EUROVISION 2017: la guida alle canzoni in gara! (Parte 3/3)

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In attesa della finale dell’Eurovision 2017 in cui saremo tutti davanti alla tv a fare il tifo per il nostro Francesco Gabbani, ecco l’ultima parte della guida alle canzoni dell’Eurovision Song Contest.
Qui potete trovare la prima parte della guida e qui la seconda.

Andiamo a scoprire le ultime nazioni.

POLONIA – Kasia Moś, Flashlight **
Dopo l’ottavo posto del 2016, la Polonia cerca di riconfermarsi ai vertici con Kasia Moś, trentenne di Ruda Śląska affermata in patria dopo il terzo posto nell’edizione 2012 del talent Must Be The Music. Il brano è una ballad epica che si perde un po’ nel ritornello, ma ha la sua forza nella potenza vocale di Kasia che le ha permesso di sbaragliare gli avversari della finale nazionale e potrebbe conquistare il favore delle giurie. Inserita nella prima semifinale – la più dura sulla carta – Flashlight è nello shake-up delle nazioni che si contendono il passaggio del turno, e potrebbe superare l’asticella del decimo posto grazie al sostegno della diaspora che negli ultimi anni ha sempre dato una generosa mano alle proposte polacche.
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PORTOGALLO – Salvador Sobral, Amar Pelos Dois ****
Il Portogallo rientra in gara dopo una pausa di un anno e lo fa dalla porta principale con Salvador Sobral, ventisettenne di Lisbona assurto alla notorietà dopo la partecipazione alla terza edizione portoghese di Idol e adesso in gara con una bossanova in lingua scritta dalla sorella Luísa. Partita tra lo scetticismo generale (anche in patria) per un pezzo che avrebbe potuto benissimo essere in gara negli anni ’60, questa Amar Pelos Dois ha saputo conquistarsi l’affetto di buona parte del mondo eurovisivo grazie alla delicata e intensa interpretazione di Salvador, vero fuoriclasse a livello vocale tra i concorrenti di questa edizione. Il Portogallo ha come miglior risultato nella sua storia eurovisiva il sesto posto di Lúcia Moniz nel 1996, ma ci sono tutte le ragioni per pensare che questo record potrebbe cadere a breve.
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REGNO UNITO – Lucie Jones, Never Give Up On You **
Eravamo ancora a gennaio quando la gallese Lucie Jones, già ottava classificata nella sesta edizione di X Factor UK e interprete della canzone ufficiale del 21st World Scout Jamboree all’interno del gruppo The Adventure, ha vinto la selezione nazionale Eurovision: You Decide guadagnandosi il diritto di rappresentare il Regno Unito nel primo Eurovision post-Brexit. La canzone, che vanta fra gli autori la presenza della vincitrice dell’Eurovision 2013 Emmelie de Forest, era partita come una power ballad accompagnata dal solo pianoforte ma ha subito quasi subito un revamp con l’obiettivo – riuscito solo in parte – di rendere il brano più pop in quello che avrebbe dovuto essere l’anno delle ballate. Anche quest’anno, la svolta del Regno Unito in una competizione che potrebbe vincere ogni anno a mani basse è attesa per l’anno prossimo.
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REPUBBLICA CECA – Martina Bárta, My Turn *
È passata quasi completamente inosservata la canzone della Repubblica Ceca finalista a sorpresa nel 2016, un’altra ballata in chiave soul eseguita senza grandi picchi dalla ventottenne Martina. Difficile pronosticare un altro passaggio del turno per un pezzo senza grandi potenzialità e che rischia di essere trascurato anche dal suo pubblico d’elezione, ossia le giurie internazionali che sospinsero Gabriela Gunčiková in finale solo dodici mesi fa.
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REPUBBLICA EX JUGOSLAVA DI MACEDONIA – Jana Burčeska, Dance Alone *
I macedoni giocano l’arma del dance/pop con un brano prodotto dal team svedese/bulgaro formato da Joacim Persson e Borislav Milanov che nel 2016 è riuscito nell’impresa di spingere al quarto posto la Bulgaria e Poli Genova (e quest’anno ci riprova anche con Bulgaria e Serbia). L’avvenente Jana, già quinta classificata nell’unica edizione macedone di Idol, ha più presenza scenica che voce – rendendo fondamentale, come già successo ad esempio l’anno scorso con l’azera Samra, la presenza dei backing vocalists a doppiare la cantante sul ritornello. Per la qualificazione, pur avendo ricevuto in dote un posto nella semifinale più facile, Jana è ancora sul filo del decimo posto ma rischia di farsi sopravanzare all’ultimo dopo le brutte recensioni ricevute nel corso della prima settimana di prove.
