Eurovision 2018: la guida e i video delle 43 canzoni in gara. Parte 1 di 3

Eurovision 2018

A pochi giorni dall’inizio delle prove dell’Eurovision Song Contest 2018, in programma a Lisbona (Portogallo) dall’8 al 12 maggio prossimi, è giunta l’ora di andare a conoscere ed analizzare le 42 proposte che contenderanno l’ambito microfono di cristallo dell’Eurovision 2018 a Fabrizio Moro ed Ermal Meta, in gara per l’Italia con Non mi avete fatto niente e di cui abbiamo ampiamente raccontato l’avvicinamento alla kermesse europea negli ultimi mesi (vedi qui e qui).

Anche quest’anno abbiamo ascoltato tutte le canzoni che prenderanno parte alla manifestazione e siamo pronti a presentarvele come di consuetudine, con una piccola recensione di ogni brano in gara e una valutazione da 1 a 5 asterischi (***) che riflette le possibilità di vittoria della nazione in questione.

Se ancora non avete avuto occasione di familiarizzare con i partecipanti a questo Eurovision, seguite le tre puntate di questa rubrica per giungere carichi agli appuntamenti clou della settimana eurovisiva – le due semifinali dell’8 e 10 maggio (trasmesse su Rai 4 con il commento di Carolina Di Domenico e Saverio Raimondo) e la finalissima di sabato 12 maggio (in onda su Rai 1 con il commento di Federico Russo e Serena Rossi).

Cominciamo…

ALBANIA – Eugent Bushpepa, Mall (*)

L’Albania propone quest’anno in gara Eugent Bushpepa, 33enne rocker di Rrëshen vincitore del Festivali i Kënges (selezione albanese per l’Eurovision) già celebre in patria per il suo range vocale e le doti interpretative. La canzone è un po’ di nicchia ma nel suo insieme funziona bene, specie dopo il consueto revamp che ha restituito alla nazione dell’aquila bicefala un minimo di velleità – il problema è il suo piazzamento nella prima metà della prima semifinale, decisamente la più competitiva delle due. Un brano di così poca facile presa, cantato per di più in albanese, rischia davvero di perdersi nel marasma di questo Eurovision prima di avere una possibilità concreta di incidere.

ARMENIA – Sevak Khanagyan, Qami (**)

La selezione armena Depi Evratesil ha cambiato quest’anno il proprio formato da una sorta di talent show a un semplice concorso fra canzoni. Per un po’ è sembrato che la vittoria potesse essere appannaggio di una drag queen (Kamil Show, in gara con l’estiva ma improponibile Puerto Rico) ma alla fine ha avuto la meglio Sevak Khanagyan, 30 anni, già in gara nella quarta edizione di The Voice of Russia e vincitore della settima edizione di X-Factor Ukraine nel 2016. La sua ballata Qami, anch’essa in lingua, dovrà pure superare lo scoglio della prima semifinale ma sembra avere le carte in regola per riscuotere il favore delle giurie e dei televotanti dei vari paesi ex-sovietici, come già aveva fatto nel 2007 una proposta molto simile quale era Anytime You Need di Hayko (alla fine 8° classificata).

AUSTRALIA – Jessica Mauboy, #We Got Love (***)

Per il quarto anno consecutivo è stata invitata in gara l’Australia, che malgrado la fascia oraria proibitiva continua a rivelarsi più coinvolta nell’evento di molti paesi “fondatori” dell’Eurovision come lo conosciamo. A rappresentare la terra dei canguri quest’anno è Jessica Mauboy, 28enne di origine aborigena ed indonesiana assurta alle cronache nel 2006 per essersi classificata seconda nella quarta edizione di Australian Idol e poi ancora nel 2014 per aver presentato il suo brano Sea of Flags durante l’interval act della finale dell’Eurovision di Copenaghen. Jessica è in gara con #We Got Love, forse il pezzo più pop e più spiccatamente “eurovisivo” di tutto il contest in un’annata decisamente varia a livello di proposte musicali; se il pubblico vorrà premiare una proposta in linea con gli stilemi che hanno caratterizzato la scorsa decade, l’Australia è sicuramente una forte candidata in quest’ottica (forte anche della produzione di Anthony Egizii e David Musumeci, gli stessi compositori che hanno portato Dami Im e la sua Sound of Silence al 2° posto nel 2016).

AUSTRIA – César Sampson, Nobody But You (**)

César Sampson ha 34 anni, è originario di Linz e ha lavorato per parecchi anni come assistente sociale; negli ultimi anni è entrato a far parte della Symphonix International, la casa di produzione bulgaro/svedese che è riuscita nell’impresa di rilanciare la Bulgaria all’Eurovision con un quarto e un secondo posto dopo un decennio di anonimato. Dopo aver presenziato alle ultime due edizioni di Eurovision come corista per la Bulgaria, César scende in campo per la sua nazione con un brano midtempo in chiave gospel che ammicca soprattutto al voto delle giurie: passato lo scoglio della semifinale può cogliere un onesto piazzamento a metà classifica senza troppi patemi.

