BACHI DA PIETRA (A di Asti)

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Sei libero, coleottero, di essere come ti vogliono

Si comincia, primo giro, prima lettera, A.
Agrigento, Alessandria, Ancona, Aosta, Arezzo, Ascoli Piceno, Asti, Avellino.
Da nord a sud, tutto uno stato in una sola lettera.
Partiamo dal nord, Asti, per un motivo molto semplice: i Bachi da Pietra.

Il nome magari dice poco, ma sono una realtà di spicco, un riferimento per un genere (rock blues con influenze noir li definisce qualcuno, loro preferiscono definirsi semplicemente “pietra”) che ancora fatica a prendere piede in Italia.
Sono in due, chitarra e batteria, e vengono entrambi da altre esperienze con vari gruppi, con alcuni dei quali ancora suonano. Incidono con La Tempesta Dischi, etichetta indipendente con distribuzione meno indipendente, partecipano a progetti e collaborazioni con tutta la musica italiana influente, Hai Paura del Buio?, criticato ed acclamato festival che coinvolge tra gli altri Afterhours e XL, e Massimo Volume su tutti.
Sono nati nel 2004 e nel frattempo hanno fatto cose che alla maggior parte dei musicisti nemmeno verrebbero in mente, tipo incidere in una cripta o tornare al 33 giri, con tanto di registrazione analogica e stampa dei dischi con tornio meccanico.
Sono ruvidi, sporchi per scelta, suonano come se dentro avessero tutta la rabbia del mondo, martellano senza pietà con testi in italiano che acquistano sempre più senso ogni volta che li si ascolta. Vengono dalle viscere, dalla terra, parlano di pietre ed insetti e comunque riescono a far pensare. Si sono spostati verso il metal ma mantengono i loro suoni cupi, oscuri, chiusi come qualcuno dice essere a tratti Asti.

Hanno addosso un energia speciale, che gli permette di distinguersi nel panorama italiano: quando si comincia ad ascoltare uno dei loro album non ci deve essere niente intorno, che comunque si verrà trascinati via da tutto. Non ha senso avere dei punti saldi, mettersi comodi, cercare di fare altro. Qualcosa prenderà nel profondo e ripercuoterà quel senso di oscurità che latita in ognuno di noi, lavorando su quella terra e quella pietra che hanno fondato la Terra.
Sul palco sono vivi come pochi altri, salgono in due, col loro aspetto duro, e rivoltano il mondo da capo a piedi, portano un genere che sarebbe considerato intollerabile se non fosse eseguito in questo modo, nel modo più umano possibile, ai limiti della veridicità. Parlano di moltissime cose, con una musica profonda e testi che spaziano tantissimo, nonostante tutto.
Sono dei bachi, che mangiano terra invece che gelso e producono pietra al posto della seta, rendendola altrettanto splendida e piacevole da indossare.

Album consigliato: Quintale (partite pure dall’ultimo in ordine di tempo, troverete tutto ciò che serve)
Pezzo consigliato: Fessura (con tanto di video, così li vedete in faccia: son quelli senza occhiali)

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  Ingegnere, control freak, appassionato di musica indipendente italiana e molte altre cose brutte. Cose belle ce ne sarebbero, ma non le ricordo mai. Una notte, troppo tempo fa, qualcuno mi ha fatto scoprire la musica nella sua vera natura, in un club non esageratamente affollato di una città affollatissima. Pochi mesi dopo le ripercussioni di quella notte si sono fatte sentire e ho cominciato a scriverne: non credo riuscirei a smettere tanto facilmente, nemmeno se lo volessi. Atterro qui per caso, come sempre, grazie ad un amico con in tasca una proposta molto più che allettante (sulla quale ho riflettuto un po’ perché, come già detto, ho un problema).
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