera opposizione dovrebbe avere i suoi punti cardine nell’anticonsumismo e consistere nell’iniziare a distribuire e comprare solo il necessario, trascendendo il superfluo. Questo è l’inizio della ribellione.

I sessantottini sono stati distrutti dall’eroina, che oggi è stata sostituita da Internet, che sta uccidendo le relazioni e il contatto umano. Si diventa ribelli quando si inizia a dire “io non ci sto” alla maggioranza proposta. Oggi, governa la distanza. Persino il sesso lo si fa a distanza. Il ribelle è dunque chi continua a fare l’amore dal vivo, chi va a prendersi delle amicizie, chi crea ancora rete e chi riesce a mangiare a chilometro 0, rispettando l’ambiente.

Ribellione è anche dire: “Questo non mi va bene. Vado altrove”.

Dentro di noi c’è una politica, ovvero una scelta di vita e un sensore di giustizia. La mia, a 18 anni, era quella di andarmene via, perché ero fuori coro. Cantavo ritornelli diversi dagli altri e questa cosa mi dispiaceva, perché avevo voglia di cantare, però mi accorgevo che il mio genere era completamente diverso da quello che la società stava promuovendo ai tempi.

In una società in cui i bambini crescevano a pane e Nutella, guardando Bim Bum Bam e diventando dei piccoli robot senza curiosità, io ho avuto la fortuna di vivere in montagna. E la montagna ti obbliga a conoscerti. Così sono scappato. È stata un’autodifesa del cuore.

In un mondo che va in una direzione che non ti appartiene, ti rifugi nel mondo dell’arte e omaggi grandi personalità: da Raffaella Carrà a Hopper, passando per Ulay, Fontana, Modì, Andy Wahrol, Frida Kahlo e tanti altri.

Io prima di tutto sono induista e nell’induismo veniamo educati a usare le finestre, gli archetipi, ovvero a vedere Shiva come il movimento di distruzione e ricreazione, Krishna come finestra che affaccia alla cura, ecc. Per questo abbiamo tanti dei.

Nella mia vita ho sempre usato gli archetipi con naturalezza. Ed ecco che, se voglio parlare di rinuncia, mi permetto di usare degli esempi di rinuncia per fortificare quel concetto. In questo caso, Ulay poteva essere un buon archetipo di rinuncia. Ovviamente, uso gli archetipi che preferisco, cioè gli artisti che mi hanno cresciuto, e lo faccio per condividere con chi mi ascolta le mie linee guida.

Inoltre, mi piaceva l’idea di fare una sorta di formazione calcistica. Chi mandi? Mando loro. Questa è la mia squadra! Da piccolo, tutti i miei amici avevano l’album delle figurine. Io, invece, odiavo il calcio e questo loro radunarsi mi ha fatto sentire a lungo escluso, perché io non avevo scambi. Questo album è stato dunque come una piccola rivincita.

Gio Evan parla di archetipi, di ferite, ma anche di cose attualissime e molto concrete, come nel video di “Susy”.

In realtà, sono tanti anni che porto a teatro il diritto di essere la vita che vogliamo. Per fare questo, però, bisogna creare una riabilitazione artistica, perché a questo punto solo l’arte – che è la nuova metafisica, il ponte fra la scienza e lo spirito – può farlo.

E proprio in “Susy” tu canti: “Non sempre resistere è essere forti. A volte, lascia la presa”.

Io me lo ripeto spesso, perché la vita ci presenta sempre un’occasione di resistenza o di aggrappo. È solo che ogni giorno devi vedere se quello che hai intorno ti sta tenendo o lo stai tenendo tu. E, soprattutto, devi capire se è una resistenza o una sincronia. Se è una sincronia va bene, non toccare. Se però sta diventando una resistenza, un’insistenza, lì devi essere molto bravo a lasciare la presa.

Spesso ciò che ci resta è ciò che abbiamo avuto il coraggio di lasciare andare. Me ne sono accorto durante una relazione con una ragazza, alla quale ho detto che non volevo essere fidanzato: “tu devi essere libera di essere libera ed io devo essere libero di essere libero”. Quando mi sono accorto che le avevo dato lo scettro della mia libertà e che lei era veramente libera, mi sono innamorato. E questo amore dura tantissimo, perché la vedo e non la sento mia. La sento sua.

In “Chantilly”, invece, affronti il tema dell’ipersensibilità.

