INTERVISTA A RENZO RUBINO

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Renzo Rubino, fresco di podio sanremese con il brano “Ora“, è nel numero degli artisti più brillanti del nuovo cantautorato italiano.

Dal 14 aprile in giro per lo stivale col “secondo RUBINO TOUR“, la sera del 18 Venerdì Santo, il cantautore è approdato finalmente, col suo spettacolo itinerante, a Martina Franca (TA), la città natia – per la gioia di familiari, amici e una moltitudine di sostenitori, intervenuti all’evento presso il Cinema Teatro Verdi.

Nonostante l’ora tarda e un po’ di stanchezza post concerto, Renzo si è offerto con molta gentilezza, di rispondere alle mie domande per l’ intervista di All Music Italia.

Renzo, è un gran piacere incontrarti e ti sono grato per esserti fermato qui con me, dopo il live magistrale di stasera. Hai suonato per il tuo pubblico, nella tua Martina Franca. Come ti senti?

Libero, felice, soddisfatto… aver ritrovato gli amici, i parenti; aver condiviso una serata con le persone che mi hanno sostenuto e son cresciute con me, le stesse che hanno visto la mia crescita personale di uomo e di artista. È stato un momento davvero incredibile per me.

Dai tempi del primo spettacolo musicale “Pianafrasando” ad oggi, com’è maturato Renzo? Quali sono le lezioni più importanti – oppure più pesanti, se vuoi – che hai imparato sulla tua pelle di cantautore e di uomo?

Questo è un mondo difficile, un mondo veramente complicato, perché hai a che fare con tante tante persone. Ovviamente, il mio è un lavoro: si produce e il prodotto dev’essere veicolato. Ma per me è, più di tutto, una necessità, è una bellezza, è una condivisione: non è semplice prodotto. È faticoso eh, ci si fa il mazzo, ma se si crede in un progetto o in qualcosa, se si è veri – e cioè autentici, non tradendo mai la propria verità – ce la puoi fare… ce la puoi fare, ma è fondamentale non tradire mai se stessi secondo me, non scendere davvero a compromessi.

Tra le altre cose, hai fatto il pianista in un night club. Domanda: ma che repertorio suonavi? C’è qualche episodio simpatico o curioso che ti è rimasto impresso?

Suonavo di tutto, le signorine sceglievano le scalette! Per esempio, quella di Anca cominciava con la Pausini, “Vivimi senza paura…” (Renzo canticchia, ndi) e si concludeva con la ragazza che toglieva le mutandine su “All’alba viiinceròoo!” (ancora Renzo intona il finale, ndi). Ed era una sua scelta! Così tutta la gente s’alzava in piedi in quel momento e quasi quasi piangeva dalla commozione! Grandi ricordi, grandi ricordi…

Canti e suoni con gran passionalità, ma (forse) più di tutto, ami raccontare delle storie, tant’è vero che hai dato il titolo “Farfavole” al primissimo disco. Che bambino sei stato? Ti piaceva leggere o ascoltare racconti fantastici?

Sì, “Farfavole” è un disco che esiste, ma non esiste, un po’ come i sogni. Perciò il mio primo disco è stato un sogno, un EP che rappresenta effettivamente il mio primo passo importante. Da bambino mi divertivo, ero un cialtrone! Mi piaceva andare in giro, sbucciarmi le ginocchia, giocare a pallone, non studiare… suonare le cose che piacevano a me e così, leggere le cose che piacevano a me!

63mo Festival della canzone italiana

A volte hai composto dei brani partendo da persone a te molto vicine, e questo è il caso di “Lulù” e di “Balletto telefonico”, che raccontano dei tuoi nonni. Qual è il brano che fra tutti, parla più profondamente di te?

Non lo so in realtà, vuoi o non vuoi in tutte le mie canzoni c’è un po’ di me. Adesso ti direi “Per sempre e poi basta”.

Capitolo Sanremo: che consiglio ti hanno dato i tuoi affetti, prima di partire per andare a gareggiare al Festival tra i Big? Qual è invece, quello che tu hai dato a te stesso?

