Radio, live, streaming, TikTok: cosa deve inseguire davvero un artista emergente oggi anche alla luce dei dati di mercato FIMI 2025?
La risposta più onesta è che non esiste una strada unica. Ma esistono percorsi più o meno sostenibili, più o meno onesti, più o meno costruiti. Ed esiste una scelta che costa sacrifici: vuoi che questo sia davvero il tuo lavoro per la vita, oppure no?
artisti emergenti tra streaming, TikTok, live e radio
I dati diffusi da FIMI aiutano a capire perché questa domanda oggi sia tutt’altro che banale.
Il 2025 si chiude con numeri che, sulla carta, raccontano un’industria in salute: musica italiana dominante nelle classifiche, streaming in crescita costante, pop che torna in cima dopo anni di egemonia urban. Un racconto rassicurante, quasi trionfale. Ma come spesso accade, la fotografia ufficiale non mostra tutto. C’è un’altra faccia della luna che riguarda soprattutto chi oggi sta provando a costruire un percorso dal basso.
Streaming: crescita reale, orientamento sempre più confuso
Lo streaming resta il centro del sistema, ma per gli emergenti è sempre meno una bussola. Algoritmi opachi, logiche editoriali difficili da decifrare, playlist che durano poche settimane e che raramente convertono in pubblico reale, spesso nemmeno in ascolti stabili. Entrare in una grande playlist oggi non garantisce più riconoscibilità né continuità: è spesso un picco isolato, utile per una grafica da condividere, molto meno per costruire identità.
In parallelo, cresce l’illusione della viralità. TikTok è diventato per molti l’unico orizzonte possibile: un luogo dove tutto può esplodere, ma quasi sempre in modo casuale, incontrollabile, a volte persino riduttivo. Alcuni casi convertono davvero, altri trasformano una canzone in trenta secondi di balletto o lip sync, lasciando fuori il resto dell’opera. E quando il ricordo si ferma lì, non è detto che resti musica.
Il risultato è una generazione di artisti che produce, pubblica, cancella, riparte. Molto movimento, poca direzione. E dentro questo spaesamento, puntuale, torna sempre la stessa parola: il live.
Il live: quando ha senso (e quando è solo karaoke)
Il live ha senso quando arriva dopo qualcosa, non prima. Dopo le canzoni, un’idea e un minimo di percorso che lo giustifichi. Non perché “bisogna suonare”, non perché “lo fanno tutti”, non perché oggi sembra l’unico modo per sentirsi artisti.
Suonare dal vivo ha senso quando hai canzoni che reggono, qualcosa da dire e qualcuno che, anche in pochi, ha davvero voglia di ascoltare. Il palco non è un certificato di qualità: è una conseguenza. Se manca tutto questo, non è un problema, ma allora chiamiamolo per quello che è: intrattenimento. Divertente, liberatorio, spesso utilissimo per chi lo fa. Ma non è costruzione artistica.
E qui entra un equivoco che sento ripetere sempre più spesso, soprattutto tra i più giovani: “mi diverto a fare musica e il live mi fa divertire” oppure, quando si entra nella parte più dura e meno glamour del mestiere, “non provo più divertimento a fare questo lavoro”. Non c’è nulla di sbagliato: è una risposta onesta, spesso sincera. Ma è una risposta da musicista, più raramente da artista che vuole costruire un percorso.
Perché fare musica non è un lavoro divertente, è una professione, un lavoro vero fatto disciplina, attese, scelte impopolari o comunque poco divertenti. Ed è la capacità di non fare tutto subito solo per dimostrare di essere “in movimento”. E non è un giudizio morale, è una constatazione professionale: se vuoi che questo mestiere duri, devi trattarlo come un mestiere.
Il circuito live per emergenti in Italia, inoltre, non aiuta a fare chiarezza. È fragile, disomogeneo, spesso non strutturato. I luoghi che pagano davvero sono pochi, che hanno una buona acustica rari e quelli che investono su progetti in crescita ancora meno. Molte esperienze servono più a “esserci” che a costruire valore e, quando i costi superano i benefici, il rischio è uno solo: svalutare la percezione dell’artista prima ancora che esista davvero.
