30 Luglio 2014
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30 Luglio 2014

“OBTORTO COLLO” PIERPAOLO CAPOVILLA – Recensione

La recensione di All Music Italia di "Obtorto collo" il disco del frontman de "Il Teatro degli orrori". Uno spaccato crudo sulla società di oggi. Leggi ora

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Avete presente il Teatro degli Orrori e la violenza del loro sound? Bene, dimenticate tutto perché questo primo lavoro da solista di Pierpaolo Capovilla, leader dell’amata band, è tutta un’altra storia: undici tracce vestite di nero, alcune cantate ed altre recitate, alla scoperta di suoni nuovi che pescano la loro ispirazione in grandi riferimenti internazionali come Tom Waits e Jacques Brel così come nei più vicini Tenco o Conte.

Un disco difficile e coraggioso come suggerisce già in partenza il titolo: Obtorto collo, una locuzione latina volta ad indicare uno stato di imposizione contro la propria volontà, concetto che poi è fil rouge che attraversa tutta quest’opera (quasi) prima.

Pierpaolo Capovilla è autore di tutti i brani con la collaborazione per la parte musicale di Paki Zennaro (autore per Carolyn Carlson) che trova le idee e gli arrangiamenti giusti per addolcire il realismo vivido e crudo di certi passaggi. L’atmosfera cupa e misteriosa dei brani fa da filo conduttore ad un disco affascinante, notturno ed ispirato al punto giusto, o quantomeno abbastanza da non sentire il bisogno di fare confronti con la precedente produzione della band.

Anche i testi possono essere raggruppati in unico concept che racchiude storie di cronaca, sentimenti e disagio sociale (e personale) svelando i contorni di un’inclinazione inedita di Capovilla più profonda e raffinata: dal riscatto d’odio di una donna “…giurasti che mi avresti uccisa, e gettata da qualche parte.. voglio svelarti un segreto, io sono una donna io, non mi compri figlio di puttana…“, alle Ottantadue ore di Francesco Mastrogiovanni, il maestro elementare rinchiuso e lasciato morire in un ospedale psichiatrico nell’agosto del 2009, “…l’hanno preso in mare, ma è morto in ospedale, Francesco, non aveva niente di male…“. Irene è invece una lettera indirizzata ad una ragazza rom di Treviso, tra discriminazione e pregiudizio “…non fingere mai, mai e poi mai. Io ti seguo con lo sguardo mentre cerchi di nasconderti e sembrare uguale agli altri…“.

C’è spazio anche (e soprattutto) per un paio di pezzi più radiofonici e “leggeri” più o meno a metà del disco (Dove vai? e Come ti vorrrei) che rivelano un’ulteriore talento dell’eclettico Pierpaolo, per niente scontato nemmeno su sentieri più pop . Il gusto così disincantato dei reading di questa raccolta trova tuttavia il suo compimento con Invitami in cui il suono si fa da parte per lasciare spazio solo alla voce, all’interpretazione e alla parola: “…io non mi riconosco più, in questi luoghi e in queste circostanze/ vorrei dirti cose che non dico mai, ma che vorrei tanto dire, pensare, sperare…“.

…Non sono più me stesso…” recita l’incipit dell’agghiacciante titletrack e nessun’altra frase avrebbe potuto esprimere meglio di così il senso di questa svolta stilistica di Pierpaolo Capovilla che ci piace molto anche in solitaria. Tuttavia potete stare tranquilli: il Teatro degli Orrori tornerà presto a suonare nelle vostre cuffie!

CANZONE MIGLIORE: Invitami
VOTO: 8/10

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