7 Ottobre 2014
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7 Ottobre 2014

INTERVISTA a MARTINO CORTI: “Racconto la gente, lo spettacolo più bello del mondo”

Intervista a Martino Corti, un dialogo Pop per parlare della gente comune, del suo nuovo doppio album, del suo spettacolo teatrale e di un sogno: Jovanotti

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Perché andiamo a teatro a vedere cosa succede e non cosa ci succede? La risposta a questa domanda (citazione di Garcia Lorca)  arriva da “C’era una svolta” –  Monologhi pop Vol.2″, lo spettacolo ideato e portato in scena dal cantautore Martino Corti per presentare l’uscita dell’omonimo album (doppio) che contiene sia i brani di nuova produzione dell’artista che l’intero spettacolo teatrale. Uno spettacolo innovativo,  dove il teatro-canzone si trasforma grazie alla fusione di acustica ed elettronica, ospitato allo Spazio Tertulliano di Milano dal 1 ottobre e che resterà in scena fino a domenica 12 ottobre (maggiori informazioni, presentate da All Music Italia, si possono trovare cliccando qui).

All Music Italia ha incontrato Martino in un momento di pausa, per raccogliere le sue impressioni sul debutto e approfondire la chiave di lettura che ha portato l’ispirazione di questo nuovo lavoro, che vuole raccontare la gente, lo spettacolo più bello del mondo – come veniva definita da Charles Bukowsky in una citazione presa in prestito da Martino per racchiudere in una frase quanto di emozionante si nasconde negli eventi che riempiono la nostra quotidianità: un racconto preparato con cura e presentato spaziando tra divertimento e profondità, una dinamica rara che traspare forte dalle parole di Martino…

Martinocorti

Martino, il tuo è un  ritorno sul palco  dopo l’avventura  legata al lancio del precedente disco (Le cose non contano nulla – Monologhi pop Vol.1), come ti sei avvicinato al teatro? Si tratta di una passione consolidata o è nata a seguito delle contaminazioni teatrali avute dagli ultimi tuoi lavori?

Il mio avvicinamento al teatro risale a molto tempo fa, ho seguito sin da giovanissimo alcuni corsi, per poi laurearmi al DAMS di Bologna a indirizzo teatro: negli ultimi anni ho  finalmente trovato un mio modo di condividere le mie passioni, riuscendo a unire il teatro e la musica.

In occasione del lancio del primo volume, sostenevi che stavi presentando l’embrione di un nuovo progetto di  teatro/canzone, auspicando che in futuro potesse diventare uno spettacolo in grado di innovare l’idea comune di questa forma artistica. Credi di esserci riuscito?

La volontà di smarcarsi dal teatro-canzone è stata più che altro una necessità dato che nel momento in cui tu dici teatro canzone, ci si collega immediatamente a Gaber e a tutto ciò che Gaber è stato per questo genere, portando a 3 risultati: gli estimatori di Gaber che gridano all’affronto, la critica che sbuffa di fronte ad un altro che porta in giro Gaber e il pubblico giovane disabituato a questo tipo di spettacolo che se ne resta ben lontano. Proprio per questo motivo, dato che il mondo va avanti seppur senza dimenticare l’importanza della storia del teatro canzone, abbiamo cercato un termine e uno stile nuovo per descrivere quello che facciamo noi, trovandolo in Monologhi Pop dove cerchiamo di rispettare la tradizione, presentando qualcosa di diverso che sappia rinnovare quanto offerto al pubblico: quest’anno, rispetto al precedente spettacolo dove regnava l’acustica,  portiamo sul palco il Dj/Producer Kustrell, fondendo acustica ed elettronica, con una collaborazione presente negli arrangiamenti del disco oltre che nello spettacolo, dove va a tracciare una sorta di colonna sonora.

Nel tuo lavoro racconti gli aspetti profondi nascosti nelle situazioni quotidiane: esiste un personaggio simbolo, che ti abbia particolarmente colpito o alcuni luoghi dove preferisci fare “people watching”, per trarre spunti in grado di trasformare la tua curiosità in monologhi e canzoni?

