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Francesca Michielin: “L’anno prossimo chiuderò baracca e burattini”

Il concept a episodi sulla ruota dell'anno esce il 30 ottobre: dalle streghe venete al tour nei teatri, la cantautrice spiega come è nato.

di All Music Italia · 

Francesca Michielin pubblica venerdì 30 ottobre Magia Bianca, Magia Nera (Columbia Records / Sony Music Italy), il concept che completa con sei brani nuovi Magia Bianca, uscito a giugno. In questa intervista video ad All Music Italia, condotta da Michele Monina negli uffici Sony, la cantautrice racconta come è nato.

Francesca Michielin ha scelto di far uscire il progetto a episodi, al ritmo dei sabba pagani: il singolo di apertura è uscito il 1° maggio, il disco completo esce il giorno prima di Halloween. Da novembre lo porta nei teatri, e racconta che a un certo punto del prossimo anno si fermerà a riflettere.

L’intervista video a Francesca Michielin

Francesca Michielin e Magia Bianca, Magia Nera: streghe, anni Ottanta e un concept a episodi

Come hai deciso di dividere magia bianca e magia nera, per poi rimetterle insieme?

Più o meno a quest’ora dell’anno scorso ho iniziato a ideare questo progetto. Era da una vita che sognavo di fare un concept album, perché sono cresciuta ascoltando tantissimi concept album dei miei genitori, soprattutto dei Genesis, che forse sono tra le mie band preferite. E ovviamente molto umilmente, perché non stiamo parlando dei Genesis.

Però avevo proprio bisogno di uno spazio più grande, più organico, per raccontare qualcosa. Mi mancava molto l’idea di poter raccontare una storia attraverso le canzoni, perché viviamo un momento storico di spot, di singoli, ed è molto difficile creare una narrazione.

Volevo tantissimo fare questa prova: non rilasciare tutto il progetto insieme, ma come se fosse episodico, seguendo la ruota dei sabba, la ruota dell’anno. Il primo singolo è uscito il primo maggio, quando c’è il sabba di Beltane, con tutto un immaginario primaverile, e Magia Bianca, Magia Nera esce il giorno prima di Halloween, che è l’ottavo sabba della ruota dell’anno.

Lo streaming occupa tutta la classifica e chi lo guida dice agli artisti di uscire con un singolo al mese. Tu esci con un album in due parti: te l’hanno lasciato fare?

Me l’hanno fatto fare tranquillamente. Ho sperimentato anche dischi a mo’ di playlist, ma è una cosa che soffro molto, come persona che scrive e che canta. Il concetto di disco playlist, o di mettiamoci dentro un po’ di singoli e poi qualche filler, è una cosa che proprio non riesco a vivermi serenamente. E concept non significa soltanto un filo narrativo, ma anche una ricerca sonora.

Ricorderò sempre quando ho presentato a Sony questo progetto, a fine gennaio di quest’anno. Non ho portato soltanto il link Dropbox con tutto, ho portato un documento tipo tesi universitaria in cui spiegavo tutto. La reazione è stata molto positiva, forse perché c’era un immaginario molto definito.

È un argomento storico che ha ganci stretti con l’attualità. Hai dovuto fare uno studio accademico?

Per certi aspetti ho fatto uno studio accademico. Ti dirò di più: abbiamo anche assunto un filologo. Citare cose ipoteticamente fighe di cui poi non sai la storicità è una cosa che si poteva fare qualche anno fa; adesso la trovo un gesto un po’ superficiale.

Anche nella ricerca sonora mi sono dovuta interfacciare con persone molto dentro, ad esempio, la dungeon synth, un mondo sonoro che ascoltavo ma a cui non davo neanche un nome preciso.

Da cosa sei partita?

Sono partita dal fatto che sono di base molto fan degli anni 80, proprio malata degli anni 80, di Kate Bush. Non c’ero, ma li ho assimilati dai genitori e da mio fratello, molto fan anche di un certo modo di usare i sintetizzatori. Sono cresciuta suonando le prime canzoni sul Korg M1, e su quella tastiera hanno fatto una quantità di dischi incredibile.

E poi sono abbastanza nerd: mi piace molto il fantasy, il mondo di quello pseudo Medioevo che non è sempre così storico, ma è più di streghe, di draghi e di varie cose. In tutto questo però sentivo l’urgenza di raccontare la realtà, e in parte di prenderla in giro, di denunciarla, con il pretesto di un mondo fantasy in cui non si capisce se sto parlando di un’altra epoca o del 2026. Su questa base ho iniziato una ricerca, lo dico, mastodontica: libri, dischi, cose varie.

Vieni da una regione fortemente cattolica come il Veneto. Quella tradizione si sente?