Mah, i consigli erano di svariati e quindi, ho tentato di non ascoltarne nemmeno uno! Dai capelli, fino alla scarpa e al calzino… Ma non solo da mia madre e mio padre, bensì da tutti! Di conseguenza, ho scelto di non ascoltare nessuno, ma semplicemente di andar lì e divertirmi, giocare senza pensare a niente, perché poi effettivamente lì si fa musica. C’ è chi la sente come una gara, c’è chi lo fa perché vuole vincere ed è incarognito, però secondo me, resta un palcoscenico dove si fa musica, perciò mi sono autoimposto di fare semplicemente questo, musica, e di divertirmi. …Perché la musica ormai non la fanno più i musicisti, bisognava far qualcosa per rimediare!

Che differenze hai trovato tra l’esperienza dello scorso anno e l’ultima?

L’anno scorso ero incosciente, per me era tutto nuovo, un sacco di facce nuove, non sapevo da dove cominciare! Invece quest’anno conoscevo tutto e davvero, ho deciso di cavalcare l’onda. Sapevo cosa fare e ho affrontato Sanremo con molta più serenità.

Nella serata dei duetti, con la collega e amica Simona Molinari, hai interpretato “Non arrossire” di Gaber. Mi piacerebbe sapere cosa ti ha portato a rispolverare questo delicatissimo brano.

Mi sono appassionato a Gaber per vari motivi e poi, l’estate scorsa, sono stato invitato al Festival in suo onore, a Viareggio, dove ho cantato due suoi brani (“Se io sapessi” e “L’abitudine”, ndi) e mi sono accorto che il pubblico era vivo, reale, attento… come dire, esisteva, aveva voglia di ascoltare! “Non arrossire” è talmente bella per la sua semplicità, che mi sembrava giusto pescare quella, inoltre è la canzone che l’ha reso celebre.

Su Spotify hai creato una playlist intitolata “Le mie canzoni preferite”. Tra i vari Radiohead, Dalla, Zero, Antony & The Johnsons e via discorrendo… a chi, tra i tuoi miti, ruberesti di tutto cuore un brano dal repertorio? E quale?

“Cara” di Lucio Dalla… quello è “mio”.

La nostalgia è un sentimento che sovente lasci trasparire in ciò che scrivi. Purtuttavia in alcuni dei tuoi testi, sembra quasi che esorti chi ti ascolta ad abbracciare l’ebbrezza della vita così come viene, senza preoccuparsi del tempo. Come si conciliano questi due aspetti in contraddizione per Renzo Rubino? Se si conciliano, naturalmente.

Si conciliano: la nostalgia bisogna crearla, perché se non ce l’hai vuol dire che non hai vissuto, questo è fondamentale. Io dico di vivere più è possibile e ciò non significa necessariamente lanciarsi col paracadute o fare bungee jumping. Intendo il vivere anche la quotidianità, condividere un caffè con l’amico… occorre rifuggire la monotonia, ecco tutto.

Ultima domanda. In passato ti sei autodefinito “cantamusicattore” e hai detto inoltre, di vedere il teatro come il tuo luogo ideale, in cui ti puoi esprimere pienamente. Tra i tuoi progetti futuri, c’è forse l’idea di scrivere un’opera musicale?

Ma guarda, la verità è che il teatro mi piace un sacco! Lo sento il luogo ideale, perché riesce a rendere a quattro dimensioni qualcosa di fantastico. Quindi il mio desiderio, un giorno, è di trasformare sempre di più e di lavorare su questa potenzialità… un’idea forse è quella di creare un disco con personaggi veramente nuovi, magici, per poi portare tutto in teatro.

In chiusura di intervista, facciamo un piccolo giochino musicale.
Sulla falsariga del più famoso “Chi butti giù dalla torre?” …Renzo, a chi rompi il disco?

Arisa o Raphael Gualazzi?
Vinicio Capossela o Samuele Bersani?
Al Bano o Renzo Arbore?

