Conferenza stampa TIZIANO FERRO: Ecco IL MESTIERE DELLA VITA… un disco con molti richiami al passato che si contraddice pur rimanendo coerente

tiziano ferro

Ieri Tiziano Ferro ha presentato alla stampa il suo nuovo album, Il Mestiere della vita, in uscita oggi in tutti i negozi di dischi e nei digital stores (in questo articolo potete trovare tutti i dettagli sugli autori, le canzoni e le differenti versioni in uscita dell’album).
In una lunga chiacchierata l’artista ha risposto alle domande dei giornalisti e blogger presenti raccontando come è nato un disco che vive di contraddizioni, forse poco omogeneo, ma perfettamente in linea e coerente con il percorso musicale di Tiziano con un occhio di riguardo per i suoi primi due album, Rosso relativo e 111.

Ecco il sunto della conferenza stampa.

LA NASCITA DEL DISCO

Con che spirito nasce “Il Mestiere della vita”…

Ho lavorato a questo disco senza la pressione di dover pensare che sarebbero state delle canzoni che sarebbero finite nel disco… forse mi dicevo “queste dovrebbero finire in un disco di un esordiente perché sono cose troppo complesse, diverse…” mi spaventava l’idea che mi stava davvero piacendo quello che stavo facendo… ad un certo punto mi sono svegliato e c’era questo disco. L’unica responsabilità che sento verso le le persone che mi ascoltano ormai da 15 anni è questa, non avere nessun tipo di paura di esporre la mia ricerca personale, mettere in discussione sempre tutto. E´una cosa che all’inizio mi spaventava, è una cosa che in passato mi ha fatto scrivere canzoni a difesa, chiudendomi quasi dietro quelle stesse canzoni. Poi ho iniziato a capire che era una cosa bella, utile anche per me e questo è il primo disco in cui faccio amando questo processo. Il Mestiere della vita è un album che mi ricorda i miei primi due dischi, però con un atteggiamento d’attacco, forse più aggressivo a causa di tutte le cose che sono successe in questi quindici anni.

In questo disco volti pagina, è un periodo più sereno rispetto a quello del precedente album?

L’Amore è una cosa semplice ha gettato le basi per questo disco anche se non avrei mai pensato di fare un album così diverso perché il precedente era quasi registrato in presa diretta, non c’erano programmazioni… ma dal punto di vista del linguaggio aveva già un’apertura all’esterno, raccontavo un atteggiamento della vita meno solitario… Il Mestiere della vita l’ho scritto ricongiungendomi molto alle cose che conoscevo. Non ho mai avuto l’angoscia di ripetere Sere nere, Non me lo so spiegare o Perdono ho sempre vissuto il foglio bianco come un privilegio e come uno spazio da riempire con la fantasia del momento… non sento quella pressione, mi lascio andare a quello che devo dire e adesso probabilmente queste cose le dovevo dire in questo modo.

Il Mestiere della vita è sicuramente un album differente dai precedenti, nessuna paura di destabilizzare il tuo pubblico?

Credo che in questo momento con un po’ di sana presunzione posso permettermi il lusso di fare un disco che ogni tanto si contraddice. Rubo una frase alla mia nuova editrice che è Caterina Caselli.. quando ha ascoltato il disco ha detto: “Sono orgogliosa di te perché tu utilizzi la tua esposizione, il tuo essere pop e conosciuto non per sederti comodo e ripetere un compitino che potrebbe funzionare, ma complichi la vita al tuo fan… gli dai importanza, lo stimi e lo ritieni uno che può ascoltare il disco magari una volta in più, ma ti prendi la possibilità di farlo senza temere che magari il disco non sia la fotocopia del precedente che è andato bene“. Per questo il fatto che sia un disco poco omogeneo non mi preoccupa. Sono sempre io del resto e poi ci sono tanti richiami ai miei primi due album che sono tutt’ora molto amati.

In passato hai scritto brani per altri artisti e hai confessato che alcuni di questi brani non te li sentivi più addosso perché troppo giovanilistici… questo disco ora però va nelle direzione opposta, ti senti ringiovanito? Cosa ti ha fatto cambiare idea?

