INTERVISTA a TORMENTO: ” Dentro e fuori nasce dalla distruzione del mio lato più polemico, YOSHI”

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Una sera di quasi 20 anni fa riuscii finalmente a uscire con una tipa strana con cui ci provavo da un po’. E strana lo era davvero: faceva kickboxing, viaggiava un sacco e aveva un botto di tatuaggi, una rarità per l’epoca. Appena salita in macchina mise nella mia sgangherata autoradio una cassetta duplicata e si mise a girare una canna. La serata partiva bene, insomma, e a onor del vero devo ammettere che finì ancora meglio.

Da quella strana cassetta partirono le note di Sotto Effetto Stono e, di fatto, venni sverginato dal rap italiano.
Ci trovai rabbia, stile, vitalità, capacità di raccontare storie in cui potevo immedesimarmi. Ci trovai amore e vita, esattamente come nei tanti dischi rock che avevo ascoltato fino a quel momento. Da allora non considerai più il rap come una tamarrata da spot antibrufoli, ma un genere che poteva darmi tanto, tantissimo. E Tormento, che di quello strano duo sbocciato sui marciapiedi di Varese era il vocalist, divenne una presenza fissa nelle mie playlist.

Sono trascorsi quasi 20 anni e ne è passata di acqua sotto i ponti. Oggi faccio lo scrittore di professione e questo strano lavoro mi ha permesso di entrare in contatto con tanti musicisti noti e meno noti. Con alcuni è capitato di incrociarsi per un istante, con altri è nata stima e amicizia. Tormento appartiene sicuramente alla seconda categoria, quella degli amici intendo. Abbiamo avuto la fortuna di collaborare insieme a un libro di successo (Who Shot Ya – Notorious B.I.G. e Tupac Shakur storia del successo e della tragica fine di due leggende del rap di F.T. Sandman e Andrea Napoli che, se siete curiosi trovate qui), ho partecipato alla intro di un suo video (Io Sono Tupac che potete vedere qui) e per un periodo, anche se allora ancora non ci conoscevamo, abbiamo abitato a poche centinaia di metri uno dall’altro.

Massimiliano è un ragazzo d’oro, intelligente da far paura e ha un talento che levati. Un numero uno del genere sin dagli anni zero. Lo era con Fish nei Sottotono, lo è oggi che porta avanti una carriera solista consapevole, con un percorso che si rifiuta di strizzare l’occhio alle mode del momento e gli impedisce di fare cose che non sente completamente sue. Si chiama coerenza e va annaffiata pazientemente tutti i giorni come un bonsai.
Intervistarlo oggi, a qualche settimana dall’uscita del suo nuovo bellissimo disco, Dentro e Fuori, è un piacere che non posso fare a meno di condividere con i lettori di All Music Italia e con quelli che mi seguono nella mia rubrica Rap chiama Italia.

Ho ascoltato con attenzione il tuo nuovo album e devo dire che ci ho trovato dentro un mondo. Testi consapevoli, groove che spazia fra i grandi maestri del soul fino a Prince, sembri non essere mai stato così in forma. Possiamo definire Dentro e Fuori il tuo ground zero artistico?

Questo album è nato dalla distruzione del mio lato più polemico rappresentato da Yoshi. Basta sterili polemiche verso l’esterno, era giunto il momento di fare autocritica e guardare verso l’interno. Ho quindi scelto di lavorare su me stesso, cambiare la mia prospettiva sulle cose. E, per assurdo, quando intraprendi questo percorso, ti accorgi come l’universo si muova di conseguenza aprendosi a coincidenze che ti confermano che la strada intrapresa è quella giusta.

Il concetto di cambiamento e consapevolezza è presente nei tuoi lavori oggi come non mai. Quando dici tutto cambia se cambi tu mi sembra di sentire echeggiare gli insegnamenti dei grandi maestri indiani che sostenevano che, perché la foresta sia verde, bisogna che tutti gli alberi siano verdi. Non esiste bene collettivo se non esiste bene individuale e non esiste il bene individuale se non esiste il bene collettivo. Tutto è collegato. Come sei arrivato a questa piena comprensione della vita?

Sin da piccolo, a sedici diciassette anni, ho iniziato a praticare corsi di meditazione, leggere libri e interessarmi a determinati argomenti. Già In Teoria (l’ultimo album d’inediti dei Sottotono, nda) era infarcito di queste massime antiche, concetti che oggi ci servirebbero come il pane per mettere un minimo di ordine in mezzo a questa follia. Purtroppo l’Italia ancora non è pronta a raffrontarsi con simile tematiche. Negli altri paesi, per farti un esempio, già si accosta la fisica quantistica alla meditazione, si fanno riflessioni su come siamo fatti veramente, come l’acqua – e noi di conseguenza – rispondiamo agli agenti esterni, alle energie. Credo sia d’obbligo affrontare certi argomenti. Ho quindi cercato di realizzare un disco diciamo pop, con sonorità digeribili per tutti, ma che contenesse determinati messaggi e determinate massime importanti.

