Intervista a Federico Dragogna: “Se la musica diventasse solo una questione di classifiche e di Sanremo sarebbe impossibile non sputtanarsi”
Si parla del nuovo album, "Dove nascere", del suo modo di scrivere e del mondo che ci circonda.
di Anna Ida Cortese
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Intervista a Federico Dragogna a cura di Anna Ida Cortese.
In occasione dell’uscita del suo primo album da solista, Dove Nascere, progetto fuori dal 5 maggio 2023, abbiamo incontrato Federico Dragogna per farci raccontare la genesi di questo progetto e delle sue canzoni.
Partiamo dall’inizio, quindi dal titolo Dove nascere che sicuramente fa riferimento ad una canzone che è inserita all’interno del disco, si parla di questo futuro in cui c’è una possibile scelta sul “dove nascere”. In riferimento al tuo percorso tu avresti cambiato qualcosa o meglio avresti scelto dove nascere?
No, credo di essere molto affezionato a come sono andate le cose, nel bene e nel male, e quindi penso di essere tra quella parte della popolazione mondiale che può guardarsi indietro e dire “Ok, sceglierei tutti gli stessi passaggi, tutte le stesse cose“. Credo che forse non tutti, ma una buona parte delle persone si trovi in questa situazione, e ogni tanto ci dimentichiamo un po’ di considerare questo punto di vista, da cui possiamo vedere tutto, e ci sembra così facile sparare giudizi o pensare cosa gli altri dovrebbero fare o non fare.
Un’altra cosa: come può una vita non ancora nata scegliere dove nascere? Può farlo solo nella misura in cui i genitori decidono dove far nascere i loro figli, quindi adattarsi a ciò che c’è. Questa è l’unica tecnologia consentita, e la cosa incredibile è che il motivo per cui l’umanità è rinata su questo mondo è esattamente questo: qualcuno ha deciso che il proprio figlio non sarebbe nato in questa valle, ma in un’altra zona vicino al fiume o da un’altra parte. A volte questo mi fa arrabbiare, altre volte mi commuove a seconda del mio stato d’animo.
Le persone che parlano di questo fenomeno, che è letteralmente il motore della vita sul pianeta, e pensano che questa cosa possa essere regolata, limitata o direzionata, mi sembrano veramente buffe.
In questo album c’è anche un altro concetto molto bello, secondo me. Si tratta del tempo che si dedica a soffermarsi su ciò che accade attorno a noi. Ascoltandolo, mi sembra un diario di bordo di una vita che viene raccontata attraverso immagini. Nella comunicazione relativa all’album, hai scritto che le canzoni sono come delle Polaroid, delle immagini che catturano un’ambientazione. La mia domanda è: quando sono state scritte queste canzoni e c’è qualcuno a cui sono destinate?
Allora sì, sicuramente il fatto che questo disco e queste canzoni siano state elaborate in tanto tempo è notevole, considerando che la canzone più vecchia risale al 2017, quindi sono già passati sei anni. Spesso scrivo su molti quaderni, compro sempre nuovi quaderni quando li trovo, anche se non sempre li uso subito. Quindi a volte mi capita di prendere un quaderno a caso e di scrivere su di esso anche se è di dieci anni fa. Se un mio biografo dovesse cercare di capire quando è stata scritta una determinata frase, probabilmente avrebbe bisogno del carbonio 14 per farlo.
Quindi ho diverse epoche, e ci sono frasi che magari risalgono a 15 anni fa, e ogni tanto vado a cercare materiale vecchio. Quindi sì, tutto viene lasciato decantare e questa è sicuramente la scelta che ho fatto per il disco, una scelta molto netta e consapevole. Non nel senso che altri dischi non lo siano, ma in questo caso è stato tutto completato esattamente come lo avevo in mente, prima di decidere di pubblicarlo. Quindi è stato un processo molto consapevole. Il disco è dedicato a tutti quelli che mi hanno preceduto e a cui avevo promesso di farlo.