Hanno contato molto i miei amici, certo dentro di me avevo già delle consapevolezze ma loro sono stati determinanti. Quando facevo ascoltare a loro i brani la mia premessa era sempre “ma non per me eh!” e lo rispondevano “A me sembra figa questa cosa, la dovresti fare tu…” questo è successo con l’80% delle canzoni di questo disco. Evidentemente inconsciamente è una scelta che non ho fatto, è successo e basta ma ho avuto bisogno di essere incoraggiato. Tra le persone che lavorano con me qualcuno confesso che si è spaventato e mi ha fatto capire che poteva non essere il disco giusto…

LE CANZONI

In “Epic” dici che è la fine del capitolo primo”…

Questa frase, “Fine del primo capitolo” suona quasi come una negazione del precedente, ma non è assolutamente così, è solo la fine di una storia ma ci tenevo a tracciare questa linea perché secondo me è molto importante per chi ti ascolta capire chi c’è dietro. Io ho la tendenza a non esserci molto, non amo i social network, non ho molto in comune con le loro tempistiche quindi preferisco essere più chiaro possibile, espormi il più possibile. Seguo l’istinto e per questo spesso ho fatto salti nel buio che però hanno funzionato più di scelte studiate a tavolino. Ecco questo disco è così, istintivo. E in questo caso rispetto ai dischi passati sono quasi sempre nati prima i testi che le musiche.

Sempre in “Epic” hai cantato in inglese. Avevi voglia di tornare a farlo?

E´stata una coincidenza. Quella parte doveva cantarla un’artista internazionale, che poi è finito in galera (Chris Brown Ndr). Adattare quel pezzo in italiano mi sembrava lo rendesse troppo elegantino. Avevo il provino cantato da me in inglese e alla fine abbiamo lavorato partendo da quello però confesso che non è un mio desiderio cantare in inglese, può succedere, ma non è quello che realmente mi interessa. Epic èun brano nato dal cazzeggio in studio con Canova e Baby K.

“Solo” è solo una parola è una canzone molto particolare…

Io ci ho messo poco a capire le potenzialità di quella canzone, ci hanno messo più tempo gli altri a farlo. Anche se odio i paragoni la associo ad “Hai delle isole negli occhi” è una canzone molto poco pop, molto black, ha un arrangiamento secco e infatti all’inizio nessuno la capiva. Allora ho adottato la stessa tecnica che ho usato per “Hai delle isole degli occhi“, l’ho messa per prima negli ascolti, nella prima tracklist, in modo che non potesse non essere ascoltata, sono stati obbligati ad ascoltarla ma io avevo già capito che era una canzone importante.

Invece il testo di Casa è vuota è abbastanza arrabbiato…

Casa è vuota è uno dei primi pezzi che ho scritto. Il testo è nato di getto dopo un periodo di separazione. Se c’è una cosa che mi infastidisce di me quando scrivo canzoni è quando non dico le cose penso, come le vivo, lì l’ho fatto. Però ci tengo a dire che la rabbia è comunque per me sempre una rabbia costruttiva fine ad un momento di passaggio, non credo di aver mai scritto testi rabbiosi verso il mondo tanto per dirigere odio. Non credo molto nell’odio, credo in quella zona grigia di passaggio tra la serenità e il fastidio. Puoi passarci un attimo per capire quanto ha sbagliato l’altra persona e quanto tu. Sono una persona che può chiudere una relazione d’amore, di amicizia, familiare, ma non provo rancore.

Il primo singolo, Potremmo ritornare, è l’esempio di come tu riesce sempre a centrare con le parole quello che tutti noi sentiamo…

Io mi ricordo benissimo quando ho scritto quel testo, ricordo proprio il posto dove ero… tra l’altro al contrario di quasi tutti i testi che sono stati il risultato di un lavoro lungo, su Potremmo ritornare ho fatto una cosa che non facevo da tanto… ho preso una musica ed ho scritto il testo da zero senza nemmeno una frase scritta, flusso di coscienza totale. L’unica cosa che mi ha stupito quando la canzone è uscita è che non l’ha capita nessuno… non è una canzone d’amore! La frase chiave che è “Quasi trent’anni per amarci proprio troppo” secondo me era la chiava è una canzone che parla del ritorno in un modo molto diverso dal ritorno di coppia, innanzitutto perché io non credo nei ritorni in amore, e se dovesse succedere la troverei una cosa della quale essere così poco orgogliosi che non ci scriverei mai una canzone. Questo brano me l’ha ispirato una canzone di Califano, Non escludo il ritorno, e parla di un ritorno molto più “alto” di un ritorno d’amore… le persone sono unite da legami secondo me molto più profondi di quelli che possono unire due persone che stanno insieme, poi magari possono arrivarci anche loro, ma non è quello… questa canzone l’ho scritta pensando ad una persona che non ho più accanto e che manco a farlo apposta è una donna… però è bello che quando le canzoni le dai agli altri diventano degli altri, ma non c’è una sola parola di quella canzone che è stata scritta per amore pur essendo pregna d’amore.