Tra l’altro oggi sei forse l’unico artista in Italia che si sta interessando non soltanto all’aspetto relativo ed esteriore della vita ma anche all’assoluto, al proprio sé, l’atma parafrasando gli antichi veda. E farlo in un disco di canzoni popolari, è un balzo evolutivo importante per la nostra musica. Così facendo riesci a raggiungere persone che abitualmente non si interesserebbero a determinati aspetti dell’esistenza.

Da questo punto di vista oggi è un bel momento da vivere, finalmente la scienza e le scritture antiche convergono sulla stessa cosa. Tutto l’universo è collegato, la metafora che facevi prima del bosco è molto bella, come è bello avere il supporto della scienza, soprattutto per quelli come noi, che fino a qualche anno fa venivano visti come dei pazzi mistici. Invece non è così! Peccato che l’Italia sia persa in questo balletto infinito di cronaca, politica e falsi problemi creati solo per distrarci e tenerci occupati.

Nel disco ci sono due bei feat con Guè ed Emis Killa, due rapper che solitamente propongono tematiche abbastanza diverse dalle tue e abitano una realtà mainstream che hai scelto di abbandonare.

Ho avuto un grosso successo quando ero molto giovane e questo mi ha portato ad avere forti contrasti con la scena hip hop, scena a cui ho sempre tenuto tantissimo. Per questo motivo mi sento vicino agli artisti che devono gestire un grosso successo, tipo Emis o Gué, e capisco le difficoltà che devono affrontare per gestire la fama e portarla avanti negli anni. La mia è stata quindi una scelta dettata dall’esigenza di dire: “Guardate ho fatto tanto underground, mi piace l’underground, ma questo non vuol dire che dobbiamo creare delle barriere ed essere divisi”. La cooperazione è l’unica soluzione, il mio vuole quindi essere un messaggio contro ogni barriera, una scelta di apertura verso collaborazioni underground – come ho fatto in passato con Esa, Primo e tanti altri – quanto mainstream come nel caso di Gué ed Emis.

Vocalmente sei come il vino, migliori con gli anni e rimani forse uno dei pochi rapper in Italia a saper cantare senza il vocoder. Continui a lavorare sulla voce? Quant’è stato difficile interpretare un pezzo come Alba?

Ho sempre sognato di possedere una spinta come ho ottenuto in Alba, bella piena, sicura, cantata. Continuo da anni a studiare sulla voce, ci sono in giro maestri bravissimi che ti insegnano tantissime cose. Grazie a questo percorso mi è venuto semplice registrare la canzone. Se ascolti il disco vedi che c’è anche uno studio che ho portato avanti sulle basse, ho abbassato il timbro e sviluppato maggiormente le armoniche che avevo sulle basse e la cosa si sente nei ritornelli. Quindi c’è stata la voglia di estendere vocalmente verso l’alto ma anche il desiderio di arricchire tutto quello che c’è in basso. È un po’ quello che dico anche ai giovani, faccio sempre delle lunghe spiega ai nuovi rapper che mi passano sotto tiro, dicendo loro che la voce va allenata e migliorata ogni giorno. Se senti i neri hanno una presenza vocale innata, che proviene dal modo in cui parlano, quindi il rapper deve imparare a mantenere quella tensione vocale su tutte le parole e per farlo bisogna lavorare sulla propria vocalità continuamente. D’altronde la musica è proprio questo, un lavoro costante su se stessi. Kurt Cobain già a sei anni aveva la chitarra in mano e l’ha suonata così tanto da sviluppare la scogliosi. Studiando i grandi è evidente come la musica sia studio, studio e ancora studio. Genio e poi studio. E come studi un pochino ed ecco che già arriva la risposta dagli strumenti e dalla tua voce a confermarti la validità di quello che stai facendo. Devi solo trovare la forza di iniziare, perché come inizi arrivano le soddisfazioni.

Solitamente il mantra della musica è largo ai giovani e la convinzione che arrivati a una certa età il meglio, artisticamente parlando, sia già stato cagato. In questo 2015, almeno in Italia, mi pare stia invece accadendo l’esatto contrario. Sei uscito tu, sono usciti gli Africa Unite e i Negrita. Per lavoro mi è capitato di recensire tutti e 3 questi album e sono di livello assoluto. Come te lo spieghi?

