EUROVISION 2018: la guida e i video delle 43 canzoni in gara. Parte 3 di 3

Eurovision 2018

A una settimana dalla serata finale dell’Eurovision Song Contest 2018, in programma a Lisbona (Portogallo) dall’8 al 12 maggio prossimi, concludiamo la nostra analisi delle 42 proposte che contenderanno l’ambito microfono di cristallo dell’Eurovision 2018 a Fabrizio Moro ed Ermal Meta, in gara per l’Italia con Non mi avete fatto niente e di cui abbiamo ampiamente raccontato l’avvicinamento alla kermesse europea negli ultimi mesi (vedi qui e qui).

Ricapitoliamo le regole del gioco: anche quest’anno abbiamo ascoltato tutte le canzoni che prenderanno parte alla manifestazione e siamo pronti a presentarvele come di consuetudine, con una piccola recensione di ogni brano in gara e una valutazione da 1 a 5 asterischi (***) che riflette le possibilità di vittoria della nazione in questione.

Se ancora non avete avuto occasione di familiarizzare con i partecipanti a questo Eurovision, seguite le tre puntate di questa rubrica per giungere carichi agli appuntamenti clou della settimana eurovisiva – le due semifinali dell’8 e 10 maggio (trasmesse su Rai 4 con il commento di Carolina Di Domenico e Saverio Raimondo) e la finalissima di sabato 12 maggio (in onda su Rai 1 con il commento di Federico Russo e Serena Rossi).

 

POLONIA – Gromee feat. Lukas Meijer, Light Me Up (*)

L’impatto che il recentemente scomparso Avicii ha avuto sulla musica europea è fortemente percepibile in Light Me Up, proposta polacca che unisce la voce del cantante (svedese) Lukas Meijer alla produzione dell’autoctono DJ Gromee. Il pezzo, una dance/EDM dimenticabile come altre mille che avrete già sentito, è composto da Mahan Moin (cantante svedese di origine iraniana già vista in gara al Melodifestivalen – il festival della canzone svedese – nel 2014) e Christian Rabb, che nel 2012 aveva firmato L’amore è femmina (Out of Love) di Nina Zilli. Pur non essendo niente di imperdibile, giovedì sera la Polonia riuscirà nell’impresa di fare alzare parecchi dal divano.

PORTOGALLO – Cláudia Pascoal, O jardim (**)

Lo scandalo che ha intaccato l’ultima edizione del Festival da Cançaocon il vincitore annunciato Diogo Piçarra che ha dovuto ritirarsi dopo essere stato subissato dalle critiche per l’eccessiva somiglianza della sua Cançao do fim con un canto di chiesa – non ha compromesso l’entusiasmo dei padroni di casa, che cercano di ripetere il successo dell’anno scorso con l’electro/pop della 23enne Cláudia Pascoal. Si tratta di un brano molto raffinato, tanto poco “da festival” quanto lo era quello con cui un anno fa Salvador Sobral ha fagocitato la competizione: ripetersi è pressoché impossibile, ma i lusitani faranno sicuramente bella figura per il secondo anno di fila.

REGNO UNITO – SuRie, Storm (*)

Già ammesso di diritto alla finale per la regola che vuole le Big 5 sempre protagoniste della serata del sabato, senza passare dalle forche caudine delle semifinali, il Regno Unito sembra continuare la strada già tracciata negli ultimi anni del partecipare senza provarci sul serio. La scelta è ricaduta quest’anno sulla 29enne Susanna Marie Cork, in arte SuRie, già backing vocalist del Belgio nelle edizioni 2015 e 2017; il suo pezzo Storm, un classicissimo synthpop senza picchi, sembra destinato a fermarsi a fondo classifica e non è peregrina l’ipotesi di ritrovare i britannici all’ultimo posto otto anni dopo Josh Dubovie.

