Alla fine, dell’apertura delle Olimpiadi di Milano Cortina, resterà sicuramente lo splendido lavoro fatto per rendere la cerimonia un vero e proprio evento, con tante eccellenze italiane, ma anche le polemiche, soprattutto due, che l’hanno attraversata. Quelle su Ghali e Laura Pausini.
Il resto, commentatore a parte (il direttore di RaiSport, Paolo Petrecca, decisamente perso e confusionario nella sua telecronaca) è passato quasi indenne.
Olimpiadi 2026 – Ghali: presente sul palco, cancellato dal racconto
Ghali c’era. Ha letto Promemoria di Gianni Rodari, uno dei testi più limpidi e universali contro la guerra, in una cerimonia che parlava di pace e convivenza. Eppure, nella narrazione televisiva, è stato come se non ci fosse.
Niente primo piano, citazione sfuggente, nessun riconoscimento reale del suo ruolo. Un artista trasformato in comparsa. Una rimozione che pesa ancora di più se letta insieme alla lettera pubblicata da Ghali il giorno prima (la trovate qui), in cui parlava apertamente di limiti, di voci “accettate” e di voci che diventano “di troppo”.
Il nodo non è la poesia. È chi la pronuncia.
Ghali non è un artista neutro, non lo è mai stato. Ha preso posizione pubblicamente, ha parlato di Palestina, ha proposto l’arabo come lingua aggiuntiva per rendere davvero universale il messaggio. E quell’arabo, all’ultimo, è diventato un problema. Così il risultato finale è stato uno show con Ghali ma senza Ghali, presente fisicamente e assente simbolicamente.
Un caso politico? Probabile, di sicuro lo specchio di un paese poco aperto.
Le parole di ghali
“Pace? Armonia? Umanità?
Non ho sentito niente di tutto questo ieri sera, ma l’ho sentito attraverso i vostri messaggi.
Le persone sono ciò che conta davvero e, in un momento di così tanto odio, vi prego di non giocare il loro gioco e di rispondere sempre come vorremmo che il mondo fosse.
‘Ci sono cose da non fare mai’
Ghali“
Queste le parole pubblicate dall’artista sui social dopo la cerimonia. Sotto il post pubblicato da Ghali, sono arrivati anche messaggi di sostegno che hanno letto la serata nello stesso modo: non solo un momento artistico, ma un segnale su chi può dire cosa e fino a dove.
Sotto al post sono arrivati i commenti di alcuni colleghi. Da Fiorella Mannoia (“Noi non saremo mai come loro. Noi non saremo mai come loro.”) ad Alexia (“Un momento meraviglioso.”) passando per Mietta (“Sei un grande per tutti noi”).
Olimpiadi 2026 – Laura Pausini: l’improvvisa riscoperta dell’Inno sacro
Di tutt’altra pasta le polemiche verso Laura Pausini che, ricordiamolo, è sempre e comunque una delle poche artiste italiane riconosciute ovunque, chiamata a cantare l’Inno di Mameli davanti al mondo.
Tecnicamente impeccabile. Vocalmente solida. Elegante e sobria. Interpretazione personale, sì, ma preparata mesi prima e coerente. Eppure, una parte del dibattito si è concentrata solo su questo: troppo interpretato, troppo personale, troppo diverso. Ha storpiato l’Inno di Mameli.
Che poi il paradosso è evidente. Per anni l’Inno è stato considerato superato, poco amato, perfino imbarazzante al punto da proporre più e più volte di volerlo cambiare e con la metà del popolo italiano che non conosce nemmeno la seconda parte. Improvvisamente la Pausini riesce nell’impresa e l’Inno diventa intoccabile. Non per patriottismo profondo, ma perché qualcuno osa reinterpretarlo.
Su Laura Pausini si è riversato un meccanismo, ormai purtroppo noto nel nostro paese, che va oltre il gusto musicale, le capacità, la simpatia e l’antipatia. Qui si parla, sia per quel che riguarda parte della stampa, che per i social, di non riuscire a tollerare le persone che hanno successo e lo mantengono negli anni. E infatti, in modi diversi perché meno pronti a prestarsi a rispondere alle polemiche, lo stesso trattamento negli anni lo abbiamo visto su Tiziano Ferro e Eros Ramazzotti.
Se all’estero un artista, a maggior ragione se è donna, rivendica i propri risultati, magari anche con un bit*c dal palco, è una figa stratosferica che rivendica il proprio percorso, i propri sacrifici e i risultati, se lo fa un’artista italiana in Italia è spocchiosa.
La prova è davanti agli occhi di tutti andando a vedere gli articoli della stampa internazionale sulla Pausini, trattata con dovuto rispetto, e alcuni di quelli italiani dove non si parla quasi più nemmeno di musica, ma solo di polemica. Tra l’altro facendo passare la cantante, che ha solo affermato che lei parteciperebbe all’Eurovision perché secondo lei un’artista deve rappresentare e fare parte di un popolo, non di un governo, come filo israeliana.
Roba che ci viene voglia di adottare la Pausini come il WWF ha fatto col panda. Insomma una specie in estinzione di professionista della musica.
Mariah Carey: playback, fischietto e zero polemiche
Ed è qui che il confronto diventa inevitabile.
L’apertura internazionale della cerimonia è stata affidata a Mariah Carey, che ha cantato Nel blu dipinto di blu con tanto di gobbo – diventato virale – che suggeriva la pronuncia delle parole italiane. Poi uno dei suoi brani simbolo, con l’inevitabile fischietto finale. Quest’ultimo evidentemente in playback.
Eppure: nessuna polemica reale. Nessuna analisi tecnica. Nessuna indignazione collettiva.
Perché? Perché Mariah Carey è “internazionale”. È distante. Non tocca nervi scoperti. Non rappresenta nulla di irrisolto per il pubblico italiano. È un evento, non uno specchio.
Il punto non è chi ha cantato meglio
Laura Pausini ha cantato dal vivo. Ghali ha portato un testo necessario. Mariah Carey ha fatto uno show globale.
Ma solo due su tre sono finiti nel mirino.
Ed è qui che il discorso si chiude: le polemiche non nascono da quello che è successo sul palco, ma da chi lo ha occupato.
Ghali perché è scomodo. Pausini perché è troppo grande per vederla vicina a noi senza provare antipatia. Il resto scivola via senza attrito.
Forse non è la cerimonia a dividere. Forse è il fatto che, ogni volta che un artista italiano prova a rappresentare qualcosa di più complesso, ci ricorda che non abbiamo ancora deciso cosa vogliamo vedere riflesso.