Beh se vedi la scena rap, mai come adesso la vecchia generazione sta facendo il culo ai giovani. Prendi Marra, Gué, Fibra, eccetera, eccetera. Questo nasce dal fatto che i giovani hanno tanti imput – e infatti hanno creatività, spontaneità, idee – ma poco studio. È un po’ la società di oggi che ti porta a conoscere tante cose ma ad approfondirne poche. Inoltre mai come oggi chi ha un po’ più d’esperienza sa come muoversi in questo business malato della musica mentre i giovani, se non hanno alle spalle un produttore d’esperienza o qualcuno che ha masticato questo mondo, fanno fatica.
Devo dire che noi ci proviamo a dargli una mano, siamo aperti a tendere la mano, con Shablo proprio questa settimana eravamo in studio con Easy One, che è un giovanissimo di grande talento. Il problema è che spesso i giovani non ci cagano, vogliono fare da soli ma senza qualcuno d’esperienza che li segue, che sa come muoversi in questo delirante business, finiscono col perdersi e restare a confinati a vita nel mondo di YouTube.

Ora fammi fare un po’ il curioso e lasciami rovistare in una fantomatica valigia che ti porteresti per un viaggio improvviso. Tre libri e tre dischi che ci metteresti dentro?

Domanda difficilissima. Oggi come oggi, grazie alla tecnologia mi farei una playlist con un milione di tracce, ah ah. Dovendo stringere, certamente porterei un paio di dischi di D’Angelo, che è un grandissimo, un numero uno proprio. L’ho visto in concerto a Milano l’altro ieri e… mamma mia! Una cosa incredibile, fa cose difficilissime con una naturalezza spaventosa. Anche fisicamente è tornato in formissima, e poi ha una band pazzesca, è stato un live eccezionale.
Poi porterei qualcosa di nuovo, ultimamente sto ascoltando tanta roba nuova. Mi piace molto Joey Badass, questo giovanissimo rapper di Brooklyn veramente bravo, che presenta tematiche molto impegnate.
Per quel che riguarda i libri, adesso sto leggendo Messaggio per un’aquila che si crede un pollo di Anthony De Mello che mi sta piacendo parecchio. È la storia di un’aquila cresciuta tra i polli che a un certo punto si rende conto di essere appunto un’aquila e non un pollo. E siamo un po’ tutti così, ci fanno credere di essere dei polli quando siamo aquile che hanno solo smarrito la capacità di volare.
Un altro libro che porterei con me è Super Brain di Deepak ChopraRudolph Tanzi. Chopra è un medico ayurvedico indiano incredibile, in America è famosissimo soprattutto fra le star. Alcuni suoi libri mi hanno salvato la vita, ti spiega come alimentarsi, come lavarsi, l’uso delle energie, come riacquistare la tua purezza.
E come terzo volume forse metterei in valigia un testo un po’ pazzo ma assolutamente da leggere: Introduzione alla Pernacultura di Bill Mollisson.
La Permacultura è l’arte di combinare le conoscenze provenienti da discipline diverse (agricoltura naturale, climatologia, botanica, ecologia, bioarchitettura) per progettare in armonia con la natura. L’obiettivo della permacultura è quello di creare un sistema ecologicamente efficace ed economicamente produttivo, in grado di soddisfare le esigenze, evitando qualsiasi forma di sfruttamento e inquinamento, e quindi sostenibile nel lungo periodo.
Questi tipi, autentici mostri, rinverdiscono deserti, creano paradisi in terra, ridisegnano il territorio, ridistribuiscono gli esuberi fra le persone e l’ambiente. Una scienza davvero illuminante che consiglio a tutti di approfondire. Anche in Italia si fanno incontri di permocultura dove si insegna ai bambini a piantare gli alberi e rispettare l’ambiente, peccato che i media di massa non ne parlino mai.

Ecco, tornando a media e televisione, parliamo di talent; il tuo parere mi interessa, visto che hai dovuto gestire il successo da giovanissimo. Li ritieni un’opportunità o una disgrazia per i giovani musicisti?

L’ho sempre vista come una grande opportunità, anche se si rischiano cadute rovinose. Oggi non esistono più quelle grandi star da milioni di dischi tipo Madonna o Michael Jackson che riescono ad avere successo per una vita. Sono cambiati i tempi e bisogna lottare duramente per restare sulla cresta, accettando anche periodi di calo e insuccessi. Quindi deve nascere una nuova visione della cosa, comprendendo come il successo sia destinato a diventare una cosa che va un po’ a cicli fatti di alti e bassi.
La cosa importante è solo essere preparati e sicuri di quello che si propone quando arriva la chiamata televisiva o la possibilità di esibirsi per il grande pubblico.
Nei talent rivedo spesso tanti giovani bravi delle varie città italiane che magari ho avuto modo di conoscere durante i miei tour. Il problema è che spesso quando sono in tv li ritrovo meno potenti e incisivi di come avevo avuto la fortuna di conoscerli fuori dal contesto televisivo. La tv, lo sappiamo, ti mangia e poi ti sputa, sta all’artista tutelare se stesso e andare lì con la propria visione e quando è veramente pronto.