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ROMANIA – Ilinca feat. Alex Florea, Yodel It! ***
Non è Romania senza trash: la 18enne Ilinca Băcilă, già concorrente nelle edizioni locali di X Factor, The Voice e Got Talent, si unisce al cantante e rapper Alex Florea in un duetto che mischia pop (chiara è la citazione di Hall Of Fame dei The Script), hip hop e yodel (ebbene sì!). La canzone era stata originariamente scritta per gli svizzeri Timebelle, poi vincitori della loro selezione nazionale, che avrebbero dovuto portare Yodel It! con Ilinca al posto della loro vocalist Miruna – eventualità rifiutata dalla band in corso d’opera. Le parecchie critiche ricevute in patria per l’appropriazione di uno stile di canto non esattamente appartenente allo stato balcanico non intaccano il potenziale della canzone al televoto (forte di una diaspora fra le più attive ed aggressive all’interno del contest) che potrebbe sospingere la Romania nei primi dieci classificati per la prima volta dal 2010.
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SAN MARINO – Valentina Monetta & Jimmie Wilson, Spirit Of The Night *
Trionfale ritorno per la queen di San Marino Valentina Monetta, giunta alla quarta partecipazione in sei anni come rappresentante della Repubblica del Titano. Al suo fianco quest’anno troviamo Jimmie Wilson, attore di teatro e cantante da Detroit, Michigan, famoso soprattutto per avere interpretato Barack Obama nel musical tedesco Hope! ispirato all’ascesa politica del 44° presidente degli Stati Uniti. La canzone è scritta, come per i tre precedenti tentativi di Valentina, dal compositore tedesco Ralph Siegel (alla 25esima partecipazione in 43 anni dal suo esordio come autore per il Lussemburgo nel 1974) ed è un brano Eurodance ispirato agli anni ’90 e a quella Rhythm of the Night che imperversava nelle discoteche di tutta Europa ormai venticinque anni fa.
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SERBIA – Tijana Bogicević, In Too Deep *
La Serbia era partita avanti nelle quotazioni (malgrado le malelingue avessero insinuato che la canzone fosse stata svenduta ai serbi dopo essere stata inizialmente opzionata dalla Repubblica di Macedonia) ma ha perso progressivamente trazione con l’avvicinarsi della settimana eurovisiva. Tijana è una buona performer, la canzone sembra abbastanza forte per avere un impatto nel mare delle proposte, ma per qualche motivo pochissimi sembrano prestare attenzione alla Serbia. Se pure dovesse passare in finale, rischia di chiudere nella metà destra dello schieramento come l’anno passato.
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SLOVENIA – Omar Naber, On My Way *
Lo sloveno di origini giordane Omar Naber torna all’Eurovision a dodici anni di distanza dalla sua prima partecipazione, quando si fermò appena fuori dalla finale nel primo Eurovision organizzato in terra ucraina. On My Way è una ballata classica scritta e composta da Omar stesso che aspira a conquistare il voto delle giurie, un po’ come avvenuto nella finale nazionale dove a sorpresa ha avuto ragione dei BQL (una sorta di Benji & Fede sloveni) e della loro Heart of Gold, scritta e prodotta dai rappresentanti sloveni del 2015. La semifinale è la prima – quella più difficile – e la performance vocale ineccepibile rischia di non bastare a mettersi in luce.
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SPAGNA – Manel Navarro, Do It For Your Lover *
La travagliata selezione spagnola ha finito per incoronare Manel Navarro grazie a un voto della giuria dai retroscena non esattamente limpidissimi, a scapito del pop latino di Mirela e dell’elettronica di LeKlein che alla vigilia sembravano contare su uno zoccolo duro di sostenitori davvero inattaccabile per gli altri concorrenti. Il ventunenne di Sabadell e il suo reggae fusion hanno però conquistato il biglietto per Kiev, pur tra lo scetticismo generale e il mancato sostegno dei solitamente accanitissimi fan spagnoli. Il brano, un classico tormentone estivo cantato in spagnolo ed inglese (lontani i tempi in cui paesi come la Spagna consideravano l’affidarsi alla lingua d’Albione un sacrilegio), manca del mordente necessario a farsi strada in una competizione tosta come l’Eurovision e sembra prenotare un posto nella parte bassa della classifica finale.
