Intervista a Roberto Razzini: ecco tutto quello che c’è da sapere sulla tutela del copyright

Roberto Razzini

Nelle ultime settimane si è dibattuto spesso sulle tematiche legate alla tutela del copyright. Ma in quanti hanno un’idea chiara di ciò che sta succedendo? Quanti sono al corrente di ciò che il Parlamento Europeo ha votato lo scorso 5 luglio? Abbiamo cercato di fare chiarezza parlando con Roberto Razzini, Managing Director di Warner Chappel Music Italiana e componente del nuovo Consiglio di Sorveglianza SIAE.

LA SCELTA DI WIKIPEDIA DEL MESE SCORSO

Roberto, partiamo da monte. Qualche giorno fa alcuni utenti hanno cercato di accedere a Wikipedia e si sono trovati davanti una pagina in cui veniva rivendicata la tutele del copyright. Una buona parte di questi utenti mai si erano posti il problema. Ci puoi fare il quadro della situazione?

Si tratta di un problema di tutela di un’opera di ingegno, che riguarda la musica che è il nostro terreno primario, ma che poi arriva sino anche all’informazione. Wikipedia ha cavalcato mediaticamente una forza importante e ha fatto emergere questo problema peraltro andando ad inserirsi in una area che non avrebbe, qualora fosse passata la direttiva e gli articoli così come erano stati concepiti, assolutamente toccato i contenuti di Wikipedia. Però Wikipedia, essendo un punto di riferimento globale di informazione e di ricerca, oscurando la pagina ha fatto si che emergesse un problema enorme. Ma, quindi, di che cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di un sistema che è in vigore dal 2001 e che doveva essere ammodernato nelle sue norme e nelle sue caratteristiche legali e tecniche, tramite una Direttiva Europea che poi avrebbe dovuto essere recepita da tutti i vari paesi che fanno parte dell’Europa una volta deliberata dal parlamento europeo.

Questa direttiva ha avuto la sua origine nel 2001 quando il mercato internet e tutto quello che dal 2001 ad oggi si è verificato era agli albori. Oggi ci sono YouTube e Spotify e siamo al corrente di quanto poco siano remunerati i titolari dei diritti rispetto a quello che è il reale volume che invece i contenuti riescono a dare come marginalità. Questa differenza tra ciò che viene pagato e ciò che genera senza avere un corrispettivo che venga corrisposto agli aventi diritto originali, è definito a livello internazionale “value gap”.

IL VALUE GAP

Il value gap è la marginalità che manca all’industria di tutto il comparto creativo non solo musicale, ma cinematografica e tutte quelle opere dell’ingegno. E’ ciò che manca per arrivare ad un valore di corretta remunerazione dovuta all’avvento dei nuovi sistemi che ci sono attraverso la rete e attraverso gli smartphone e i tablet. Questo discorso del value gap è un problema enorme perché è un sorta di drenaggio di risorse e mancati guadagni per gli autori e mancate risorse per l’industria per potersi alimentare e per poter continuare a crescere e progredire, fare ricerca e andare avanti a proporre un’offerta qualitativa di contenuti al mercato che sia consona con quella che puo’ essere l’aspettativa del mercato stesso. Quindi, quando c’era un mercato che era analogico, quindi non centralizzato su internet, la tracciabilità dell’utilizzazione permetteva una remunerazione più coerente e corretta.

L’intera industria creativa poteva beneficiare di questi proventi e di questa marginalità. Si assottiglia il margine e queste risorse vengono meno e chiaramente l’industria va in sofferenza. Ciò non vuole dire banalmente guadagnare meno, significa avere meno risorse per poter investire in nuovi contenuti, quindi nuovi autori, nuovi artisti e nuova offerta culturale, perchè poi musica, cinema televisione e contenuti in genere non sono solo uno strumento di intrattenimento. Stiamo parlando di cultura e poi ci vanno di mezzo i libri, ci va di mezzo il teatro, ci va di mezzo tutto quello che è il comparto creativo. Ci sono delle ricerche molto interessanti che sono state fatte per due anni di fila promosse da SIAE con patrocini importanti e sono disponibili su internet su www.italiacreativa.eu. Questa ricerca misura il peso di quella che è l’industria culturale nel nostro paese e qual e’ il valore del value gap, quindi degli introiti che l’industria culturale non può avere per colpa o per quello che è il danno causato da una non corretta regolamentazione di questi strumenti e di Internet.