No, non ci ho mai pensato ma ti direi che non ho un personaggio di riferimento, cerco di rimanere il più possibile aperto ad essere colpito da qualsiasi situazione e da qualsiasi personaggio, proprio perché in una realtà caotica di una città come Milano, si rischia di perdere un sacco di cose ma se si rallenta e si sta attenti, succedono moltissime cose interessanti, che siano dal panettiere, al bar, in coda al supermercato o al telefono con un call center, nel tragicomico tentativo di chiarire perché se ho ordinato un boiler, mi possa arrivare a casa una lampada….tutte piccole cose che strappano un sorriso ma racchiudono significati anche più profondi, specie se andiamo ad analizzare i comportamenti delle persone incrociandoli al contesto in cui le viviamo, potremmo trovarci davanti la persona più pacifica del mondo e scoprire che salendo in auto si trasforma nel mostro di Milwaukee dopo due semafori. Per raccogliere tutto ciò mi piace l’idea di rifugiarmi nel microcosmo del quartierino, con il bar di fiducia,  il panettiere o l’enoteca vicino a casa, senza però tralasciare la curiosità per la scoperta di luoghi e persone completamente nuove.

La regia dello spettacolo ti vede protagonista affiancato da Gianfelice Facchetti, attore e regista, figlio dell’indimenticata bandiera nerazzura Giacinto, oltre alla collaborazione professionale vi unisce anche la fede calcistica?

Gianfelice è con me regista e in un certo senso anche autore, in quanto con lui condivido i contenuti in fase di scrittura e lui riesce, con un occhio esterno, a dare una forma completa e uniforme al tutto. Tornando al calcio, oltre ad essere interista, mi piace sottolineare la presenza di questo sport all’interno dello spettacolo, oltre alla figura di Gianfelice Facchetti, io gioco a calcio da sempre, sul palco abbiamo scelto di raffigurare il passato con un pallone sgonfio e poi c’è un pezzo, intitolato Addio domeniche tranquille, che racconta la storia vera dei Vigili del fuoco di La Spezia che nel 1943, in tempo di guerra, formano una squadra e diventano Campioni d’Italia, una storia bellissima che abbiamo scelto di raccontare in questo brano.

La politica della tua attuale etichetta (Cimice Records, guidata da Camilla Salerno), punta molto sulla condivisione perpetua di materiale sul web, questo richiama un tuo diretto coinvolgimento nel mondo dei social, cosa che sembrerebbe lontana dall’immaginario comune del cantautore, qual è il tuo rapporto con il palco del web?

Noi cerchiamo di sfruttare tutti i mezzi a disposizione, da Facebook a Twitter, senza puntare ad ottenere un vastissimo pubblico virtuale, di quelli che poi non si presenta ai concerti: per noi il contatto umano resta essenziale e puntiamo a farci conoscere dal vivo e raccogliere così gradimento ed entusiasmo,  da quel punto in avanti i social diventano uno strumento stupendo e utile per condividere molti contenuti, che non sempre si possono vivere direttamente. In questi anni di collaborazione con Cimice, dalla nascita dei Monologhi Pop, cerchiamo sempre idee alternative per ritagliarci spazi e poterci far ascoltare dai media, spazi che sono sempre più limitati; ad esempio tutti gli anni in occasione del Fuori Salone, diamo vita a Fuori al Salone: ogni anno cerchiamo trovate per far parlare di noi in modo divertente, ma che porti a qualcosa di più profondo, un esempio è il disco versatile, una bancarella decantavo, da abile venditore, tutti gli utilizzi che poteva avere il mio CD, dal tagliare una zucchina a improvvisarsi frisbee. In un’altra occasione abbiamo presentato il test Se Facebook fosse vero… dove dietro a un pannello c’ero io, al posto della foto la mia faccia e si diventava amici stringendomi la mano oltre ad assegnare i “Mi piace” con un segnapunti da pallavolo (le puntate di Fuori al Salone si possono vedere  qui , ndr).

Da pochissimo hai debuttato sul quotidiano online Huffington Post dove curi un blog (per raggiungerlo, cliccare qui), nel pezzo inaugurale porti l’attenzione su quanto sia diffusa l’arte di lamentarsi, di quanto le persone ormai abbiano l’ansia di default, a tal proposito avresti qualche consiglio per non cedere alla negatività?

Non credo di essere in grado di dare consigli, essendo il primo che spesso nella vita di tutti i giorni cado vittima di questi vortici. Però da un punto di vista artistico mi piace condividere la positività ed  ho scoperto una cosa tanto semplice quanto efficace: sono convinto che alimentando il positivo, il negativo perda via via energia, fino a sparire. Quindi quello che cerco di fare sul palco e nella vita è alimentare il positivo e condividerlo con la gente. La vera sfida è riuscirci sempre, in quanto è facile meditare isolato su una montagna, molto meno riuscirci in centro a Milano.

Un altro vizio che lamenti è la scomparsa dei giudizi semplici, persino tra amici arrivano critiche da simil-professionisti , quasi fossimo tutti affetti di una “sindrome del giudice da talent“; credi che sia una mania passeggera o che si tratti di una ben più preoccupante perdita di umanità?