…Ma mi piacciono tutti! Non ce la faccio a fare una roba del genere, anche se per gioco. Arisa e Raphael mi piacciono entrambi, davvero… Samuele l’ho sentito proprio l’altra sera, Vinicio lo stimo tantissimo… Al Bano mi ha invitato a Cellino San Marco, mentre con Renzo Arbore ho avuto un bellissimo incontro. Facciamo che… non rompo il disco a nessuno e li tengo tutti!

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IL CONCERTO

18 aprile 2014, ore 22, Teatro Verdi di Martina… È il momento, si comincia!

Mentre i suoi musicisti storici, Gli Altri, sono già sul palco strumenti alla mano, Renzo fa il suo ingresso nella sala buia: esce dalla porta di servizio sul lato sinistro del palco e guadagna la scena passando davanti alla platea, con un travestimento grottesco e ingombrante che lo fa rassomigliare a un grosso animale fra il pollo e il drago, e con un elmo tempestato di paillettes dorate sul capo.

In un momento, il pubblico è catturato ed entusiasta: si parte con un brano dell’ultimo album, è “La fine del mondo“, che l’artista esegue al piano nonostante il grosso vestito, tolto subito dopo tra gli applausi.

Di lì in poi, il concerto prosegue a ritmo sostenuto: Renzo vuole donarsi tutto al suo pubblico, lo trascina, lo ammalia, si muove divertito sullo sgabello non appena aumenta il groove dei brani; e ciò partendo proprio da “Ora“, uno dei pezzi forti posto anch’esso al vertice della scaletta, che accende il cantautore, come quasi riuscisse a ballare una tarantella sul posto e da seduto… “seduto” per così dire.

Vi racconto la scena: è molto calda e crepuscolare, il piano si trova leggermente decentrato, ma in posizione privilegiata e ha, alla sua sinistra, una struttura complessa simile a un albero, realizzata con tante lampade da studio che tessono riflessi di diverso colore a seconda del momento e del brano.

Gli Altri hanno giacche con risvolti di tessuto e led, si trovano attorno al piano formando un semicerchio, mentre altre lampadine intervengono abbagliando ora dal basso, raccolte sul pavimento in cespugli voltaici; ora dall’alto, come stelle appese.

E alla tappa di Martina Franca, di fronte al pubblico di casa, certo Renzo non poteva non concedersi un po’ di sano campanilismo, invitando sul palco un ospite molto gradito, Benvenuto Messia, anch’egli importante personaggio martinese, col quale ha duettato appunto sulle note di “Martena maje“, canzone-omaggio di Giovanni Griffi alla città.

Così come un altro omaggio, questa volta a Giorgio Gaber, è stata la cover di “Non arrossire“, interpretata con grande cura e trasporto dal giovane artista, in uno dei pochi momenti della serata in cui non è al piano, ma canta in piedi di fronte alla platea: indimenticabile resterà il nonnino in prima fila, che commosso a fine canzone, si alza dalla poltrona con uno scatto e incita con ampi gesti, gli altri ascoltatori a seguire il suo esempio e a battere le mani.

A conferma che, come Renzo ha rivelato poc’anzi al microfono, davvero “c’è ancora bisogno di poesia” e occorre scortarla lì dove serve e col coraggio di essere se stessi, anche si trattasse di voler “suonare Wagner in Israele” – critica che gli fu rivolta alla sua prima partecipazione sanremese nei Giovani, circa il contenuto omoerotico del brano proposto. E ha poi aggiunto: “si Deve suonare Wagner in Israele!

I minuti (s)corrono forte, anche se, attraversando alcuni brani, sembrano rallentare un poco, il tempo di un’emozione più profonda. Ciò accade quando Rubino esegue “Sete” – che ha rischiato di diventare di un’altra interprete, Arisa, ma che fortunatamente è entrata in “Secondo Rubino” – e la superba “Per sempre e poi basta“, che dal vivo più che una canzone, è un incantesimo.

Ma questo è anche il caso de “L’altalena blu” che – solo dopo un accorato bis de “Il postino (Amami uomo)“, con gli spettatori in piedi a ballare sul posto un valzer a coppie improvvisate – chiude magicamente la serata, con il pubblico tutto a salutare, ancora una volta, il suo cantautore dal cuore e dalle note grandi.

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