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SVEZIA – Robin Bengtsson, I Can’t Go On ****
Il Melodifestivalen, forse la selezione nazionale più seguita dagli eurofan, si è chiuso con l’affermazione a sorpresa di Robin Bengtsson e il crollo verticale di Wiktoria (già quarta al debutto nel 2016) e soprattutto della vincitrice dell’Eurovision 2012, la stessa Loreen che aveva conquistato i cuori della platea eurovisiva con la sua Euphoria. L’outsider Robin ha saputo affermarsi presentando il miglior pacchetto complessivo: brano chiaramente ispirato a Justin Timberlake e a quella Can’t Stop The Feeling che ha spopolato nelle radio la scorsa estate, coreografia intelligente e curata fin nei minimi dettagli (Robin e i suoi coristi partono a cantare dietro il palco, per poi raggiungere il centro e camminare a tempo su dei tapis roulants), interprete competente, simpatico ed esteticamente piacevole. Sembra poco per puntare alla settima vittoria tanto agognata dagli svedesi (che potrebbero così affiancare l’Irlanda nel medagliere all-time), ma l’ennesima top5 sembra a portata di mano per la vera big dell’Eurovision degli anni dieci.
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SVIZZERA – Timebelle, Apollo *
Dopo essersi classificati secondi nella selezione svizzera del 2015, i Timebelle (gruppo multietnico con base a Berna) ce l’hanno fatta quest’anno con un pezzo pop già scartato dall’Azerbaijan nella selezione interna dell’anno passato (tutto ritorna, anche Miracle di Samra era stato uno scarto di Molly Pettersson Hammar). La canzone ha potenziale ma è chiaramente fuori dalle corde del gruppo, che nel suo tentativo precedente aveva presentato un folk/pop infarcito di fisarmoniche e sax. Epurati dalla formazione originale il fisarmonicista, il chitarrista e il bassista, i tre componenti superstiti si giocano la qualificazione alla finale – risultato che la Svizzera attende dal 2014, tanto più dopo gli ultimi posti in semifinale nel 2015 e 2016.
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UCRAINA – O.Torvald, Time *
Come nel 2005 quando portarono sul palco di Kiev il rap dei Greenjolly in pieno clima di rivoluzione arancione, i padroni di casa hanno il pregio di pensare fuori dal coro e di non giocare di difesa quando si tratta di ospitare l’evento musicale più popolare d’Europa. La scelta è ricaduta sugli O.Torvald, rock band di Poltava formata nel 2005 e popolare per avere aperto i concerti di diversi gruppi internazionali (Linkin Park, Garbage, Evanescence, Sum 41). La particolarità della performance durante la finale nazionale – un timer che scorreva a ritroso scandendo i tre minuti della canzone, sia sullo sfondo a LED che sul petto dei membri della band – è stata rimossa sul palco di Kiev, dove i membri della band si esibiranno (al numero 22 della finale, sorteggiato in anticipo per evitare favoritismi) davanti a una testa gigante.
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UNGHERIA – Joci Pápai, Origo **
Chiudiamo la nostra carrellata con l’ungherese Joci, che porta uno dei pochi brani in lingua dell’edizione in un’intelligente contaminazione fra sonorità contemporanee e tradizione etnica gypsy. In un’annata eurovisiva dove l’identità di molti paesi appare come irriconoscibile all’interno delle loro proposte, in gran parte uniformate al gusto ormai totalmente omologato delle radio di tutta Europa, c’è grande mercato per un brano come Origo e non è impossibile immaginarsi l’Ungheria in finale per quello che sarebbe il settimo anno di fila. Un buon risultato dell’Ungheria, assieme a un’ipotetica affermazione delle altre nazioni che hanno scelto la lingua nazionale (Italia, Portogallo, Bielorussia, Francia) potrebbe davvero aprire in questo senso a una nuova era del contest.
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