E’ una tendenza che non so se definire negativa o positiva: fino a qualche anno fa il lunedì mattina al bar erano tutti allenatori di calcio. Ora, con l’arrivo di tutti questi talent, genere che io guardo e apprezzo, arrivando a commuovermi durante una puntata di XFactor  o di Hell’s Kitchen, siamo circondati di persone che fino a ieri non avevano mai cucinato nulla o non sapevano cosa fosse un arrangiamento, che improvvisamente si trovano a decantare profumi di timo e criticare timbri vocali….da un lato è positivo perché si mette molta più attenzione ad aspetti un tempo non considerati, ma dall’altro fa molto ridere che ora quando chiedi un parere ad un amico su una canzone, aspettandoti di condividere la gioia di un risultato con la massima semplicità, ti ritrovi inquietato da frasi tipo “hai un timbro unico”, “un testo molto ricercato”, “peccato che per gli emergenti oggi sia così difficile”….

Nel tuo ultimo (splendido) pezzo pubblicato sull’Huffington Post (che trovate cliccando qui), descrivi quanto sia bella la libertà e l’innocenza che da bambini ci fa “ballare dovunque”, virtù che perdiamo nel momento in cui iniziamo a preoccuparci di quello che pensano gli altri di noi. Ricollegandomi a questo,  dopo il debutto a teatro hai condiviso l’ansia di aver visto andar via una giornalista di corsa a fine spettacolo, immaginandoti chissà quale stroncatura, salvo poi scoprire una recensione da incorniciare. Quanto sei influenzato dal giudizio esterno nella tua vita e nel tuo lavoro?

Vorrei risponderti che non mi influenza per niente, perché in parte è così, quello che faccio lo faccio con una convinzione talmente forte che non dovrebbe interessarmi molto del giudizio esterno, è sicuramente importante che il pubblico non esca dalla sala scontento, ma anche se registri entusiasmo, ci saranno sempre pareri negativi, è inevitabile data la soggettività estrema dell’arte, sarebbe preoccupante non ci fossero….Detto ciò, dato l’impegno che metto nei miei lavori, a volte  ci rimango male quando arrivano critiche che dimostrano di non essere stato capito, fortunatamente è successo in poche occasioni però, soprattutto nei miei primi dischi, ci sono state situazioni poco piacevoli. Allo stesso modo è fortissima la gioia quando vedo che viene colto il senso di ciò che faccio, quando sento le risate che sono filo conduttore dei Monologhi Pop e soprattutto quando vengono colti i messaggi profondi che cerco di lanciare anche in pezzi che possono sembrare leggeri. È bellissimo l’esempio della giornalista “scappata” a fine spettacolo, facendo scattare nella mia testa una serie di film negativi, per poi trovarmi la mattina successiva una recensione che alla terza riga mi ha fatto commuovere da quanto ero felice, a dimostrazione di quanto bisognerebbe lasciare da parte le aspettative che spesso, rovinano quello che dovremmo vivere davvero.

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Tempo fa,  citando i tuoi artisti di riferimento hai nominato Jovanotti per la scena musicale italiana, sottolineando che  oltre ad essere un riferimento era un tuo amico – seppur a sua insaputa. Nel frattempo hai avuto modo di conoscerlo direttamente?

No, rimane un mio grande amico senza che lui lo sappia, ha scritto talmente tante cose vicine al mio essere che lo vivo certamente come se fosse mio amico da sempre, ma purtroppo non ho ancora avuto modo di conoscerlo e di berci qualcosa insieme,  cosa che prima o poi spero succeda per ringraziarlo di tutto ciò che continua a condividere anche con me. Un esempio di quanto lo apprezzo può essere spiegato dal motto  Viva tutto!, che utilizzo quasi sempre a conclusione dei testi che condivido, due parole che racchiudono un’infinità di significati positivi e che sono il titolo di un libro bellissimo, scritto da Jovanotti e dallo psicologo Franco Bolelli, un libro altissimo che  ha dato una svolta bella e importante alla mia visione della vita e che consiglio veramente a tutti.

Martino autore, se dovessi immaginare di regalare una tua canzone ad una figura dell’attuale scena musicale italiana chi sceglieresti?

