Blanco, Cremonini, il contratto di management: i manager sono davvero il male della musica?
Revoca, rinuncia e fiducia: l’avvocato Falcone sul rapporto tra artista e manager, dopo Blanco e Cremonini.


Un contratto di management può stabilire diritti e doveri di artista e manager, ma non può obbligare due persone a continuare a fidarsi: lo spiega l’avvocato Fabio Falcone dopo lo scambio di storie Instagram tra Blanco, che ha scritto “I manager sono il male della musica”, e Stefano Clessi, fondatore di Eclectic Music Group.
Torna Dillo all’avvocato, la rubrica in cui Falcone, specializzato in diritto d’autore e diritto dello spettacolo, racconta le domande che arrivano nel suo studio da chi lavora nella musica. Sul rapporto tra artista e manager aveva già scritto a dicembre 2025: “Non ho più fiducia” non basta per sciogliere un contratto.
“I manager sono il male della musica”. Poche parole, scritte da Blanco in una storia Instagram, sono bastate per accendere una discussione che, nel giro di pochissimo tempo, ha coinvolto artisti, manager e addetti ai lavori.
A rispondere è stato Stefano Clessi, fondatore di Eclectic Music Group, società che ha accompagnato Blanco in una parte importante della sua carriera. Clessi, dopo la storia di cui sopra, ha rivendicato il diritto dei manager di scegliere con chi lavorare, annunciando che Eclectic avrebbe lasciato un importante incarico e concludendo con una frase altrettanto provocatoria: “I manager sono SANTI della nostra industria”. Blanco ha poi replicato pubblicamente, sostenendo che la sua intenzione di interrompere il rapporto fosse già nota da due mesi.
Una decina di giorni fa, anche Cesare Cremonini ha parlato del suo storico manager, quindi si deduce parlasse di Walter Mameli, raccontando, durante una conferenza stampa a Londra, un rapporto professionale che ha contribuito enormemente alla sua crescita artistica, ma che, secondo le sue parole, avrebbe alimentato anche una grandissima insicurezza.
Attenzione, però. Sono due vicende completamente diverse. Nel primo caso assistiamo a uno scambio pubblico di dichiarazioni tra un artista e il suo manager. Nel secondo, Cremonini racconta una parte della propria vita e del proprio percorso professionale. Non sarebbe corretto confondere le due situazioni, né tantomeno pretendere di stabilire chi abbia ragione senza conoscere ciò che è realmente accaduto.
Ma queste storie ci offrono l’occasione per parlare di uno dei rapporti più delicati e affascinanti dell’intera industria musicale. Quello tra manager e artista. Un contratto che può stabilire i diritti e i doveri delle parti, non può obbligare due persone a continuare a fidarsi l’una dell’altra.
Blanco e i manager: la frase che ha acceso la discussione
Il rapporto tra artista e managerm un rapporto che conosco molto bene e che, vi assicuro, è molto più complicato di quanto si possa immaginare.
Partiamo dalla provocazione di Blanco. I manager sono davvero il male della musica? Ovviamente no. E aggiungo che fare il manager è probabilmente uno dei mestieri più difficili di tutta la filiera musicale.
Perché il manager non è soltanto quello che trova i concerti, tratta con le case discografiche, organizza le strategie e prende una percentuale sui guadagni dell’artista. Il manager è anche quello che risponde al telefono alle due di notte quando l’artista è in paranoia perché il nuovo singolo non sta funzionando. È quello che cerca di tranquillizzarlo quando pensa che la sua carriera sia finita, magari soltanto perché una canzone ha fatto meno streaming della precedente. È quello che alle otto del mattino è già al telefono con discografici, promoter, editori e uffici stampa, mentre l’artista magari sta ancora dormendo.
Ed è anche quello che, molto spesso, ha il coraggio di dire di no quando tutti gli altri dicono di sì. Perché un bravo manager non dovrebbe essere qualcuno che asseconda sempre l’artista, ma qualcuno che sappia consigliarlo, proteggerlo e, quando serve, anche contraddirlo.
Naturalmente esistono manager bravissimi e manager meno bravi, professionisti seri e persone che non hanno le competenze necessarie per svolgere questo lavoro. Esattamente come accade in qualsiasi altra professione. Ma sarebbe ingiusto dimenticare che dietro molti grandi artisti ci sono persone che hanno investito anni di lavoro, relazioni, energie e qualche volta persino denaro, quando magari in quel progetto non credeva ancora nessuno.
