RECENSIONE: DETACHMENT – URBAN STRANGERS

urban strangers

Chiariamo subito: gli Urban Strangers non sono per tutti! E meno male verrebbe da dire.
Il duo di vesuviani natali pubblica finalmente il nuovo attesissimo album, Detachment, prova del nove dopo il lavoro di presentazione uscito a seguito della loro fortunata partecipazione ad X Factor dove, seppur non vincenti, han poi dato la polvere a tutti gli altri partecipanti, vincitore compreso.

Perché non sono per tutti? Presto detto: il loro sound non è ruffiano e le scelte non concedono nulla alle mode del momento. Gli Urban Strangers proseguono un percorso tutto loro, basato su un’elettronica minimalista che serve a far da tappeto a testi ispirati in cui provano a raccontare le loro nevralgie e più largamente quelle di un mondo che non vive certo i suoi momenti migliori.
E’ questo un album in cui il tema principale sembra essere la ricerca della vittoria sulle insufficienze attraverso l’accettazione di se stessi, della propria dimensione in mezzo agli altri, dei propri limiti, come in So che, tra le sue false aperture, racconta della capacità di saper riconoscere di aver bisogno di aiuto ed imparare a chiederlo.

A livello di sound Detachment è un disco che suona fortemente internazionale, ma che persino in quel caso li non cavalca l’onda dell’immediatezza, andandosi a cercare la sua specifica nicchia, in cui possono convivere il ragazzino e l’adulto, il professionista ed il nerd, senza che nessuno si senta fuori posto. Ne è la prova già la scelta del primo singolo; a fronte di una Stronger dotata di un inciso che potrebbe ricordare per sensazione il mondo Mattafix o più nel dettaglio quello dell’ex leader ed oggi solista Marlon Roudette, si è preferito lanciare Bones perlina melodica sospesa tra un sound filtrato e un cantato intimo che racconta di dubbi ed incertezze e dell’incapacità di risponderne. Fa la sensazione di una confessione psicoanalitica, dove dici, racconti, ma lo fai a bassa voce, quasi per pudore di quel che tiri fuori, nonostante tu sia li per quello.

Poche le concessioni al ritmo, che trova posto sostanzialmente in Warrior ed in maniera ancor più evidente in Medical dove ti domandi se non si stia ascoltando la nuova produzione dei Chemical Brothers. E’ in Leaf che probabilmente il disco trova la sua quadratura. Su centrata melodia si racconta dell’incapacità di sentirsi parte di qualcosa, magari quella stessa cosa che fino a poco tempo fa ci apparteneva.

Gli Urban Strangers non sono per tutti si diceva all’inizio dell’articolo? Meriterebbero però di diventarlo perché hanno un loro mondo da raccontare, un discorso che non può esser banalmente intuito, come capita una volta sentiti i primi accordi di un qualsiasi disco pop di questo periodo. Li si è attesi e li si è lasciati lavorare e soprattutto li si è lasciati esser se stessi; non accade spesso nella discografia odierna e questo vale come minimo l’ascolto. Tanto una volta ascoltati vorrete farlo ancora, ed ancora ed ancora….

BRANO MIGLIORE: Bones – Medical – Leaf
VOTO: 8/10
TRACKLIST

1. No Electric
2. Stronger
3. Bones
4. My fault
5. 5
6. Warrior
7. Leaf
8. The Bare Black Tree
9. So
10. Rising
11. Medical
12. Intro

  Giornalista e critico musicale per All Music Italia, Il Roma e Pinklife magazine. In passato ha collaborato, tra gli altri, con Blogosfere e Riserva sonora, presentato eventi live e scritto e presentato programmi radiofonici per Radio Hinterland e Radio Club 91.