INTERVISTA a JENA: “Io non vivo, corro e muoio: sono un uomo da corsa!”

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Arriva da una grande avventura, lunga vent’anni, nelle vesti di frontman dei Blak Vomit – gruppo punk da lui fondato alla fine degli anni ’80 e molto attivo in tutto il Nord Italia – e ora ha deciso di reinventarsi per il suo pubblico, con un album da solista d’imminente uscita: all’anagrafe è Gianluca Favero, ma per tutti il suo nome è diventato solo uno, JENA.

In attesa dell’uscita del disco da solista che si intitolerà Bruklin e che arriverà il 25 settembre su iTunes e in tutti i principali digital store per la label indipendente Musica Cruda (distribuito da Believe Digital), All Music Italia ha voluto fortemente intervistare Jena in occasione di questa nuova avventura.

Ma prima di iniziare ecco una piccola sinossi del disco, tratta dal comunicato ufficiale:

In questo album, Jena racconta le sue esperienze di vita e la quotidianità che lo circonda, restituendo a chi ascolta una moltitudine di interpretazioni e di immedesimazioni possibili: dal carcere alla prigionia morale, dalla riva del fiume tranquillo allo scorrere angosciante del tempo, dalla ricerca dell’eccesso alla monotonia delle tentazioni. Storie di tutti ma non per tutti, permeate come sono dal disincanto e dal realismo del rocker, dal suo atteggiamento sfidante nei confronti della vita.”

Bruklin è stato anticipato da un energico singolo apripista, Uomo da corsa, ed è il primo capitolo di una nuova storia che l’artista intende scrivere nella sua carriera musicale. Ma di tutto questo (e di molto altro!) abbiamo parlato col diretto interessato nell’intervista che trovate subito dopo il video.
Buona lettura!

Ciao Jena, bentrovato! Questo è il tuo momento: dopo una lunga carriera nei Blak Vomit, rinasci alla musica con un progetto solista.
Come hai preso questa decisione?

Ciao! Questa decisione è arrivata in modo molto naturale, è stata spontanea. Sai, quando iniziano a calare le motivazioni all’interno di una band, magari non te ne accorgi subito, lo comprendi piano piano… Ad esempio, vedere che alle prove, uno dei componenti sta seduto e non in piedi – soprattutto col genere di musica che facevamo noi – è già un segnale. Inoltre, con quel progetto avevamo un repertorio molto impegnativo, con un sound energico, molto fisico: e se non sei motivato, quella musica lì non la puoi fare.

Cosa vuol dire diventare solista dopo aver suonato per vent’anni in una band?

Anche nei Blak Vomit ero io a scrivere i pezzi e sapevo che, prima o poi, avrei dovuto fare questa scelta. Essere solista vuol dire, anzitutto, che le decisioni sui pezzi sono al 100% tue; è chiaro che col produttore o col fonico si fanno sempre delle valutazioni, però non sei lì a contrattare su come fare la batteria, a discutere sui due colpi in più o un colpo in meno, perché gli arrangiamenti li decidi tu. È più interessante come cosa anche a livello proprio personale, oltre al fatto che ti senti più sereno, perché per dire, non c’è il compagno di band che suona il pezzo controvoglia, perché magari non è d’accordo con le tue scelte. Certo, finora si è parlato della fase di registrazione delle canzoni, ma anche per i concerti, in cui suoni con la tua formazione di musicisti, vale grossomodo la stessa cosa: sei tu quello che prende le decisioni.

L’11 giugno è arrivato Uomo da corsa, il singolo apripista al tuo nuovo album Bruklin.
Qual è la forza di questo brano?

C’è questa frase,“Io non vivo, corro e muoio, che a mio modo di vedere, mette pienamente a fuoco la fase attuale della vita, un po’ di tutti: in generale, viviamo al limite, corriamo. Il brano l’ho scritto circa un anno e mezzo fa: è basato su un giro armonico molto semplice, ma credo, di buon impatto.

Una strofa recita: “La mia speranza la proteggerò da un amore bestiale e un lavoro totale”.

Sì, quando scrivo “lavoro totale“, intendo il lavoro che ti prende tutte le energie e che ti fa pensare solo a quello: anche quando riesci ad andare in vacanza una settimana da qualche parte, non fai in tempo a prendere l’aereo che devi già tornare e ti sembra che il tempo sia volato e tu non te ne sia accorto, oppure che hai fatto un sogno.

“Un amore bestiale” è l’amore vissuto in modo un po’ soffocante, quello che ti condiziona, che non ti fa sentire libero, ma che nonostante ciò, non hai la forza di lasciare, perché è troppo forte.

Ti senti un uomo da corsa?

Beh sì, sicuramente: sono un tipo frenetico e divento molto ansioso quando deve succedere qualcosa che ho a cuore. È chiaro che il singolo vuole raccontare una realtà universale, ma c’è anche autobiografismo.

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A settembre, un mese molto gettonato per le nuove uscite discografiche nel nostro Paese, arriverà il tuo Bruklin.
Perché questo titolo? Sarà un concept album o un’antologia di brani a sé?

Il titolo, Bruklin, devo averlo sentito in televisione, o forse l’ho sognato: fatto sta che mi è arrivata questa parola, mi è piaciuta, suonava di brutto. Si potrebbe dire un’intuizione, ad ogni modo era già successo molto spesso in passato con i titoli dei miei precedenti lavori.