AZERBAIJAN – Aisel, X My Heart (**)

Per l’ennesima volta l’Azerbaijan ha scelto di affidarsi a una produzione estera: alla solita Sandra Bjurman (compositrice per l’Azerbaijan nel 2010, 2011, 2012, 2015 e 2017) sono stato affiancati Dimitris Kontopoulos, autore eurovisivo greco di buon successo, e l’americano Tim Bran. Tutto questo al servizio di Aysel Mammadova in arte Aisel, 28enne cantante jazz per l’occasione prestata a un pop molto “plasticoso” e già sentito (anche se godibile in versione studio) che sembra marcare l’ennesima occasione mancata per riportare il paese caucasico ai fasti della storica vittoria del 2011. Comunque vada, sicuramente X My Heart ha buone possibilità di portare a casa il premio per il peggior testo dell’edizione.

BELGIO – SENNEK, A Matter Of Time (***)

Atmosfere alla James Bond per Sennek – nome d’arte di Laura Groeseneken, 27enne cantautrice di Leuven già tastierista per il musicista e cantante belga Ozark Henry. La proposta della televisione fiamminga sembra allinearsi all’offerta proposta dalla sua controparte vallone nel 2015 e 2017, con un sound molto internazionale e un’interprete perfettamente calata nel panorama musicale attuale: il brano funziona, piace ai fans come alle giurie e con la giusta performance potrebbe ritagliarsi la quarta top ten consecutiva per un paese che da poco sembra aver ritrovato la retta via. Persistono i dubbi sulle capacità vocali di Sennek (ma ad onor del vero pare fosse seriamente ammalata al pre-party di Tel Aviv, dove ha fatto malissimo) e sulla sua presenza scenica.

BIELORUSSIA – Alekseev, Forever (*)

L’ennesima, sconclusionata selezione bielorussa ci ha regalato la vittoria di Alekseev (Nikita Vladimirovich Alekseev), 24enne ucraino famoso in tutta l’ex Unione Sovietica dopo la sua partecipazione alla quarta edizione di The Voice of Ukraine e il lancio del suo primo singolo Pyanoye solntse, diventato in breve tempo una hit in tutti i paesi dell’Europa Orientale. La sua vittoria alla finale nazionale bielorussa con il brano synthpop Forever è stata macchiata però da uno scandalo scoppiato su VK (il Facebook sovietico) quando è stato scoperto che l’artista ha eseguito ancora nel maggio scorso la versione russa del pezzo summenzionato. Grandi polemiche e minacce di ritiri da parte degli avversari di Alekseev hanno caratterizzato le settimane precedenti la finale, che si è conclusa con la prevedibile vittoria del favorito d’obbligo sotto il beneplacito del presidente Lukashenko. Per calmare le acque il team bielorusso ha deciso di presentare una nuova versione di Forever, riarrangiata in chiave ballad, che è rapidamente riuscita nell’impresa di far perdere alla Bielorussia i pochi sostenitori rimasti nel suo angolo: a questo punto è difficile pensarla fuori dagli ultimi tre posti della prima semifinale.

BULGARIA – EQUINOX, Bones (*****)

La Bulgaria non ha mai fatto mistero di puntare alla sua prima affermazione all’Eurovision, e dopo un secondo e un quarto posto quest’anno ha pensato davvero di fare le cose in grande assoldando cinque interpreti (capitanati da Zhana Bergendorff, 33enne vincitrice della seconda edizione di X Factor Bulgaria) e unendoli in un supergruppo sotto il nome di EQUINOX. La canzone scelta, prodotta dalla stessa Symphonix International che ha riportato in auge il paese balcanico all’Eurovision, trasporta in un immaginario vagamente dark una anthem ballad di ispirazione pop, soul ed r&b che mette in luce le caratteristiche vocali di tutti e cinque i componenti. Il team alle spalle di questo progetto sembra disposto a tutto per portare il titolo a Sofia: è stata nuovamente assoldata la coreografa Sacha Jean-Baptiste (già impegnata nello staging della proposta bulgara seconda nel 2017) e si mormora che la società che sostiene la partecipazione abbia fortemente investito in questo progetto. Se saprà convincere ad ovest come ad est, questo dream team bulgaro ha tutte le carte in regola per giocarsi un posto sul podio.

CIPRO – Eleni Foureira, Fuego (**)

Eleni Foureira è una cantante greca di origine albanese (come Ermal Meta è nata a Fier, un piccolo paese dell’Albania meridionale) molto popolare in patria agli inizi di questa decade. Ha provato tante volte a rappresentare all’Eurovision la Grecia, che altrettante volte le ha chiuso la porta in faccia: è riuscita alla fine a conquistarsi la fiducia del broadcaster di Cipro, che l’ha selezionata come seconda scelta dopo il rifiuto della vincitrice dell’ESC 2005 Helena Paparizou. Fuego, la canzone che Eleni porterà sul palco di Lisbona, è un brano pop con accenni etnici che avrebbe fatto sfracelli all’Eurovision di dieci anni fa, ma sembra essere giunto un minimo fuori tempo: dovrebbe comunque bastare a garantire all’isola di Afrodite la quarta finale consecutiva.

