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Dillo all'avvocato

Liberatoria di un talent show: cosa firmi e cosa succede se la tua figuraccia diventa un meme

Cosa può fare la produzione con le immagini di un concorrente e dove finiscono i limiti della liberatoria.

di Avvocato Fabio Falcone ·  (ultimo aggiornamento il )

La liberatoria che un artista firma prima di un talent show può consentire alla produzione di usare le sue immagini anche sui social, e un’esibizione andata male può diventare un meme che gli resta addosso per anni. Lo spiega l’avvocato Fabio Falcone, tra le clip virali dei talent come X Factor, Amici, The Voice e i reel promozionali.

Torna Dillo all’avvocato, la rubrica in cui Falcone, specializzato in diritto d’autore e diritto dello spettacolo, racconta le domande che arrivano nel suo studio da chi lavora nella musica. Nell’ultimo appuntamento aveva parlato di Suno e del regolamento di Sanremo 2027, con il rischio che al Festival vinca chi nasconde meglio l’intelligenza artificiale.

Ciao ragazzi, sono l’Avvocato Fabio Falcone e oggi voglio rispondere alle tante domande che mi state facendo arrivare in questi giorni, attraverso mail e messaggi, su un argomento che sta facendo discutere parecchio: cosa succede quando un artista partecipa a un talent show o a un programma televisivo e la sua esibizione, magari per una semplice figuraccia, viene trasformata in un meme che fa il giro dei social?

Molti di voi mi chiedono se sia legale, se le produzioni televisive possano davvero utilizzare liberamente quelle immagini e, soprattutto, se un artista abbia qualche possibilità di opporsi.

Sono domande legittime, anche perché tanti ragazzi partecipano a questi programmi con un sogno ben preciso: far conoscere la propria musica. Ma non sempre le cose vanno come immaginavano.

Quando una figuraccia in tv diventa un meme

Oggi può succedere una cosa abbastanza assurda. Studi musica per anni, scrivi canzoni, fai sacrifici, spendi soldi per strumenti e lezioni di canto, finalmente arriva l’occasione di esibirti davanti a milioni di persone e magari quella sera sbagli tutto. Canti male, perdi il tempo, ti emozioni, fai una figuraccia. Succede, siamo esseri umani. Il problema è che quella figuraccia potrebbe diventare un reel, poi un meme, poi un contenuto virale e infine l’unica cosa per cui il pubblico continuerà a ricordarsi di te.

Non sto parlando soltanto dei talent show. Oggi qualsiasi performance pubblica può essere registrata, tagliata, estrapolata dal contesto e trasformata in un contenuto social. Ma quando parliamo di produzioni televisive il discorso diventa ancora più interessante, soprattutto dal punto di vista legale.

La liberatoria di un talent: cosa autorizza la produzione

Vi siete mai chiesti cosa firmate quando partecipate a un programma televisivo?

Ve lo spiego io, perché è proprio uno degli aspetti di cui mi occupo nel mio lavoro. Quando un artista partecipa a una produzione televisiva, normalmente sottoscrive una serie di documenti attraverso i quali autorizza l’utilizzo della propria immagine, della voce e delle riprese realizzate durante il programma. Si tratta delle cosiddette liberatorie, spesso accompagnate da regolamenti e accordi contrattuali molto articolati.

In questi documenti possono essere previste autorizzazioni particolarmente ampie, che consentono alla produzione di registrare, montare, modificare, riprodurre e diffondere le immagini del concorrente attraverso diversi mezzi di comunicazione, compresi i social network.

Tradotto in italiano semplice: tu vai lì pensando di partecipare a una gara musicale, ma stai anche autorizzando qualcuno a utilizzare la tua immagine per realizzare un prodotto televisivo e promozionale.

E quel prodotto, ricordiamocelo, deve fare ascolti.

Una produzione televisiva non è una scuola di musica, non è un conservatorio e non è nemmeno un’associazione culturale nata per promuovere gratuitamente i giovani talenti. È un’impresa che realizza contenuti audiovisivi, sostiene costi importanti e deve raggiungere determinati risultati in termini di pubblico, ascolti e visibilità.

Non c’è nulla di scandaloso in questo. È il funzionamento dell’industria dell’intrattenimento.

Il problema nasce quando l’esigenza di creare contenuti capaci di attirare l’attenzione rischia di prevalere sulla rappresentazione artistica della persona che partecipa al programma.

Oggi, purtroppo, non basta più fare una trasmissione televisiva. Bisogna produrre continuamente contenuti per Instagram, TikTok, YouTube e tutte le altre piattaforme. E sappiamo benissimo quali sono quelli che funzionano meglio: le reazioni esagerate, le figuracce, le discussioni, le battute, i momenti imbarazzanti. Tutto ciò che può essere trasformato in pochi secondi di video e condiviso migliaia di volte.

E allora una performance musicale, che magari dura quattro minuti, rischia di essere ricordata soltanto per quei dieci secondi in cui il cantante ha stonato clamorosamente.

Il punto è che dieci secondi possono diventare più famosi di dieci anni di lavoro.

Una figuraccia virale non è sempre un’opportunità

Pensate a un ragazzo di vent’anni che sogna di fare il cantante. Partecipa a un programma, sbaglia un’esibizione e il giorno dopo si ritrova con centinaia di migliaia di visualizzazioni. Fantastico, potrebbe pensare qualcuno. È diventato famoso!

Sì, ma famoso per cosa? Per la sua musica o perché tutti stanno ridendo di lui?

Questa è una delle grandi contraddizioni della comunicazione contemporanea: siamo arrivati al punto in cui anche una figuraccia può generare numeri straordinari, ma quei numeri non necessariamente rappresentano un’opportunità per chi li produce involontariamente.

