D’IO – DARGEN D’AMICO – RECENSIONE

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La cosa bella di Dargen D’Amico è che, pur proponendo del sano rap, può essere tranquillamente inserito a pieno titolo nella nuova scuola dei cantautori italiani.
La cosa brutta è che questa cerchia di nuovi poeti è meno numerosa della comunità valdostana appartenente alla religione Sikh.
La cosa bella di Dargen D’Amico è che propone un songwriting lucido, spiazzante, gonfio di sensi e controsensi. C’è il pezzo intelligente ma che può tranquillamente passare in radio, c’è l’apparente nonsense, ci sono tanti passaggi personali e altrettante storie di vita raccontate immedesimandosi in situazioni non necessariamente facenti parte del suo vissuto. A differenza della maggior parte dei rapper, Dargen non abusa del proprio ego ma lo mette a disposizione della storia che racconta. Insomma è uno bravo, intelligente, con ottime capacità di scrittura e un cervello che ha fatto serenamente pace con l’assunto di non avere più 15 anni, che è quello che manca alla maggior parte dei suoi colleghi.

La cosa brutta di Dargen D’Amico è che a volte credo faccia fatica a capirsi lui stesso. Cercare il lampo di genio, l’intuizione particolare, il number a tutti i costi – per dirla all’americana – sovente può essere controproducente, soprattutto se la tua fanbase è composta da ragazzi abbastanza giovani, con una consapevolezza pari a quella di un cerino appena spento. Vero è che il pubblico di Jacopo è un filo più grandicello di quello di gran parte dei suoi colleghi, ma vero è anche che gente sopra i quarant’anni che si è comprata i dischi di Dargen D’Amico devo ancora incontrarne.

In questo suo nuovo album, D’iO, va però riconosciuto al rapper milanese un deciso balzo evolutivo in questo senso, con un disco che, pur mantenendo spessore e visioni distorte intatte, risulta meno ermetico per le orecchie dell’ascoltatore cresciuto con il sogno di interpretare la parte del tatuatore cazzuto nell’ultimo video dei Club Dogo. E non è cosa da poco. Lo zen consiglia di sbucciare e semplificare, e in questo nuovo lavoro Dargen ha cercato di farlo.
A partire dal primo singolo, bello e un po’ paraculo, di La Mia Generazione o nel suggestivo ritratto della Milano DUE ZERO UNO CINQUE di Amo Milano.
Certo i deliri non mancano, La Lobby dei Semafori, Las Vegas Honey, L’Amico Immaginario sono stralunate e geniali come e più del solito.
Quando poi fa denuncia sociale, Dargen spacca sul serio, Crassi snocciola una verità dopo l’altra, intingendo la penna anche nel difficile rapporto con il proprio padre. Una verve intimista che trova il suo zenit nella presa di posizione di Io quello che credo, nel dissacrante inno alla fratellanza di Parenti e nell’acida Lunedì Chiuso.
La mia donna dice che dimostra, invece, come si possa ironizzare sulle relazioni senza per forza indossare la maschera del macho tutto collane e tatuaggi e senza smadonnare sulla poveretta di turno che ti ha giustamente o ingiustamente mollato.

Anche se non sembrerebbe, Dargen è, a suo modo, anche un tipo spirituale, con una visione di sacralità ben lontana dai dogmi e dalle religioni, che contempla l’universo senza sconti ma con stupita meraviglia (L’Universo Non Muore Mai).
Modigliani è forse il passaggio più intenso dell’album, ed è assolutamente inutile che vi spieghi perché. La canzone va ascoltata e basta.
Lo spoken word di Essere Non è Da Me potrebbe tranquillamente passare per un inno alla filosofia vedica e alla meditazione trascendentale, con una visione dell’essere che si distacca dal relativo e si immerge nelle acque profonde dell’infinito, del campo unificato, della creatura uomo che si rivela cresta di un oceano più grande, a mollo in un infinito libero e consapevole.
Fermi tutti, questo è un disco rap, non il pamphlet di un aspirante guru in tuta da ginnastica! Dovrebbe parlare di donne di facili costumi, pompini nei privé, serate di devasto, paura di aver messo incinta quella cubista che ti aveva giurato di prendere la pillola, ringraziare la mamma perché è l’unica che ti capisce e concludere urlando all’Italia che i politici sono tutti ladri.

È questa la ricetta per vendere i dischi, fare ricchi firma copie in Fetrinelli, avere la pagina facebook che scoppia di likes e qualche marca d’abbigliamento sportivo che ti matcha anche il buco del culo.
Dargen ma che combini? Ma che cazzo, fratello, ma ancora non hai capito come gira la scena? Chiama Gué e Fabri e fatti spiegare due cose, capito? Sei talmente avanti che hai fatto il giro, ma il conto mi sa che ti è rimasto in rosso. Scherzi a parte, Dio ti benedica, fratello, sei merce rara di questi tempi, da proteggere come e più di quegli strafatti Koala dell’Australia. Continui a dare profondità, dignità e stile a un genere che i tuoi amici stanno calpestando senza vergogna da troppo tempo. Un brindisi sincero al tuo talento e alla tua intelligenza.

VOTO: 8

  Federico Traversa aka F.T. Sandman è scrittore e co fondatore di Chinaski Edizioni, casa editrice genovese indipendente. Ha scritto decine di libri a tema musicale: da Bob Marley alla prima biografia su Jim Carrol e altri ancora in collaborazione con Tonino Carotone, con il rapper Vacca, Babaman, gli Africa Unite e Don Andrea Gallo (quattro libri dal 2008 al 2012). E' autore insieme ad Andrea Napoli e con la collaborazione del rapper Tormento del libro “Who Shot Ya?”, sulla tragica morte delle leggende del rap Tupac Shakur e Notorious B.I.G. Nel 2014 a un anno dalla morte di Don Gallo, Federico pubblica “Camminare Domandando- Ultime conversazioni con Don Andrea Gallo” (Chinaski Edizioni).
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