E vale la pena ricordarlo: la gavetta non è un racconto romantico da fare dopo. È un percorso lungo, spesso invisibile, che va a segno molto meno di quanto immaginiamo. Oggi si osanna la storia di Lucio Corsi che nove anni fa apriva i concerti dei Baustelle. Nessuna scorciatoia, nessun colpo di fortuna improvviso. Tanto tempo, lavoro e posizionamento. Con la consapevolezza di poter dover mettere in un cassetto le proprie aspirazioni in caso le cose non girassero.
Il live funziona quando è parte di una traiettoria. Quando diventa l’unica strada possibile, spesso è solo un modo per evitare le domande scomode. E se il motivo principale è “mi diverto di più”, va benissimo: ma allora siamo più vicini al karaoke che a un progetto artistico. Meno pretenzioso. Anche più onesto.
Radio: ascolto passivo, identità attiva (e soldi veri, se vogliamo dirla brutalmente)
In questo quadro, la radio viene spesso liquidata dai giovani come “vecchia” o “passiva”. È vero: la radio è ascolto passivo. Ma è anche esposizione ripetuta, riconoscibilità, memoria. È uno dei pochi luoghi dove una canzone può ancora entrare nella vita quotidiana delle persone senza chiedere attenzione continua.
E c’è un aspetto che raramente viene detto con chiarezza: la radio ha ancora un valore economico. Non sostituisce lo streaming, non sostituisce il live, ma può accompagnare un percorso, dare respiro, creare occasioni collaterali. È un ponte, non un traguardo. Ed è un ponte che, se ti inserisci bene, può far guadagnare davvero.
Tradotto in modo semplice: un passaggio radio su una buona emittente regionale può valere, lato SIAE, l’equivalente economico di circa 600–1.000 ascolti streaming. Quando poi aumentano copertura, rotazione e peso dell’emittente, il rapporto cresce ancora. Perché lo streaming, soprattutto per chi non fa numeri enormi, paga poco per singolo ascolto e richiede volumi giganteschi per diventare reddito reale.
Questa non è una romanticheria: è il motivo per cui una rete di radio regionali che programma un brano con continuità può offrire a un emergente respiro economico, visibilità reale e anche occasioni concrete: interviste, ospitate, eventi sul territorio, piccoli cachet. Non succede sempre. Non succede a tutti. Ma succede. Ed è misurabile.
Il paradosso è che, proprio mentre molti emergenti si allontanano dalla radio convinti che “non serva più”, le radio stesse non stanno approfittando del malcontento verso le piattaforme streaming per tornare a essere una vera spiaggia creativa. Spesso si concentrano sugli stessi nomi, sugli stessi percorsi già legittimati, rinunciando al ruolo storico di scoperta e accompagnamento.
Eppure, per un artista emergente, sentire la propria canzone passare in radio resta un momento di riconoscimento potente. Vale molto più di entrare nella New Music Friday. Non è nostalgia. È identità. E l’identità, in questo mestiere, diventa percezione. E la percezione, prima o poi, diventa lavoro.
L’altra faccia della luna
I dati FIMI raccontano un mercato forte, in crescita, apparentemente inclusivo. Ma sotto la superficie resta una filiera che fatica a rinnovarsi davvero, a dare spazio, a prendersi responsabilità sui percorsi lunghi. Festeggiare i record è giusto. Ignorare le distorsioni sarebbe miope.
Allo stesso tempo, però, anche chi oggi si definisce emergente deve smettere di pensare che basti denunciare i problemi per esserne sollevato. Questo non è un mestiere gentile. Non è nemmeno un mestiere giusto. È un lavoro che richiede tempo, frustrazione e la capacità di accettare che non sempre il talento basta. E di talento puro, fidatevi, ce ne è meno di quanto gli emergenti stessi pensino.
Se no ci si può sempre ricordare che molti grandi artisti, grandi davvero, sono morti poveri. E che fare musica, se vuoi che duri una vita, è una scelta. Non una scusa.
Oggi non esistono scorciatoie che durino nel tempo. Chi sostiene il contrario non sta semplificando la musica: sta semplificando la propria responsabilità. E in un’industria che corre sempre più veloce, fermarsi a costruire resta l’atto più rivoluzionario.