CROAZIA – Franka, Crazy (*)

Partita con grandi propositi di ritorno alla storica finale nazionale DORA, la Croazia ha finito per buttarsi sulla scelta interna di Franka Batelić, 25 anni, già settima classificata nella selezione croata del 2009 e 2010.  Il brano Crazy, una canzone pop con venature jazz che richiama fortemente Never Tear Us Apart degli INXS, ha però finito per passare inosservato nel mare di proposte da tutta Europa e al giorno d’oggi riscuote pochissime possibilità di passare il turno, specie in una semifinale competitiva come la prima.

DANIMARCA – Rasmussen, Higher Ground (**)

Oltre ad essere stata una dei casi televisivi degli ultimi cinque anni, la serie TV Vikings sembra aver fornito ispirazione anche alla proposta danese del 2018 – questa Higher Ground che abbiamo poi scoperto essere stata scartata dai produttori del Melodifestivalen, la selezione nazionale svedese, e recuperata (con un altro interprete) dai danesi per il loro Dansk Melodi Grand Prix che Rasmussen ha vinto senza grande opposizione. L’entusiasmo iniziale per la Danimarca si è un po’ spento nelle ultime settimane, ma una performance convincente di questo pop anthem potrebbe rendere la nazione scandinava una degli outsider di questo 63° Eurovision Song Contest.

ESTONIA – Elina Netšajeva, La Forza (***)

Bistrattata nelle ultime due edizioni, l’Estonia ha deciso di giocarsi la carta dell’opera pop con la 26enne soprano Elina Netšajeva e la sua La Forza, brano interamente in italiano (ciancicato anzichenò) e zeppo di riferimenti alle arie di diverse opere liriche – da La Forza del Destino di Verdi alla Bohéme di Puccini (“quando m’en vo soletta per la via…”). In breve tempo l’Estonia è riuscita a guadagnarsi il sostegno dei fan eurovisivi di tutta Europa, ma storicamente questo genere non ha mai funzionato all’ESC (con l’eccezione di Grande Amore de Il Volo) ed è difficile pensare, malgrado le indubbie capacità vocali di Elina, che La Forza possa giocarsi qualcosa di più di un posto nei primi 10.

FINLANDIA – Saara Aalto, Monsters (**)

Gli italiani che hanno seguito la tredicesima edizione britannica di The X Factor si ricorderanno di Saara Aalto, 30 anni, inizialmente esclusa dalla competizione poi ripescata e lanciata dalla sua mentore Sharon Osbourne verso un sorprendente secondo posto. La popolarità raggiunta in patria a seguito della sua partecipazione ha ridato vita al suo sogno di rappresentare all’Eurovision la Finlandia, stroncato sul più bello nel 2011 e 2016 con due secondi posti in altrettante finali nazionali. Per garantirsi la sua partecipazione, la YLE ha deciso di annullare (a bando già aperto) la tradizionale finale nazionale Uuden Musiikin Kilpailu e di sostituirla con uno showcase di tre canzoni presentate dalla stessa Aalto, dalle quali è emersa vincitrice Monsters canzone pop immediatamente “adottata” dagli eurofan ma snobbata da critica e scommettitori, che al momento non sembrano nemmeno accreditarla di un posto in finale. Una buona performance vocale e una coreografia pensata un minimo potrebbero ancora salvare quella che sembra una fortissima candidata al titolo di “flop dell’anno”, al netto della popolarità di Saara nelle isole britanniche (con Irlanda e UK che votano entrambe nella prima semifinale).

FRANCIA – Madame Monsieur, Mercy (****)

Quest’anno la Francia ha deciso di fare le cose in grande, rinnovando il proprio processo di selezione con l’istituzione di una vera e propria finale nazionale chiamata Destination Eurovision – che a conti fatti è risultata una delle più riuscite del 2018. Il pubblico ha sovvertito il giudizio delle giurie internazionali (che avrebbero voluto a Lisbona Lisandro Cuxi, ragazzo capoverdiano di belle speranze già vincitore di The voice: la plus belle voix) e portato alla vittoria i Madame Monsieur, duo French pop originario delle Alpi Marittime. La loro canzone Mercy tratta di un episodio di cronaca: la nascita di una bambina nigeriana durante la traversata di un barcone di migranti, avvenuta nel marzo 2017 e ripresa dai media nazionali e internazionali. Partita in sordina nei pronostici, la Francia ha iniziato a ritagliarsi spazio in queste ultime settimane dopo le ottime performance fornite nei pre-party: se anche quest’anno sarà premiata la costruzione di una “storia” più che un particolare brano o una performance in sè, quella francese potrebbe in breve tempo rivelarsi la proposta da battere.