Essere ipersensibili è difficilissimo, perché il mondo non ha mai fatto nemmeno un corso propedeutico a questo. Non siamo per niente tutelati. Questa “tutela” devi dunque creartela tu. Io diagnosticato ipersensibile anche a livello fisico. Che poi è anche vero che il corpo risponde a quello che sei dentro. Questa cosa è devastante e per accettarla non devi fare altro che volerti bene. Se ti innamori di questa tua peculiarità, riesci a cavartela. Devi sempre lavorarci interiormente.

In una delle poesie contenute in “Ribellissimi” parli di “Persone Medicina”. Nella tua vita ce ne sono alcune?

Sì, ne ho un sacco. Ma io sono fortunato perché vivo in montagna. Il mio miglior amico ha 86 anni. Scherzi a parte, ho lavorato tantissimo sulla selezione delle persone di cui volevo circondarmi. Ho così deciso di andare a vivere in una zona dove c’erano determinate persone.

Credo infatti fortemente che quando vivi in una determinata frequenza, finisci per incontrare persone di quella stessa frequenza. Una canzone, una poesia, un romanzo ti prendono e parlano di te perché il loro autore sta facendo il tuo stesso percorso.

E, a proposito di anime affini, in questo tuo nuovo album c’è una sola collaborazione, in “Graffi“, con Roberto Cacciapaglia.

Cacciapaglia è stato super disponibile ed era già pronto a ricevermi, perché era esattamente nella mia stessa onda vibrazionale. Quando poi ci siamo conosciuti, ci siamo resi conto che facciamo le stesse cose. Ho pensato a lui perché mi risuonava troppo dentro.

In un mondo in cui spesso le parole non vengono pesate prima di essere pronunciate, tu le studi, le smembri e poi le ricomponi.

Sì, a volte le ricreo nella maniera corretta, altre penso che avrebbero bisogno di un po’ di fisioterapia. Sono sempre rimasto molto ferito dalle parole che mi sono poi pentito di aver usato e da quelle che hanno usato nei miei confronti.

E allora mi sono ripromesso di scegliere e usare solo parole non fraintendibili, addomesticate al 100%. Le parole che mi offendono, invece, non devono toccarmi, perché il più delle volte ne sanno meno di me. Ecco perché ho iniziato a studiare il significato delle parole. Un esempio? “Co****ne” vuol dire “lontano dal cuore”. Saperlo ti dà un potere pazzesco.

In “Milioni di cadute” tu dici: “Guarire non significa che la ferita non faccia ancora male, ma che la ferita non prende più decisioni al posto tuo”.

Questa per me è l’unica chiave per vivere una malattia, qualsiasi essa sia. La malattia non può e non deve prendere decisioni al posto tuo. Se inizia a prenderle, vuol dire che tu hai lasciato la tua vita a lei. La guarigione è questa per me. È quando la tua vita non viene influenzata dai tuoi dolori, dai tuoi traumi, dai tuoi incidenti e dalle tue malattie.

Ho scritto questa poesia dopo che un mio amico ha contratto l’HIV. Io l’ho scoperto dopo un anno ed era completamente distrutto, abbattuto. Dopo due anni, invece, era di una spettacolarità totale e mi ha detto: Non posso dire alle ca**ate che ho fatto di tornare indietro. Ho l’HIV, è vero, ma ho ancora troppa voglia di vivere”.

Il 21 febbraio dal Teatro San Domenico di Crema partirà il tuo Fragile / Inossidabile Tour 2024: una protezione 50 contro i raggi degli ipersensibili.

Mi piace questo momento di incubazione in cui lo spettacolo è avvolto ancora dal panno e pian piano prende vita, forma. Al momento, stiamo testando le scenografie e le sceneggiature. Questa è senza alcun dubbio la mia opera più difficile.

Faccio teatro da 8 anni, ma quest’opera mi metterà alla prova. Di fatto, durante i miei spettacoli ho sempre avuto un contatto con il pubblico. Questa volta, invece, ci sarà una bolla e il pubblico non potrà interagire con me. Sarà però molto bello, perché abbiamo creato una nuova fragilità. Adesso bisogna inaugurarla. Bisogna vedere se una fragilità inossidabile può vivere o meno nel mondo.

In chiusura, avendo a disposizione soltanto tre parole, come riassumeresti “Ribellissimi” e questa nostra chiacchierata?

Siate dei forastici.

gio evan, fragile / inossidabile tour 2024: CLICCA SUL BANNER PER ACQUISTARE I BIGLIETTI