Nel 2025 la musica dal vivo in Italia ha superato il miliardo di euro di spesa del pubblico, in crescita del 21% sul 2024. I comunicati delle associazioni di categoria lo hanno celebrato come un record storico, e mezza stampa nazionale ha rilanciato la cifra parola per parola: il settore gode di ottima salute, i numeri lo dimostrano.
Eppure, se quel miliardo lo si guarda più da vicino, la storia è decisamente diversa da quella che viene raccontata. Perché è il conto di chi riempie gli stadi e i palazzetti: i grandi tour, i grandi nomi, i grandi organizzatori. E sotto, ai piani bassi di quello stesso settore, c’è un’altra Italia della musica dal vivo che in quella cifra trionfale non compare quasi mai: i piccoli locali che chiudono uno dopo l’altro, i festival che saltano, e soprattutto gli artisti emergenti che su quei palchi continuano a salire per pochi euro o per niente.
Com’è possibile che un settore da un miliardo non riesca a pagare in modo dignitoso chi sta sul fondo della sua piramide? E perché quando un comparto festeggia, a esultare sono sempre i soliti, mentre di chi tiene in vita la fucina della musica futura non parla nessuno?
C’è chi, all’estero, ha provato a rispondere a queste domande con una soluzione tanto semplice quanto rivoluzionaria. E in Italia, forse, qualcosa ha appena cominciato a muoversi.
Ne parliamo per intero su Ma quale musica leggera, la newsletter di All Music Italia a cura di Massimiliano Longo: cosa nasconde davvero il miliardo della musica dal vivo, e cosa servirebbe perché quei soldi arrivino anche a chi la musica la fa nascere.
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