RECENSIONE: CANZONI DELLA CUPA – VINICIO CAPOSSELA

vinicio capossela

Non è mai facile recensire un disco di Vinicio Capossela, figuriamoci un’opera su cui il musicista nato ad Hannover ha lavorato per oltre dieci anni e che rappresenta l’esatto opposto di tutto quello che l’attuale mondo della musica definisce di facile ascolto. Canzoni della Cupa è un doppio album (composto da Polvere, registrato in massima parte nel 2003 e Ombra, che è stato invece realizzato fra il 2014 e il 2015) difficile, per non dire difficilissimo ma allo stesso tempo grande, per non dire grandissimo. Un’opera da museo del congresso, come direbbero gli yankee che a Vinicio, escluso papà Tom Waits, non è che piacciano molto.

Un lavoro dove il nostro va a riscoprire la musica folklorica dell’Alta Irpinia, dove sono nati i suoi genitori, con meticolosa cura e amore per i dettagli, trasferendo le acide ballad del Nick Cave contadino, del Bob Dylan pre Newport e del Tom Waits più acido e indigesto nell’ostico sud dei primi del novecento, fotografando memorie, tradizioni, controsensi, usi, costumi, credenze popolari, religiosità e spiritismo di paese. E in questo far west di polvere, sudore e spettri, il menestrello Vinicio taglia e cuce melodie fra lontani echi blues, carezze al pianoforte, trilli di violino, ombre al contrabbasso, senza dimenticare la lira cretese, la vihuela spagnola, chitarre tex-mex, echi balcanici, oscura tradizione popolare e sinistri riverberi. E lo fa alla grandissima, ricordandoci come il folk italiano sia, senza ombra di dubbio, anche e soprattutto questo.

A livello testuale si parla di quella mitica terra di frontiera ormai perduta che era il sud contadino, alle prese con i capricci dei muli (Scorza del Mulo), i matrimoni per fame (Il Lutto della Sposa), la velenosa scaramanzia (Maddalena la Castellana, Le Creature della Cupa), le fuitine d’amore (Il Bene Mio), i desideri di un lavorante per la sensuale padrona (La Padrona Mia), ma anche storie di licantropi (Il Pumminale), presunte bestiacce demoniache (La Bestia del grano), donne sfiancate dal lavoro nei campi (Femmine), malinconiche filastrocche di paese (La Notte di San Giovanni) e tutto quello che di utile la tradizione popolare possa regalare al cantastorie Capossela per scandagliare l’animo umano con siringate colme di realismo.
Nella Cupa ( una sorta di contrada oscura), i raggi del sole arrivano con il contagocce e la credenza popolare prospera fra visioni, maledizioni, contraddizioni e fantasmi. E oltre alla superstizione è lunga e grande la fame, la lotta di classe, le donne di facili costumi e quelle di rassegnata devozione a un divino che sfiora tutti senza poi toccare veramente nessuno.
In mezzo a queste storie di umanità assortite, celati desideri, lune nere, soprusi, sogni, ingiustizie, e sacrosanto fatalismo contadino, tra campi, paesi arroccati e ferrovie, la commedia animista della vita prende forma e si fa romanzo a più voci, testimone inconsapevole di tante piccole storie che insieme disegnano un’epoca.

Non vedo Vinicio da tanto tempo, anche se ancora ricordo con piacere le notti trascorse insieme a lui e a Tonino Carotone fra Genova e Milano. Ebbene in quelle notti di santi, peccatori e sorsate di vita bevute senza fretta, la sua visione era già forte, fortissima. Oggi, con Canzoni della Cupa, quella stessa visione diventa imponente e premia il coraggio di un artista che, seppur fra mille contraddizioni, sbavature e scelte più o meno discutibili, è sempre stato tenacemente fedele al proprio immaginario. Un immaginario che oggi sublima se stesso tracciando un percorso altissimo che consegna quello che fu il novello poeta dell’una e trentacinque circa al rango di monumentale cantastorie di quel passato che abbiamo masticato troppa in fretta, e proprio per questo ci è sempre risultato indigesto.
Oggi, dopo molti genitori surrogati, finalmente il folk italiano ritrova una propria dignità e un padre legittimo, inchiodato alle sue responsabilità dalla prova al dna di una sonata: Vinicio Capossela.
Il folk italiano ha finalmente trovato un padre legittimo. Sciapò.

BRANO MIGLIORE: La Notte di San Giovanni
VOTO: 8/10

TRACKLIST

1. Il Pumminale
2. Femmine
3. Il Lamento Dei Mendicanti
4. La Padrona Mia
5. Dagarola Del Carpato
6. L’acqua Chiara Alla Fontana
7. Zompa La Rondinella
9. Franceschina La Calitrana
10. Sonetti
11. Faccia Di Corno
12. Pettarossa
13. Faccia Di Corno – L’aggiunta
14. Nachecici
15. Lu Furastiero
16. Rapatatumpa
17. La Lontananza
18. La Notte è Bella Da Soli
19. La Bestia Nel Grano
20. Scorza Di Mulo
21. Le Creature Della Cupa
22. La Notte Di San Giovanni
23. L’angelo Della Luce
24. Componidori
25. Il Bene Mio
26. Maddalena La Castellana
27. Lo Sposalizio Di Maloservizio
28. Il Lutto Della Sposa
29. Il Treno

 

  Federico Traversa aka F.T. Sandman è scrittore e co fondatore di Chinaski Edizioni, casa editrice genovese indipendente. Ha scritto decine di libri a tema musicale: da Bob Marley alla prima biografia su Jim Carrol e altri ancora in collaborazione con Tonino Carotone, con il rapper Vacca, Babaman, gli Africa Unite e Don Andrea Gallo (quattro libri dal 2008 al 2012). E' autore insieme ad Andrea Napoli e con la collaborazione del rapper Tormento del libro “Who Shot Ya?”, sulla tragica morte delle leggende del rap Tupac Shakur e Notorious B.I.G. Nel 2014 a un anno dalla morte di Don Gallo, Federico pubblica “Camminare Domandando- Ultime conversazioni con Don Andrea Gallo” (Chinaski Edizioni).
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