È vero, ma la cosa interessante è stata trovare i sincretismi. Il Veneto è molto cattolico, ma c’è anche tutta una cultura cimbra e celtica molto forte a livello folclorico. La cosa che mi ha fatto ridere, lo dico in maniera genuina, è che mia nonna festeggia la Candelora, ma la Candelora, la festa della luce, è comunque legata a un sabba, che è Imbolc.

C’è tutta una connessione fra cose neopagane e tradizioni delle parrocchie del Veneto, che sono fortissime. È stato bello trovare queste connessioni: paganesimo e cattolicesimo sono molto più uniti di quello che pensiamo.

È stato bello anche riscoprire tante cose venete di cui senti parlare, ma dalla parte di chi le descrive. Noi abbiamo le anguane: sembrano cattivissime, in realtà non lo sono. Sono semplicemente donne che decidono di vivere la vita a modo loro, e sono super attive per la comunità. Non è la strega cattiva, non è il villain della fiaba: è una femminilità alternativa e libera che volevo raccontare.

Sanremo 2025 e l’album rimasto nel cassetto

Perché il concept lo hai fatto adesso?

Diciamo che il Sanremo del 2025 per me è stato uno spartiacque, della serie: io così non voglio più continuare la mia vita artistica. Mi sentivo un po’ un soldatino: andavo in studio e cercavo di fare quello che le persone si aspettavano da me, senza mai quel rischio. Rischiavo, però sempre in questa sorta di “cerco di stare al mio posto, cerco di non stridere”, invece come fanno le streghe.

Però sentivo questa specie di fuoco dentro, tant’è che dopo Sanremo avevo quasi terminato un album, con tanti bei singoli, e io ho detto no, non me la sento. Ho cambiato tutto della mia vita.

Quell’album l’hai buttato via?

No, è là, sta là. Non penso lo farò uscire. Però ho cambiato tutto: non ho più un management, non ho più una struttura come quella di prima. Sono in parte in una sorta di autogestione e in parte mi affido, per determinate cose, a determinati professionisti.

Cerco di vivere questa nuova avventura come un nuovo inizio, in cui sto imparando di fatto come si fa questo mestiere, e sto vivendo tutto con una grande libertà. Non so se è stata la caviglia rotta, i 30 anni, un insieme di cose, ma è come se non mi interessasse più così tanto la pressione del giudizio degli altri. Faccio le cose che sento giusto fare per me.

Dopo l’Arena di Verona avevo un bisogno incredibile di divertirmi di nuovo in studio. Questo disco ha richiesto un sacco di studio, ma a livello di immediatezza è nato molto veloce: l’ho scritto in un mese e mezzo.

In 15 anni di carriera hai toccato quasi tutti i generi, e questo rendeva difficile capire chi sei. Qui sei molto riconoscibile. Prima non mettevi del tuo?

Artisticamente ho sempre messo molto del mio, ma è pur sempre vero che c’è una parte di coraggio che ho tirato fuori da molto poco. E quel coraggio è anche dire: no, è così, punto. Non sempre abbiamo questa forza da giovani cantanti, giovani cantanti donne, se posso, perché viviamo in un universo in cui c’è sempre il tizio in studio che ci dice no, falla così, falla colà, e tu cerchi di fidarti perché dici: vorrà il mio bene.

Lavori con il super produttore che ti dice fidati, questo pezzo è più figo così, e tu non hai sempre la forza. A volte mi impuntavo, altre volte alzavo un po’ le mani. Succede a tantissime persone che fanno questo lavoro, e a volte sono piccole sfumature, anche energetiche.

Da questo disco, non so veramente, avrò preso una botta in testa: sono entrata in questo mood per cui purtroppo non me ne frega più niente. Se uno mi dice: sto disco, guarda, io volevo fare questo disco esattamente così, dalla prima all’ultima nota, dal primo all’ultimo master. È ovvio che è più stancante, perché devi essere sempre sul pezzo, però devi avere le redini della tua visione artistica.

Lo sto dicendo in tante interviste in questi giorni, quando mi parlano della pressione dell’industria: senza gli artisti non esiste la discografia. È giusto che ogni tanto gli artisti dicano: io così mi sento di fare. Vuoi ascoltarmi? Mi fa tanto piacere. Non mi vuoi ascoltare? Dammi una critica, io la leggo, la ascolto.

E se in Sony ti avessero detto di no, saresti andata per conto tuo?

Sì, penso di sì. Su questo disco l’ho detto a tutti: investo tutte le mie energie in questo progetto, come sto facendo per il tour teatrale che mette in scena l’album. Sto facendo molto di più di quello che ho sempre fatto, perché penso che questo progetto meriti uno sforzo in più anche da parte mia.