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REPUBBLICA CECA – Mikolas Josef, Lie To Me (***)

La Repubblica Ceca ha storicamente vita dura all’Eurovision, con una sola qualificazione in finale su sei partecipazioni – ma quest’anno sembra avere trovato la chiave giusta per ottenere il consenso di tutta Europa: Justin Timberlake piace un po’ a tutti, e anche il ceco Mikolas Josef ha pensato bene di ispirarsi al cantante di Memphis in questa Lie To Me sospesa fra pop e rap. I dubbi sulla resa vocale del cantante si sono dissipati con le prime performance live, lasciando posto a qualche perplessità sulla coreografia estremamente complicata che i cechi sembrano voler portare in scena (e che ha rischiato di costare tanto a Mikolas, che è stato ricoverato in ospedale dopo una caduta nelle prove di domenica scorsa). Non dovrebbe essere a rischio l’accesso alla finale, che per la Repubblica Ceca rappresenterebbe già un grande traguardo.

ROMANIA – The Humans, Goodbye (*)

Al contrario della Repubblica Ceca, la Romania non ha mai mancato una qualificazione dall’introduzione della semifinale nel 2004 (tolto il 2016 dove si sono ritirati prima del contest). Il record rischia però di cadere quest’anno, con i The Humans e la loro Goodbye apparentemente snobbati sia dai bookmakers che dagli eurofan. Il sorteggio, che ha riservato alla Romania la semifinale più semplice, tiene Cristina Caramarcu e la sua band ancora in corsa per una qualificazione a sorpresa – ma per far bene ci vuole molto di più.

RUSSIA – Yulia Samoylova, I Won’t Break (*)

Antefatto: la cantante paraplegica Yulia Samoylova viene selezionata dalla Russia per prendere parte all’edizione 2017 dell’Eurovision, ma le viene negato l’accesso dall’Ucraina (paese ospite) in quanto nel 2015 si è recata senza permesso in Crimea per tenere un concerto. Piuttosto che cedere alle lusinghe dell’EBU, che pur di avere la Russia in gara sarebbe stato disposto a trasmettere l’esibizione di Yulia via satellite, Channel One decide di ritirarsi totalmente dall’Eurovision 2017 e non mandarlo neppure in onda.

Un anno dopo, Yulia ottiene la sua possibilità di prendere parte alla kermesse europea con I Won’t Break, un brano solo marginalmente migliore di quella Flame Is Burning che non potemmo vedere sul palco di Kiev e non aiutato dalle non eccelse doti vocali dell’interprete. Anche la Russia rischia di giocarsi il suo immacolato record di qualificazioni, ma si sono qualificati in passato con pezzi altrettanto discutibili.

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SAN MARINO – Jessika feat. Jenifer Brening, Who We Are (*)

La cervellotica selezione di San Marino – che quest’anno ha pensato bene di organizzare un talent show aperto a cantanti di tutto il mondo, appoggiandosi a una produzione britannica – ci ha regalato la maltese Jessika Muscat, già vista più volte al Malta Song for Europe, e la tedesca Jenifer Brening per un brano pop/rap contro il bullismo chiaramente ispirato a Heroes di Måns Zelmerlöw (vincitrice dell’Eurovision 2015). Il pezzo forte dell’esibizione sono i quattro robottini che muovono braccia e bacini a tempo, ma per centrare la finale (anche dalla semifinale più semplice) serve un mezzo miracolo.

SERBIA – Sanja Ilić & Balkanika, Nova deca (*)

Sanja Ilić è un cantante e compositore serbo popolarissimo in tutta l’ex Jugoslavia e musicalmente attivo da oltre cinquant’anni; i Balkanika sono il progetto da lui fondato nel 1998, un gruppo che ha come mission la preservazione della musica serba di epoca medievale. Insieme rappresentano la Serbia all’Eurovision con il brano Nova deca, che pesca a piene mani dal patrimonio musicale della tradizione balcanica ma senza il merito di saperlo vendere in un formato appetibile anche al resto d’Europa. La qualificazione alla finale è fortemente a rischio.

SLOVENIA – Lea Sirk, Hvala, ne! (*)

Nelle otto occasioni in cui la finale slovena è stata decisa da una combinazione di giurie e televoto, il vincitore del televoto non ha mai poi staccato il biglietto dell’Eurovision – e anche quest’anno non ha fatto eccezione, con Lea Sirk a cui è bastato un terzo posto al televoto per sconfiggere la quotatissima boyband BQL (secondi al filo di lana per il secondo anno di fila). Hvala, ne!, pur non essendo esattamente il genere di brano che tende a muovere i cuori, è una delle proposte più originali di questo 2018 e sicuramente riuscirà nell’obiettivo di non passare inosservata.