Sono sempre stato convinto di riuscire a farlo, ma quando è arrivata la pandemia, avevo già lavorato su un po’ di materiale e avevo in mente di iniziare a pubblicare della musica. Poi è successo tutto quello che ho descritto qui, alcuni volevano che il disco uscisse, altri no, e io ho dovuto lottare un po’ per farlo uscire. Grazie a Dio, ho ricevuto l’aiuto di tante persone.
A chi è destinato il disco? Forse a chi vuole trovare altri temi nelle canzoni. Trovo che in questo momento ci sia troppa propaganda su certi temi, e non abbastanza spazio per artisti che affrontano temi diversi e discussioni diverse. Ci sono molti colleghi giovani e non giovani che fanno cose bellissime, ma a volte, come ascoltatore, mi mancano alcuni temi e discussioni.
Non ho delle risposte certe per molti problemi, e non mi piacerebbe trovarle con altri attraverso la propaganda. A volte le mie idee più solide nascono da discussioni con altre persone, piuttosto che da viaggi solitari. Quindi mi piacerebbe che ci fosse più spazio per discutere dei temi che sono al centro del dibattito nazionale, invece di solo sponsorizzarli.
Bene, riguardo a ciò che dicevi sullo scrivere queste canzoni in tanti diari e quaderni, volevo chiederti se sapevi già che erano destinate ad un tuo progetto solista quando le hai scritte, oppure se hai deciso di intraprendere questa strada in un secondo momento, considerando che sei legato ai Ministri da circa vent’anni. In altre parole, quando è scattata la scintilla che ti ha spinto a voler dare voce a queste parole?
Allora, bella domanda. Io ho sempre scritto tanto, anche se magari quantitativamente ci sono altre persone che scrivono di più. Non ho mai deciso precisamente quale fosse la destinazione dei miei pezzi, ma per tanti anni il mio principale contenitore sono stati i Ministri. Funzionava così: portavo i pezzi in sala e poi si provavano nella loro versione band, con Divi che cantavano e così via.
Alcuni di questi brani, per forma caratteristiche musicali, ma soprattutto caratteristiche di tonalità e di posizione della voce, mi piacevano con la mia voce. Semplicemente mi sembrava che avessero un loro posto, che forse non era il migliore del mondo, nel senso che massimizzare la funzionalità di ogni canzone sarebbe stato possibile, ma su certi pezzi mi è piaciuto a un certo punto che fossero così, con i loro limiti. Scomparire il Rumore, che è uno dei primi pezzi del disco, è un pezzo che non ha un vero ritornello, non esplode in un certo punto, non c’è il vocalizzo di suo di qua, di là. È tutto un po’ sospeso, anche armonicamente, e mi piaceva questa cosa. Mi piaceva che rimanesse con i suoi limiti, le sue imperfezioni, invece di lavorarlo con un sacco di altre persone per cercare di renderlo una hit.
In questo senso devo dire che tanto del panorama delle canzoni italiane di oggi è molto improntato al cercare di far funzionare tutto al massimo, e lo capisco, perché ogni tanto ci sono dei risultati bellissimi. Il pop è sempre stato così, anche se uno va a vedere un pezzo di Michael Jackson ci sono venti firme in SIAE, però provare tutti a fare lo stesso sport, proprio letteralmente, rende il tutto un po’ noioso. Quindi è bello invece portare un po’ di imperfezione.
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intervista a federico dragogna, seconda parte
Quando ascolto un disco faccio un gioco: ascolto il disco per tanto tempo, poi dopo per due giorni non lo ascolto più e cerco di capire qual è la prima canzone che mi rimane in mente, in questo caso è stata Musica per aeroporti. Racconta un po’ le contraddizioni del nostro tempo e anche questo bisogno di viaggiare da una parte all’altra. Siamo sempre in viaggio, sempre nella velocità.
E poi mi ha ricordato una cosa molto interessante che diceva Marc Augé sul fatto che gli aeroporti sono ‘non-luoghi’, non hanno un’identità e mi ha colpito perché sono appunto questi luoghi di passaggio senza identità, la Musica per aeroporti mi sembra comunque un riferimento alla musica contemporanea, quindi mi domandavo: ma è davvero senza identità?