Detto questo, io non cerco mai di scrivere un album con quella finalità, e cioè perché venga fuori concettuale, ma in qualche modo, andando a rileggere i testi, mi son reso conto che i pezzi di Bruklin sono tutti collegati. Ti dico con franchezza, non è stata una cosa voluta, però è vero che quando scrivi, ti capita quel periodo in cui componi otto, dieci, quindici pezzi, che sono frutto dello stesso stato d’animo o delle medesime riflessioni.  Qualcuno poi lo scarti, in vista dell’album… Di sicuro, quando torni a scrivere la volta successiva, non ricerchi più le stesse cose, parti da altri spunti.

Quanto tempo ti ha preso realizzare l’album?

Da quando ho iniziato a lavorarci con la consapevolezza della pubblicazione, è passato un anno e mezzo: in questo tempo abbiamo registrato le diverse tracce con delle sessions di due o tre giorni per volta; in qualche caso, riascoltando il risultato, abbiamo deciso di apportare ulteriori cambiamenti per arrivare al prodotto definitivo.

Ho avuto il piacere di ascoltare Bruklin in anteprima e mi ha molto colpito sul piano sonoro: sembra che questo disco arrivi dal passato, con questo sound crudo, poco digitale, direi anacronistico. Se non sapessi che uscirà quest’anno, lo avrei collocato alla fine degli anni ’80… 

Io devo fare qualcosa in cui mi senta a mio agio, c’è poco da fare: specialmente quando sei più grande e più consapevole di te stesso, è così. Non si può far la canzone leggera, che parla della spiaggia, fatta per l’estate… O meglio, se ce l’hai dentro, sì, la fai; diversamente, non puoi metterti a tavolino a scriverla. Poi, secondo me, quando perdi di coerenza non realizzi mai nulla di positivo, anzi finisce che a posteriori te ne penti.

Bruklin lo abbiamo registrato alla vecchia maniera, con i musicisti che eseguivano il pezzo dall’inizio alla fine, senza tagli, neanche per dire, a riprendere un ritornello col copia-incolla perché è venuto bene, come si usa fare oggi per risparmiare tempo e soldi.

Avevi in mente qualche preciso riferimento artistico in fase di produzione? Ascoltando i pezzi, a me personalmente arrivano due immagini: gli Skiantos e i Litfiba.

Beh, ci può stare, sì: fanno parte della mia storia di ascolti musicali. In particolare, i Litfiba sono stati il primo gruppo in Italia a cui mi sono appassionato, penso che abbiano influenzato molto la scena rock italiana: quando sono usciti, avevi la sensazione che, nonostante non cantassero in inglese, il loro messaggio e la loro energia non perdessero nulla nella nostra lingua.

Ora cosa ascolti di solito?

Soprattutto negli ultimi tempi, ascolto tendenzialmente musica degli anni ’70, anche italiana: c’era una bella magia in quel periodo, mi piace l’uso che si faceva delle parole, mi piace Lucio Battisti in alcuni pezzi in cui esce con un’anima molto forte.

L’ultima traccia del disco non è un inedito, ma una nuova versione di Mai, brano che in passato hai suonato con i Blak Vomit e che ora riproponi in un’esecuzione più introspettiva, pianoforte e voce.
Vuole essere questo un commiato finale nei riguardi del tuo gruppo storico?

Mai è un brano di grande intensità: ho coinvolto un pianista e lo abbiamo registrato subito, senza aver fatto grandi prove. Mentre la cantavo, sentivo che stavo facendo qualcosa di importante, del resto è il fascino di essere accompagnati da un pianoforte. E devo dire che sì, vale un po’ la cosa che hai detto: l’ho posta in chiusura come una sorta di sigillo. In futuro voglio fare nuove sperimentazioni musicali, usare strumenti che non ho mai adoperato nella mia carriera.

Quando ti ascolteremo dal vivo?

Dunque, il disco uscirà il 25 settembre e stiamo organizzando una presentazione a Milano, dopodiché senz’altro farò una serie di date dal vivo, ma tutto questo subito dopo il rilascio di Bruklin.

Ti posso dire che stiamo già preparando il live e che le persone che mi accompagneranno sul palco non saranno le stesse che han lavorato con me in studio di registrazione: la formazione dei concerti prevede – oltre a me, alla voce – Lorenzo Risetti alla batteria, Marco ‘Soflan’ Gallazzi alla chitarra e Alessandro D’Angelo al basso.

Qual è l’augurio che fai a te stesso per il futuro?

Spero di avere sempre delle motivazioni per scrivere e per continuare a suonare, perché la musica fa parte della mia vita. Adesso che il disco è pronto, sto già pensando al prossimo e, come ti dicevo, voglio fare cose nuove e sperimentare strumentazioni diverse dal passato!

Bene, allora non mancare di tenerci aggiornati! Grazie del tuo tempo e della tua disponibilità, Jena. Buona estate e alla prossima!

Si ringraziano Camilla Pusateri e l’etichetta Musica Cruda per quest’intervista.

  Salentino, studio Lettere (curriculum classico) all’Università e la Lingua dei Segni italiana presso l’ENS di Lecce. Già blogger occasionale per “un Filo-Blues” (all’interno di 20centesimi.it) e membro dell’Osservatorio Musicale Salentino, nato a seguito di un corso di critica musicale dell’Università del Salento. La mia vocazione è il canto, in più suono il pianoforte e mi piacciono molto la black music, il cantautorato – amore profondo per quello un po’ stagionato! – e gli strumenti dalle sonorità naturali, come l’armonium.
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