I DUETTI

Il brano con Tormento racconta molto del Tiziano di un tempo… ti ricorda anche oggi come il Tiziano di una volta che era in tour con i Sottotono…

La strofa di Tormento la trovo commovente, un uomo come lui che ha fatto la storia del rap che parla di tenerezza e lo fa con quel flow… per me è un soul man italiano come non ce né nel nostro paese.
Quel periodo della mia vita lo ricordo bene, dormivo in tripla quando andava bene con gente che non conoscevo che aveva dei nomi tipo “Stypuz” o robe del genere. Avevo 19 anni, non contavo niente e mi dicevano che cantavo bene… mi facevano cantare molto in effetti, ho vissuto un periodo in cui ho messo in seria discussione la mia voglia di fare musica perché ero veramente molto timido, molto insicuro, mi trattavano malissimo, non Tormento, lui era molto carino con me… oggi non lo rifarei mai però devo dire che se non l’avessi fatto non avrei apprezzato così tanto le cose che faccio ora.

Perché hai voluto coinvolgere Carmen Consoli ne “Il Conforto”?

Carmen è la mia cantante preferita da sempre, ricordo ancora la sua prima esibizione a Sanremo Giovani. Sono rimasto da subito affascinato da lei, non so per quale motivo ma per una serie di suggestioni mie l’ho sempre trovata la vera erede di Mina perché ha quel gusto intoccato per il canto meraviglioso e istintivo, e poi per la sua scrittura. All’inizio non pensavo volesse scrivere una canzone con me poi l’ho conosciuto e mi sono trovato di fronte una persona profonda, simpatica, schiva quasi quanto me. Due anni fa sono andato al suo concerto al Forum e prima di cantare la canzone che abbiamo scritto insieme ha detto “Questa è la canzone che ho scritto con Tiziano Ferro che secondo me è la mia controparte maschile“… così quando ho scritto Il conforto ho pensato che avevo una canzone davvero importante che avrebbe fatto parte di questo disco e mi sono detto “ok, se devo provarci devo farlo con la cosa migliore che ho in mano…” la cosa che mi ha colpito è che abbiamo cantato questa canzone come due persone che cantano insieme da vent’anni, in realtà era la prima volta… abbiamo delle voci diverse ma in qualche modo simili… nel duetto non ci sono delle armonie, la canzone è cantata sulle due ottave, sulla stessa linea melodica, ottava alta e ottava bassa, ed è una cosa un po’ strana per un duetto, ma volevo evitare tutti i manierismi dei duetti degli ultimi anni… non volevo una rincorsa all’urlo. Non è un duetto di facciata, è più di contenuto che di apparenza.

 

 


La copertina del disco è piena di riferimenti. Quali sono?

Questa è la mia copertina preferita in assoluto, la prima grafica piuttosto che fotografica. Rappresenta in uno scatto il percorso che mi ha portato a fare questo disco, un percorso fatto dal sogno, dalla realtà, dallo spostamento sia geografico che nella fantasia. Los Angeles è diventata inaspettatamente lo scenario di questo album, è una città che io ci ho messo dieci anni tra smettere di odiarla, capirla, iniziare a trovarmici discretamente e voler prendere una casa perché non è un luogo è una zona vasta del mondo piena di cose. Quello che mi ha colpito è che se lì vuoi fare delle cose le puoi fare… se incontri musicisti loro vogliono suonare con te, se incontri autori ti fermano e ti chiedono di vedersi per scrivere con te, si parla poco e si fanno delle cose, è un concetto che a noi sembra un po’ astratto perché qui si da noi si parla molto.

Nella copertina ci sono personaggi, ci sono luoghi, zone in costruzione, zone già costruite… in questo disco mi sono avvicinato alla scrittura con altre persone, una cosa che non era quasi mai successa ed ora è successo spesso con autori giovani che ancora non hanno fatto grandi cose ma che sono sicuro li faranno. Con loro è nato un rapporto, alcuni “li sto crescendo” e a forza di aiutare loro, loro hanno aiutato me, hanno rinvigorito il mio modo di fare le cose grazie al loro impeto, alla loro energia fresca.
E quindi nella grafica della copertina ci vedi tutto questo… l’uomo che attraversa la strada per andare a lavoro, per presentarsi ogni giorno e non sottrarsi a se stesso ma esponendolo agli altri, è quello Il Mestiere della vita.

 

  
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