In realtà prima non è che le discografiche mi facessero le proposte e io acconsentivo: avevo sempre una visione d’insieme. Poi, lo sai meglio di me, l’A&R può dirti che in un pezzo manca un singolo di punta, facciamo una session e lo scriviamo. È normale che sia così, e io sono stata anche fortunata, perché ho sempre lavorato con A&R che mi hanno molto rispettato e mi hanno aiutato a fare cose che poi sono andate anche bene.

L’identità artistica è una cosa che ho formato nel tempo. Ci sono persone che iniziano a fare questo mestiere alla mia età, a 30 anni, a 35; una volta era quasi la norma. Io mi sento come se avessi fatto un’esperienza pazzesca: mi sono creata un repertorio di cui sono molto orgogliosa, ma da adesso in poi avevo la necessità di vivermi le cose in una maniera più giocosa. La musica è una cosa seria, ma se facciamo musica è perché da bambini ci siamo innamorati di questa cosa,.

Il tour nei teatri, le streghe e la pausa del prossimo anno

Il tour sarà incentrato su questo lavoro? Come si lega ai brani del passato?

Non faccio l’Eras Tour, scherzo. L’idea degli atti l’ho fatta un po’ all’Arena. Ho pensato innanzitutto di sfruttare lo spazio teatrale e di celebrarlo, perché un concerto in un club non è necessariamente uguale a quello di un teatro: siamo in teatro, e anche in bei teatri, cerchiamo di giocarcela bene.

L’idea, che abbiamo sviluppato tutti insieme, è dividere il concerto in otto atti: il primo atto è l’ombra, l’ultimo è la luce, e nel frattempo passano tutte le atmosfere di Magia Bianca, Magia Nera. I pezzi vecchi sono stati adattati a queste sonorità, quindi sono più 80’s, dreamy, fantasy. Ho cercato anche di inserirli nella narrazione dei testi: se nella prima parte c’è l’oscurità, c’è tanta magia nera, ma ci sono anche i brani vecchi che rappresentano l’oscurità.

Tutto è messo in scena in un modo specifico, con costumi, performer, props: tutto molto artigianale, ma molto dinamico. Alla fine c’è la consapevolezza, c’è la luce, c’è la nuova persona che sono diventata, e tutto diventa più luminoso anche nelle sonorità, sia dei brani vecchi sia di quelli nuovi. È una specie di spettacolo teatrale.

Il mondo della magia può anche fare paura. Hai avuto dei tentennamenti nel raccontarlo?

Inizialmente ho avuto un po’ di paura nell’affrontare i termini in maniera corretta. Non è un caso che in questo disco non si parli mai di maghi e maghe, ma di streghe. C’è la mistress esoterica, però il senso stretto di esoterismo non si affronta veramente.

La magia di questo disco è molto più legata a una dimensione quasi rurale, quasi periferica, in cui ci sono ancora persone che praticano il neopaganesimo o la wicca, o semplicemente persone che celebrano la natura, la rispettano, la ringraziano. C’è un senso molto più di connessione con la stagionalità. Non le streghe di Salem, anche se c’è chiaramente un riferimento alla persecuzione delle donne: il primo brano si chiama 1484.

La magia nera, in questa situazione, è più un’oscurità che va in qualche modo affrontata. Infatti c’è la bilancia come simbolo di tutto il progetto: c’è un equilibrio costantemente da cercare. Non esistono i cattivi e i buoni, ma un insieme di cose dentro di noi che dobbiamo imparare a bilanciare.

Dopo un disco così definito, sai già dove ti vuoi spostare?

Io sono contro la FOMO, proprio una sensazione che mi dà un fastidio incredibile. E quindi ho deciso che l’anno prossimo, a una certa, chiuderò baracca e burattini e mi chiuderò a riflettere, ma con serenità, senza l’orologio.

Sicuramente non riesco più a concepire la mia musica se non, non dico con un concept, ma comunque con quella famosa cornice: per me è impossibile. Mi piacerebbe fare delle sperimentazioni ancora un po’ più estreme e provare, come ho fatto in questo disco, a declinarle con delle melodie molto cantabili.

Non so dove andrò, ma sicuramente continuerò a fare musica con i tempi che mi servono. Idealmente, dopo l’Arena, dovevo stare ferma; invece è venuta fuori questa cosa, proprio urgente. Adesso vediamo cosa succederà, ma mi prenderò i miei tempi per fare le mie cose.

Francesca Michielin porta Magia Bianca, Magia Nera nei teatri italiani da novembre, con dodici date a partire dall’8 a Trento: le date del tour di Francesca Michielin.

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Foto: ufficio stampa Goigest