SPAGNA – Alfred & Amaia, Tu canción (**)

Per quest’anno la Spagna ha pensato bene di rivitalizzare un format ormai defunto legando la selezione per l’Eurovision Song Contest al seguitissimo talent show Operación Triunfo. A trionfare sono stati Alfred e Amaia (rispettivamente quarto classificato e vincitrice del programma), che in un galà apposito hanno convinto gli spagnoli con la loro Tu canción pezzo ad altissimo coefficiente calorico che celebra la relazione sentimentale nata in accademia fra i due. Come quasi sempre (l’eccezione che conferma la regola è rappresentata dal 2017) gli eurofan spagnoli ci credono moltissimo; convincere il resto dell’Europa sembra più difficile, ma se tutto andrà per il meglio potrebbe configurarsi il miglior risultato da diversi anni per gli iberici.

SVEZIA – Benjamin Ingrosso, Dance You Off (***)

Il Melodifestivalen, storicamente la selezione nazionale più seguita in tutta Europa, ha lanciato quest’anno la stella di Benjamin Ingrosso – 20 anni, origini italiane da parte di padre e un pedigree da predestinato: sua madre Pernilla Wahlgren è una cantante famosissima in patria, suo zio Niclas Wahlgren è un affermato attore (e cantante), mentre suo cugino Sebastian è nientemeno che il Sebastian Ingrosso degli Swedish House Mafia. Come al solito la Svezia punta ad un facile approdo in top10 grazie a una coreografia spettacolare e futuristica, basata sull’utilizzo di una struttura di tubi luminosi che trasforma il palco nel set di un videoclip. La canzone non è all’altezza dei recenti successi degli svedesi (che nelle ultime sette partecipazioni hanno mancato la top5 solo nel 2013, quando giocavano in casa) ma la finale dell’Eurovision senza la Svezia è come un Mondiale di calcio senza l’Italia – e a differenza degli azzurri, il paese scandinavo sembra assolutamente intenzionato a continuare la sua striscia vincente.

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SVIZZERA – Zibbz, Stones (*)

La Svizzera sbarca in Portogallo con gli Zibbz, duo indie pop basato a Los Angeles e composto dai fratelli Corinne e Stefan Gfeller. Stones, la canzone con cui gli svizzeri cercano di tornare in finale dopo tre anni di oblio, unisce le sonorità del pop rock americano al gusto un po’ alternativo e attualmente molto in voga in giro per l’Europa e anche fuori. Non sarà facile centrale la qualificazione alla finale di sabato, ma mai dire mai.

UCRAINA – Mélovin, Under The Ladder (**)

Dopo l’Eurovision organizzato in casa, l’Ucraina ha deciso di dare una possibilità a Konstantyn Bocharov AKA Mélovin, che già nella selezione del 2017 si era piazzato terzo vincendo il televoto. Il brano portato in gara si intitola Under The Ladder e rappresenta appieno gli stilemi del pop esteuropeo, unito ad una performance molto teatrale e ad una messa in scena che dovrebbe basarsi sull’implementazione di diversi elementi scenografici. Anche l’Ucraina ha un record perfetto di qualificazioni alla finale (13 su 13 partecipazioni) e non c’è ragione di pensare che anche quest’anno non andrà diversamente.

UNGHERIA – AWS, Viszlát, nyár! (**)

Chiudiamo la nostra carrellata con l’Ungheria, che porta quest’anno a Lisbona la band metalcore AWS con un brano interamente in ungherese che non fa nulla per nascondere il proprio genere di appartenenza (mentre in passato abbiamo avuto in gara band metal opportunamente “eurovisionizzate” a livello di arrangiamenti). Le proposte alternative di questo tipo hanno sempre una nicchia di mercato, quella di chi si trova per caso a guardare l’Eurovision e decide di votare per la proposta del lotto che più si differenzia dall’archetipo del pop di facile presa che ha fagocitato la competizione. In quest’ottica è possibile pronosticare un buon risultato per i magiari, che non mancano la finale dal 2009 e potrebbero rappresentare la sorpresa di questa edizione.