IL MESTIERE DELL’AUTORE

Perché in Italia o in Europa non è mai stato considerato il mestiere dell’autore?

Questo non è un problema che riguarda gli ultimi tempi, ma esiste da sempre soprattutto in Italia. La classica battuta che fanno gli autori è legata al momento in cui vanno in Comune per farsi rilasciare la Carta d’identità. Professione? Musicista, autore. Sì, va bene, ma per vivere cosa fa? La risposta è: “Faccio l’autore, faccio il musicista, l’artista, si vive di quello!” Quella degli autori è forse l’unica categoria professionale che nel nostro paese non ha una tutela non ha un albo professionale. L’unico riconoscimento è quella casa comune chiamata SIAE, che è un ente pubblico, ma economico e a base associativa che permette a tutti gli autori di avere un riferimento, una protezione e una tutela e una casa nella quale poter crescere beneficiando di un meccanismo solidaristico per poter crescere e affermarsi sul mercato facendo del proprio lavoro creativo una professione con una retribuzione.

Perché non c’è un riconoscimento professionale. L’autore, l’artista culturalmente è cresciuto in uno stato artigianale e non si è emancipato professionalmente creandosi per esempio un sindacato, o delle relazioni più o meno importanti che riescono a convergere verso un unico obiettivo di riconoscimento professionale e concreta tutela verso quello che è il mercato. Ci sono purtroppo organizzazioni sia dal punto di vista degli artisti, degli interpreti sia per quando riguarda il discorso degli autori che disperdono le loro forze. Diciamo che in tutto questo SIAE è quella realtà che potrebbe meglio di tutti rappresentare questo mondo di professionalità.

IL RUOLO DELLA SIAE

Anche perché SIAE non è mai stata percepita positivamente…

In questo entrano in ballo molti fattori, tra cui secondo me mancanze culturali che sono caratteristiche primarie del nostro paese. Per esempio ci si è mai chiesti di cosa vive un autore? L’autore vive di diritti d’autore. Il mercato non percepisce il diritto d’autore come il giusto compenso per gli autori, ma come una tassa. SIAE paga ancora oggi il margine che ha sul mercato non come un organizzazione che intermedia gli interessi degli autori verso il mercato, ma organizzazione parastatale, un carrozzone un pochettino fuori dal mondo e fuori dal tempo che va a drenare sul territorio quattrini per conto di non si sa bene chi e non si capisce bene per quale motivo quando fai le feste o matrimoni.

L’Italia non è un paese particolarmente virtuoso in quello che è il mondo del pubblico e del bene comune. Tutti noi cerchiamo di risparmiare dove possibile sulle tasse. Ciò detto, cerchiamo di risparmiare anche sul diritto d’autore, soprattutto perché non ne percepiamo il giusto valore e il giusto significato. Nessuno si sogna di andare in un supermercato, riempire il carrello con la spesa per poi dire poi “Io perché devo pagare il conto del supermercato? Ho preso quello che mi serve e vado via.” Non si sogna nessuno di farlo. Con la musica perché tutti cercano di fare questo? E’ la stessa cosa. La musica ha delle titolarità che devono essere ricompensate secondo le varie utilizzazioni e secondo quello che è l’utilizzo che se ne fa.

IL RUOLO DEI SOCIAL

Con i social oggi sentiamo l’artista ancora più vicino e ci permettiamo di dire “E’ un mio amico, lo seguo e so quello che fa nella quotidianità!” Tu credi che tutto questo abbia rappresentato o rappresenti un limite per quanto riguarda la richiesta di quello che è il giusto compenso?