Senza considerare che sono posti dove il talento non viene alimentato ma contenuto, annacquato e reso appetibile a quello che si pensa siano i gusti del pubblico televisivo. E questo modo di fare l’arte non la perfeziona, la ammazza. Ricordate nel film Rocky III quando Mickey, il vecchio allenatore, dice a Balboa prima di un match che poi avrebbe perso: “Rocky, ti è capitata la cosa peggiore che possa capitare ad un pugile: ti sei civilizzato”.
La stessa logica si può applicare ai talent televisivi. L’artista addomesticato è un artista morto, che se ha fortuna resuscita come mero intrattenitore ma intanto il talento corre da un’altra parte… A te hanno mai cercato di anestetizzarti? Di renderti più vendibile?

Ma guarda che a cercare di annacquarti, più che i discografici o i media in generale, è il pubblico che dagli artisti che ama vuole sempre la stessa cosa. Così la discografica viene da te e magari ti dice: “ragazzi il pubblico vuole questo da voi, fate pezzi simili”. Ed è esattamente quello che mi sento dire dalla gente tutti i giorni; quindi sta a te come artista decidere cosa dare al tuo pubblico – perché è giusto regalare delle canzoni che sai possano piacere a chi ti segue – però dall’altra parte non scordarti che il compito dell’artista è crescere e sperimentare. E allora, al di là delle televisioni, della major o di chicchessia l’intermediario, è l’artista che a priori deve capire quale strada vuole intraprendere, senza per questo demonizzare chi sceglie di realizzare canzoni più pop o chi invece decide di seguire una strada più impegnata. L’importante è esprimere la propria arte nella maniera più autentica possibile.

Sono padre da un anno e mezzo e, complice l’età, sono diventato più sentimentale. Un mondo nei tuoi occhi mi ha commosso, non mi vergogno a dirlo. Un figlio cambia tutto, chiude col lucchetto le porte della follia e apre nuovi scenari di luce. A te quanto ti ha cambiato?

Essere padre ti apre davvero il chakra del cuore, e questa apertura l’ho sentita tutta; se poi riesci a mantenere questa fase magica dove vieni proiettato – senza ripiombare come facilmente accade nell’elica di tutta la lunga serie di problemi materiali che abbiamo tutti – puoi godere delle gioia di camminare a un metro da terra, in quel mondo meraviglioso dove camminano i bimbi. A me ha fatto proprio bene.
E poi ha cambiato la mia visone dell’arte. Oggi credo in una comunità di artisti che si esprimono liberamente senza divisioni o preconcetti. Vedere mio figlio che a un anno e mezzo ballava il Gnam Gnam style pensavo mi avrebbe fatto rabbrividire, visto che avevo sempre considerato quella roba come il ‘diavolo’. Ma quando poi è successo, ho capito che l’unica cosa importante della musica è che ti faccia stare bene. Recentemente ho iniziato proprio uno studio sul suono per capire come influisca il nostro corpo e ho appreso che il suono cambia proprio la composizione delle cellule, è un mondo…

Sei un artista rispettato, un padre di famiglia e hai appena realizzato un ottimo disco con cui far ballare e pensare l’Italia. E adesso? Dove ci porterà the artist formery knows as Tormento?

Sicuramente, visti gli studi che sto facendo suoi suoni, cercherò di sviluppare una musica che, a prescindere da parole e testo, possa trasportare il corpo da un’altra parte, con un approccio curativo e terapeutico. Sto già lavorando e registrando in questo senso e sono caricatissimo.

Noi del tuo zoccolo duro, come sai, non smetteremo di seguirti. Alla prossima amico mio.

Ciao Fede, spero ci beccheremo presto in giro per l’Italia.

Capiterà, come sempre, lungo il cammino. Un abbraccio

SEGRETI – OFFICIAL VIDEOCLIP

  Federico Traversa aka F.T. Sandman è scrittore e co fondatore di Chinaski Edizioni, casa editrice genovese indipendente. Ha scritto decine di libri a tema musicale: da Bob Marley alla prima biografia su Jim Carrol e altri ancora in collaborazione con Tonino Carotone, con il rapper Vacca, Babaman, gli Africa Unite e Don Andrea Gallo (quattro libri dal 2008 al 2012). E' autore insieme ad Andrea Napoli e con la collaborazione del rapper Tormento del libro “Who Shot Ya?”, sulla tragica morte delle leggende del rap Tupac Shakur e Notorious B.I.G. Nel 2014 a un anno dalla morte di Don Gallo, Federico pubblica “Camminare Domandando- Ultime conversazioni con Don Andrea Gallo” (Chinaski Edizioni).
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