C’è una battuta che sento ripetere spesso dai manager che assisto professionalmente: “Fabio, quando le cose vanno bene è sempre merito dell’artista. Quando vanno male è sempre colpa nostra”.
Fa sorridere, ma racconta molto bene una delle contraddizioni di questo mestiere. Quando un disco arriva al primo posto in classifica tutti applaudono l’artista, giustamente. Quando invece un progetto non funziona, spesso si comincia a cercare il responsabile tra quelli che lavorano dietro le quinte. Il manager avrebbe dovuto scegliere un altro singolo, trovare una casa discografica migliore, organizzare una promozione diversa. Come se il successo musicale fosse una scienza esatta.
Ma attenzione, perché esiste anche l’altra faccia della medaglia. Un artista può dedicare tutta la propria vita alla musica, sacrificare affetti, stabilità economica e serenità personale. Può affidare al manager i propri sogni e ritrovarsi, a volte, a vivere una carriera che non sente più sua. E un manager, per quanto importante sia stato nella costruzione di quel percorso, non può trasformare quel ruolo in un diritto sulla vita artistica di qualcuno
Il contratto di management si basa sulla fiducia: cosa significa intuitu personae
Ed è proprio qui che arriviamo al cuore del problema.
Nel linguaggio giuridico esiste un’espressione latina che descrive molto bene questo tipo di relazione: intuitu personae. Significa, in parole semplici, che scelgo di lavorare con una determinata persona proprio perché è quella persona. Per le sue qualità, per la sua esperienza, per la sua sensibilità e soprattutto perché mi fido di lei.
Il rapporto tra artista e manager è profondamente fiduciario. L’artista affida al manager una parte importante del proprio futuro professionale, mentre il manager investe sull’artista il proprio lavoro, la propria credibilità e spesso una parte significativa della propria vita. È una relazione che va ben oltre il semplice rapporto commerciale e nella quale, inevitabilmente, entrano in gioco anche sentimenti, aspettative e fragilità personali.
Ma allora, se tutto si basa sulla fiducia, perché firmiamo i contratti?
Perché la fiducia è fondamentale, ma da sola non basta. Ed è qui che entra in gioco il mio mestiere.
A cosa serve un contratto di management
Un contratto di management serve a stabilire quali siano gli obblighi delle parti, quali poteri abbia il manager, quanto debba essere pagato, per quanto tempo durerà la collaborazione e, soprattutto, cosa accadrà quando quella collaborazione finirà.
E vi assicuro che uno degli errori più frequenti che vedo commettere è proprio questo: quando due persone iniziano a lavorare insieme e sono entusiaste del progetto, nessuna delle due vuole parlare di come eventualmente si separeranno. Sembra quasi di rovinare la magia. Ma un buon contratto serve proprio a evitare che, quando quella magia finisce, comincino i problemi.
Si può cambiare manager prima della scadenza? Revoca e rinuncia nel mandato
Facciamo un esempio molto semplice. Un artista firma un contratto di management della durata di cinque anni. Dopo due anni non si trova più bene con il proprio manager. Non è successo nulla di particolarmente grave, semplicemente non si fida più di lui. Può decidere di cambiare manager?
La risposta, giuridicamente, non è così scontata. La perdita della fiducia può avere un’importanza enorme in un rapporto di questo tipo, ma non significa automaticamente che il contratto smetta di produrre effetti o che si possa interrompere senza conseguenze.
Bisogna leggere ciò che è stato sottoscritto, verificare le clausole di recesso, gli eventuali inadempimenti e gli obblighi economici ancora esistenti. Il contratto di management musicale, peraltro, non ha nel nostro ordinamento una disciplina unica e specifica e spesso presenta elementi riconducibili al mandato e ad altre figure contrattuali.
Proprio nella disciplina del mandato, gli articoli 1722 e seguenti del Codice civile contemplano sia la revoca da parte del mandante sia la rinuncia da parte del mandatario, prevedendo però regole e possibili conseguenze economiche differenti a seconda delle circostanze. Naturalmente, l’applicazione di queste norme a un determinato rapporto di management dipende dalla concreta struttura dell’accordo.
In sostanza, il diritto riconosce che un rapporto fiduciario possa interrompersi, ma questo non significa che tutto ciò che è stato concordato possa essere cancellato con una semplice telefonata.