Beh, non lo so, in ogni caso scrivere per altri è un’esperienza comunque forte, mi è capitato di dare alcuni testi che, se non pubblicati, sono stati provinati ed è sempre stata una gradissima emozione ascoltare le proprie parole cantate da qualcun’altro, certo se potessi scrivere un pezzo a quattro mani con Jovanotti realizzerei uno dei sogni della mia vita, chissà…

Tra il 2010 e il  2012 hai partecipato alle selezioni per rientrare nella rosa delle Nuove Proposte di Sanremo, con 3 pezzi molto belli (Piove con il sole, Tu Tu  e Cavalli, champagne e cappelli) che ti hanno fatto sempre sfiorare la partecipazione al Festival; immaginando per un attimo una storia diversa, pensi che ora la tua carriera avrebbe ricevuto maggiore riscontro se fossi riuscito a salire sul palco dell’Ariston?

Non te lo so dire, mi sento di dire grazie a tutti questi no, ne sono felice perché questi no mi hanno spinto a cercare nuovi modi di condividere le mie cose e oggi mi sento bene perché ho la certezza di aver trovato la strada giusta. Detto ciò, se avessi partecipato forse sarei passato da Sanremo e dopo tre mesi di visibilità sarei ripiombato nell’anonimato, come purtroppo accade alla maggior parte degli emergenti o magari sarebbe stato tutto molto più facile e adesso riuscirei a riempire gli stadi…boh…io adesso sono molto felice di essere dove sono, in un piccolo teatro che si riempie di gente che viene per noi e dove resteremo fino al 12 ottobre.

Queste parole si collegano all’impronta data alla tua carriera: la scelta (condivisa da tutti i collaboratori che via via hanno lavorato con te, in primis Mara Maionchi e Alberto Salerno) di intraprendere una crescita a fuoco lento, con molti piccoli passi mirati allo sviluppo di molte idee, il tutto con lo scopo di creare un solido percorso: quali credi siano i vantaggi di tale scelta, del tutto opposta all’attuale trend di emergenti sparati come palle da cannoni dai vari talent-show ?

Il mio percorso è così un po’ per scelta, ma soprattutto perché l’esistenza ci ha messo su questa strada: siamo felici di fare un passettino alla volta, seppur con una fatica che non puoi immaginare, dalla quale però nasce un’energia bellissima e una libertà della quale non saprei fare a meno. Sicuramente ora non avrebbe senso che io partecipassi ad X-Factor, un format dove sarebbe impensabile portare i miei Monologhi Pop e vedrei tutto pericolosamente legato ai tempi televisivi: ogni anno escono decine di ragazzi che inevitabilmente si perdono, io per il mio primo disco ho lavorato 4 anni, loro devono preparare un disco in un mese se va bene, molti sono bravissimi ma devono sottostare a dei tempi che non sono sani tempi artistici e quindi o uno è veramente pronto e fortunato – anche a trovare i collaboratori giusti – o nel giro di pochi mesi è destinato a sparire.

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Un ultima domanda, sulla tua vita privata,  la tua etichetta è guidata da Camilla che è anche la tua compagna, condividere parte del proprio lavoro con chi ci sta accanto anche nella vita privata, per molti è un taboo, tu che ne pensi?

Sicuramente lavorare con la propria compagna è complicato, si sta quasi sempre a stretto contatto e diventa essenziale la profondità della relazione, se il legame è profondo si trova un equilibrio in tutto, riuscendosi a ritagliare spazi propri e facendo diventare la collaborazione un valore aggiunto e noi siamo sulla buona strada….certo all’inizio servono regole semplici, come “dopo le 20.00 non si parla di lavoro” per evitare alcune situazioni spiacevoli, come quando si è a cena tra amici davanti ad una bottiglia di vino si inizia a litigare per delle questioni magari banali di lavoro, tutti problemi che diventano facilmente superabili una volta raggiunta la giusta profondità nella relazione con la persona che ti sta accanto.

Tutta la redazione di All Music Italia ringrazia Martino Corti per la disponibilità, augurandogli un futuro costellato di grandi e sani successi, proseguendo su quella che sembra proprio essere la strada giusta….

Il concerto/spettacolo  di Martino Corti vi aspetta allo Spazio Tertulliano, Via Tertulliano, 68 Milano (qui, il sito)

Di seguito il calendario dell’evento:

mercoledì 8 ottobre, ore 21.00

giovedì 9 ottobre, ore 21.00

venerdì 10 ottobre, ore 21.00

sabato 11 ottobre, ore 21.00

domenica 12 ottobre, ore 16.30

Info e prenotazioni Tel. 02 49472369 – Cell. 320 6874363 dal lunedì al venerdì dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 14.00 alle 19.00 Sabato: dalle ore 16.00 alle 19.00 – Domenica: dalle ore 11.00 alle 16.00 Ritiro dei biglietti: a partire da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo. È sempre possibile prenotare via mail all’indirizzo: biglietteria@spaziotertulliano.it

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