Ma allora a parte che è la seconda volta che viene citato Marc Augé oggi, anche il buon Marc viene tirato in mezzo… ma allora più che senza identità trovo che ci sia una specie di progetto mondo che credo sia un po’ fermo più o meno a 25 anni fa. Prima di tutto questa idea del fatto che pensiamo che che il mondo sia una specie di parco di cui possiamo disporre, quest’idea del viaggiare che adesso sta un po’ rientrando, nel senso che siamo cresciuti con i voli low cost ma oggi c’è un aumento dei prezzi, oggi la nostra idea di centralità nel mondo sta cambiando.
Il pezzo, per farti proprio un riferimento, è nato durante una giornata passata anni fa in uno dei miei scali per viaggi all’aeroporto di Dubai che è una specie di cittadella, sostanzialmente è un posto enorme e avevo circa 8 ore per girarlo (gli scali dei voli low cost). Una cosa molto interessante che ho notato è che nell’aeroporto di Dubai non c’erano libri. Forse ora hanno messo su un’edicola o qualcosa del genere, ma quando ci sono stato qualche anno fa non c’era un solo libro in vendita. Questo mi ha portato a riflettere sul fatto che in quel mondo, in un certo senso, c’è un progetto di società dove si vendono solo profumi, droni, cioccolato e panini. È possibile che noi abbiamo ancora questa idea antiquata della cultura, intesa come libri, dischi e così via, come se fosse una specie di panda in pericolo, ma non riusciamo a pensare che possa scomparire perché ci sembra una parte fondamentale della nostra vita, qualcosa di letteralmente funzionale.
C’è poi quell’altro progetto, il cosiddetto “progetto dei cattivi” che non credo esista, ma che comunque può espandersi solo fino a un certo punto, perché poi ci sono degli anticorpi della nostra vecchia Europa. Quando ci sono stato, mi sono chiesto se questa situazione riguardasse anche la musica, non tanto per ciò che viene creato, ma per le vetrine che possono esporla senza dover combattere contro i player di streaming e quant’altro. Altrimenti, mi daranno conto quando esce l’album.
Ma comunque ci siamo arrivati un po’ senza accorgercene.
Adesso c’è un po’ di monopolio sulla musica, un po’ di monopolio in un paese dove c’è già un altro grande monopolio culturale-musicale, Sanremo. E quindi a un certo punto ti viene da dire: “Ehi, ma se la musica diventasse solo una questione di classifiche e di Sanremo per tutto l’anno, per quasi tutti, è impossibile non diventare sputtanati e perdere credibilità“. Ecco, in questo senso, si potrebbe pensare che tutto sia possibile, anche da questo punto di vista, perché stiamo comunque parlando di cultura.
Insomma, cosa è la cultura? La cultura non è solo “vitamine” (per usare un termine alla Veltroni), ma è ciò che una società produce e che serve da collante per ritrovarsi insieme. Tutto sommato, questa è la cultura. Io faccio musica e la gente la ascolta. Poi veniamo ai concerti, ci incontriamo e ne parliamo. Ma a un certo punto potrebbe succedere che le cose che ci faranno stare insieme saranno incredibilmente volatili. Tutto sommato, potrebbe succedere. Sarà un mondo peggiore o migliore? Questo non lo so, forse non ci saremo più. Ma insomma, questo è parte della riflessione.
Peggiore mi sa… il problema di oggi è anche la velocità di ascolto.
Credo che la discussione possa continuare all’infinito, ma ritengo che la nuova articolazione dei nostri media e così via stia dando una nuova idea di ciò che è l’autore. Potrebbe darsi che l’autore, inteso come singola persona che si dedica alla scrittura di canzoni o alla produzione di contenuti, non sarà più il modo principale di produrre contenuti. Ad esempio, i meme, che sono una produzione culturale molto diffusa e spesso geniale della nostra epoca, sono spesso condivisi e rielaborati senza avere un autore specifico.