Anche il manager può lasciare l’artista, ma deve rispettare il contratto
E soprattutto c’è una cosa che spesso dimentichiamo: anche il manager può decidere di non voler più lavorare con un artista. Può non condividerne le scelte, può sentirsi professionalmente delegittimato, può ritenere che non esistano più le condizioni per proseguire la collaborazione. Naturalmente, anche lui dovrà rispettare gli impegni contrattuali assunti.
Perché un manager non è il proprietario dell’artista, ma nemmeno l’artista è il proprietario del proprio manager.
Le parole di Cremonini, da questo punto di vista, ci offrono uno spunto importante. Un rapporto professionale può aver contribuito in maniera determinante al successo di un artista e, contemporaneamente, aver avuto un costo umano significativo per chi lo ha vissuto. Le due cose non si escludono. Un manager può aver fatto moltissimo per la carriera di un musicista senza che questo gli attribuisca il diritto di controllarne per sempre le scelte. E un artista può sentire il bisogno di cambiare strada senza che questo cancelli il valore e il rispetto del lavoro svolto insieme.
La riconoscenza, del resto, non si può imporre per contratto.
Raccontare sui social la fine di un rapporto: libertà di parola e reputazione altrui
E arriviamo all’ultima questione, quella che forse mi interessa di più delle vicende di questi giorni. Quando finisce una storia professionale, è davvero necessario raccontare tutto sui social?
Perché oggi basta una storia Instagram per trasformare la fine di un rapporto di lavoro in una discussione nazionale. Due persone condividono per anni successi, problemi, decisioni e momenti difficili. Poi qualcosa si rompe e improvvisamente milioni di persone vengono coinvolte in una vicenda della quale, nella maggior parte dei casi, conoscono soltanto una piccolissima parte.
Naturalmente ognuno ha il diritto di raccontare la propria esperienza e di esprimere liberamente le proprie opinioni. È un diritto tutelato dall’articolo 21 della Costituzione. Ma questo diritto deve convivere con la tutela della reputazione altrui, con gli eventuali obblighi di riservatezza e con le responsabilità che possono derivare da dichiarazioni pubbliche. Una cosa è dire “Non voglio più lavorare con questa persona”, un’altra è attribuirle pubblicamente comportamenti specifici che potrebbero danneggiarne la reputazione.
Ma al di là degli aspetti giuridici, io mi pongo una domanda molto più semplice. Se per anni hai condiviso con una persona le tue paure, i tuoi sogni, le tue fragilità e le tue vittorie, davvero il modo migliore per chiudere quel rapporto è trasformarlo in uno spettacolo pubblico?
E vale per tutti, artisti e manager. Perché non sempre chi ha più follower ha anche più ragione e, soprattutto, non sempre quando finisce una collaborazione deve esserci necessariamente un colpevole.
Contratto, fiducia e rispetto: la conclusione di Falcone
Torno alla frase di Blanco. I manager sono il male della musica? No, naturalmente. Come non lo sono gli artisti quando decidono di cambiare manager, rivendicare la propria libertà o raccontare un’esperienza professionale difficile. Fare il manager è un mestiere complicatissimo, che richiede competenza, pazienza, sensibilità e soprattutto la capacità di lavorare per il successo di qualcun altro. E fare l’artista non è meno complicato, perché significa mettere continuamente in gioco il proprio talento, le proprie emozioni e spesso la propria vita.
Il rapporto tra artista e manager è uno dei più delicati dell’intero music business. È un rapporto che nasce dalla fiducia, cresce attraverso il lavoro e viene regolato da un contratto. Ma c’è una differenza fondamentale: il contratto può stabilire i diritti e i doveri delle parti, non può obbligare due persone a continuare a fidarsi l’una dell’altra. E forse il vero valore di un buon manager, così come quello di un grande artista, non si misura soltanto da ciò che riescono a costruire insieme, ma anche dal rispetto che riescono a conservare quando decidono di prendere strade diverse.
Perché alla fine i dischi di platino possono rimanere appesi alle pareti per sempre. Le relazioni umane, purtroppo, no.
Avv. Fabio Falcone
www.fabiofalcone.com
www.instagram.com/fabiofalcone
Quanto AMI Blanco?
Qui voti Blanco come artista, nel complesso: non questo articolo né un singolo brano.
Il tuo voto entra in AMI Charts, la classifica degli artisti votata dai lettori, che esce ogni sabato.