Anzi, in alcuni casi possono diventare un problema serio: Internet ha una memoria lunghissima e un artista che oggi viene identificato con una performance ridicola potrebbe ritrovarsi quell’etichetta addosso anche negli anni successivi, magari quando sarà cresciuto professionalmente e sarà diventato un musicista completamente diverso.

Il meme di un concorrente è legale? Dipende da cosa si è firmato

E qui arriviamo alla domanda che probabilmente vi interessa di più: ma tutto questo è legale? La risposta, come spesso accade nel diritto, è: dipende.

Se avete firmato una liberatoria che autorizza la produzione a utilizzare le vostre immagini anche per finalità promozionali e sui social network, non potete pensare di avere automaticamente il diritto di approvare ogni singolo video prima della pubblicazione. Molto dipende da quello che avete sottoscritto e dall’ampiezza delle autorizzazioni concesse.

I limiti della liberatoria: critica, satira e ridicolizzazione

C’è però un particolare che voglio sottolineare: aver autorizzato l’utilizzo della propria immagine non significa aver rinunciato alla propria dignità. L’articolo 10 del Codice civile e l’articolo 97 della legge sul diritto d’autore prevedono tutele contro gli utilizzi dell’immagine che possano pregiudicare l’onore, la reputazione o il decoro della persona.

Questo significa che una produzione non può necessariamente fare qualsiasi cosa soltanto perché un concorrente ha firmato un documento.

Non basta che un video sia ironico, che faccia ridere o che il protagonista non lo gradisca per parlare automaticamente di illecito. Esistono anche il diritto di critica, la satira e la libertà di espressione. Bisogna valutare il contenuto, il contesto, le modalità del montaggio e l’eventuale pregiudizio arrecato alla persona.

Però una differenza esiste, ed è importante: mostrare una performance oggettivamente negativa è una cosa; costruire attraverso il montaggio una rappresentazione della persona finalizzata prevalentemente alla sua ridicolizzazione può essere un’altra.

Facciamo un esempio. Un ragazzo partecipa a un talent e canta per quattro minuti: l’esibizione è nel complesso discreta, con un solo momento in cui stona.

Se il montaggio tiene soltanto quel momento, magari accompagnato da commenti che prendono di mira proprio quella parte, chi guarda da casa si fa un’idea molto diversa da quella che avrebbe visto l’esibizione intera. Le immagini sono vere, ma è il montaggio a decidere come giudicare quel ragazzo.

E questa distinzione dovrebbe interessare non soltanto gli avvocati, ma soprattutto chi quei contenuti li realizza.

Qui entra in gioco anche un tema etico che, secondo me, l’industria dell’intrattenimento dovrebbe iniziare ad affrontare seriamente.

Fino a che punto è giusto trasformare una persona in un meme per ottenere visualizzazioni?

Sia chiaro, non sto sostenendo che le produzioni debbano censurare le brutte esibizioni o proteggere artificialmente tutti i concorrenti. Se un artista canta male, canta male. Se un giudice lo boccia, fa parte del gioco. E se una performance è involontariamente divertente, è normale che il pubblico possa sorridere.

Ma esiste una differenza tra raccontare quello che è successo e costruire una comunicazione che finisce per identificare una persona esclusivamente con il suo momento peggiore.

Ed è proprio questa la responsabilità che oggi hanno le produzioni, soprattutto quando lavorano con artisti giovani, spesso inesperti e comprensibilmente disposti a firmare qualsiasi documento pur di avere un’occasione di visibilità.

Durata, piattaforme e montaggio: i punti da controllare prima di partecipare

Da avvocato, il consiglio che posso dare a questi ragazzi è molto semplice: prima di partecipare a un programma televisivo, leggete attentamente quello che firmate. Non fermatevi alla gioia di essere stati selezionati. Cercate di capire quali utilizzi della vostra immagine state autorizzando, per quanto tempo, su quali piattaforme e con quali possibilità di montaggio e rielaborazione.

E ricordatevi che la visibilità non è sempre sinonimo di successo. Essere riconosciuti da un milione di persone non significa necessariamente essere apprezzati da un milione di persone.

Un appello ai programmi: pubblicare l’esibizione integrale

Vorrei però concludere rivolgendo una riflessione anche alle produzioni televisive.

Comprendo perfettamente le esigenze editoriali, la necessità di promuovere i programmi e l’importanza dei contenuti social. Un reel divertente può funzionare benissimo, generare milioni di visualizzazioni e portare nuovi spettatori davanti alla televisione. Fa parte del mercato e sarebbe ingenuo fingere il contrario.

Ma forse sarebbe bello se, accanto a quel reel, venisse pubblicata anche la performance artistica integrale, senza tagli e senza montaggi pensati esclusivamente per enfatizzare il momento più divertente o imbarazzante.

In questo modo il pubblico avrebbe la possibilità di giudicare l’esibizione nel suo complesso e non soltanto attraverso pochi secondi selezionati per diventare virali.

Non sarebbe una limitazione della libertà editoriale. Sarebbe una scelta di trasparenza e, soprattutto, di rispetto nei confronti di chi ha avuto il coraggio di salire su quel palco.

Un talent show dovrebbe poter intrattenere, divertire e fare ascolti senza dimenticare che, prima ancora dei personaggi televisivi, davanti alle telecamere ci sono persone che stanno cercando di costruire un percorso artistico.

Torno per un attimo a quel ragazzo di vent’anni: tra qualche anno potrebbe essere un musicista completamente diverso e dovrebbe poter essere ricordato anche per questo, non soltanto per quei dieci secondi in cui ha stonato.

Alla prossima.

Avv. Fabio Falcone
www.fabiofalcone.com
www.instagram.com/fabiofalcone

Immagine di copertina generata con intelligenza artificiale a fini illustrativi