Potrebbe essere che il futuro veda una riduzione degli autori e una maggiore attenzione all’umanità che rielabora continuamente i contenuti, mentre l’autore diventa sempre più un’entità secondaria. In questo senso, il meme potrebbe essere incredibilmente più umano di un sacco di altre cose umane, no? Quindi il meme potrebbe essere anzi da molti visto già come un anticorpo all’intelligenza artificiale. E semplicemente magari appunto, mancherà l’autore. Esattamente come, che ne so. Ma anche all’autore di un sacco di fiabe o di favole di una volta o di anche la Bibbia chi l’ha scritto? Boh.
L’ultima domanda riguarda la canzone “Cascate”, che recita: “E non riesci a capire qual è il momento per saltare? Lasci fare al fiume e aspetti le cascate”. Mi sono interrogata molto su questa concezione del fallimento e della paura di sbagliare, perché saltare è un po’ questo, mi chiedo se sia una questione individuale, quindi anche di personalità, oppure se in realtà ci hanno abituato a mirare alla perfezione e inculcato questo senso di fallimento e paura di sbagliare.
Quindi tutto ciò che non è simile alla perfezione è sbagliato e ci sentiamo falliti. In questa canzone mi interrogo proprio su questo salto, ti chiedo se sia una questione di personalità oppure se sia il modello di società che ci ha generato questa paura.
Guarda questa canzone deriva da rapporti e relazioni molto strette con persone, alcune che fanno parte anche della mia vita e che mi sono molto care, con un problema di paura di terrore del fallimento e quindi di ansia.
L’ansia è sicuramente un male nuovo della nostra epoca e, per quanto mi riguarda, non ne soffro e forse devo ringraziare mia madre e la genetica.
Per anni sono stato un po’ severo anche con i miei partner che avevano questo problema, ma ora capisco che l’impianto della società e il terreno su cui siamo partiti fanno diventare questo problema sistemico. Ci sono persone che hanno semplicemente una predisposizione chimica all’ansia, così come alla depressione e ad altre cose. Non ho la soluzione a questo problema, ma credo che la musica e le canzoni possano essere utili, soprattutto per le persone che soffrono d’ansia. Ho visto con i miei occhi come la musica possa aiutare a superare l’ansia. Conosco molte persone capaci che raggiungono grandi risultati ma che hanno problemi a saltare, come se aspettassero che qualcosa li costringa a scegliere. La musica ha la sua specialità nel poter alleviare l’ansia e può essere un buon farmaco più dei farmaci che già esistono. In questo pezzo, ho fatto un’allegoria delle cascate per esprimere il momento in cui si deve saltare, quando qualcosa ti costringe a farlo. Questa è la vita per molte persone, e sperano che qualcosa li costringa a scegliere, invece di essere loro a scegliere con i loro problemi.
Sono convinto che la musica e le canzoni siano di grande utilità in questo senso. Ho visto con i miei occhi come esse possano aiutare le persone che soffrono di ansia, anche persone molto capaci che raggiungono incredibili risultati ma che hanno il problema di dover saltare letteralmente, no? Parte di questo pezzo è nato dalle prime volte in cui ho cercato di fare i tuffi. I tuffi sono quei momenti in cui dai un segnale alle gambe per saltare e una volta dato il segnale non puoi più tornare indietro. Quindi in questo senso l’allegoria delle cascate, perché a un certo punto si aspetta qualcosa che ci costringa a saltare, a fare una scelta, qualcosa che deve succedere. Conosco molte persone che vivono la vita in questo modo, sperando che a un certo punto qualcosa le costringa a dover scegliere, anche se non sono loro a scegliere. Credo che la musica abbia questa piccola funzione di utilità e di specialità, cioè di poter fare di più rispetto ad altre cose, come pagine motivazionali o simili. Credo che possa alleviare l’ansia, sebbene non possa curarla. La musica può essere un buon farmaco, più efficace di molti altri che già esistono, e per questo ne sono grato.
Ph. Chiara Mirelli