Non è un limite, ma si tratta di due principi, concetti, due modi di affrontare o vedere lo stesso sistema che non riescono a incontrarsi e coniugarsi. Con i social riesco ad essere più vicino al mio artista preferito però continuo a non sapere di che cosa vive. Sicuramente concerti, sicuramente è uno che sta meglio di me perchè va in giro, perchè viaggia, vive sui palchi, in televisione ecc. Ma di cosa vive un artista? Un artista vive di quelli che sono i suoi diritti e poi un autore vive di diritti d’autore però questo backstage della professionalità dell’artista non viene percepito e ci si ferma a quello che è l’immagine che l’artista fa di se e di quello che è l’aspetto pubblico. Però l’artista difficilmente viene percepito come l’autore e l’artista quando è solo interprete non arriva sul mercato il concetto che ci sono degli autori che scrivono canzoni per lui. L’esempio più eclatante è Azzurro. L’associ a Celentano e non a Paolo Conte e Vito Pallavicini.

Il social non è certo il momento di ricerca di approfondimento, anzi è un modo molto veloce di consultare anche le notizie per certi versi.

IL CAMBIO DI ROTTA DI SIAE

Tornando a SIAE, negli ultimi anni abbiamo assistito a in cambio. Sta prendendo una direzione ben precisa e finalmente più chiara.

SIAE sta dando prova di essere una società di collecting in linea con quelle che sono le esigenze del mercato, in linea con quella che è la necessità di una performance di una società di collecting a livello internazionale. SIAE per volumi è la 7° società di collecting al mondo e per qualità esprime un risultato che è superiore a quello delle società di collecting più importanti a livello europeo. Tutto questo nasce delle caratteristiche specifiche che SIAE ha saputo conservare in questo processo di cambiamento e anzi ha valorizzato. Una su tutte la rete territoriale che permette una gestione e un controllo delle utilizzazioni della musica. Ciò è abbastanza esclusivo rispetto a quelle che sono le attività che abitualmente fanno le società di collecting. Quindi ci sono delle caratteristiche sane che SIAE ha sempre avuto ma che ha usato male che sta cercando di riconvertire con un’immagine più moderna e una maggiore efficienza. C’è una digitalizzazione dell’attività che SIAE sta facendo con gli sportelli on line, sia nel rapporto verso gli utilizzatori. C’è una SIAE più frendly, più facilmente raggiungibile e contattabile per quelle che possono essere le diverse necessità degli utilizzatori. Una SIAE più accessibile anche dagli stessi associati, quindi con la possibilità oggi di depositare i brani on line, la possibilità di un portale che ti mette nella condizione di avere una radiografia dei tuoi rendiconti con un dettaglio impressionante.

Oggi l’associato va sul portale ed è in grado di avere una situazione dettagliatissima di quelle che sono le utilizzazioni sul territorio e se sei un piccolo autore o un piccolo editore hai degli strumenti per capire quali sono le zone dell’Italia, dell’Europa e del Mondo dove il tuo repertorio si sta muovendo e dove eventualmente dove sono quelle zone geografiche e la tipologia di utilizzazione. Puoi anche capire dove, invece, il tuo repertorio non si muove. Ti può aiutare a capire meglio dove investire e come investire meglio le tue risorse per migliorare la resa del tuo repertorio.

LA STRADA DA SEGUIRE

Tornando invece al discorso iniziale, quale potrebbe essere la tua soluzione o la strada da seguire?

Per preservare il diritto d’autore io credo che non ci debba essere una tutela, una levata di scudi per proteggere gli artisti e gli autori e gli editori e a prescindere. Devono esserci delle regole chiare con le quali utilizzatori e titolari dei contenuti possano relazionarsi ad armi pari con un potere contrattuale.

Se oggi vuoi entrare all’interno dell’universo di due grandi player – Spotify e YouTube – devi essere assoggettato a delle regole che in qualche modo non ti vedono protagonista di una trattativa. Quelle sono le condizioni. Sei costretto ad accettarle.

Il Parlamento Europeo ha il suo peso, la sua importanza perché determina delle linee guida importantissime. Speriamo che quando riprenderà la discussione di questa direttiva a settembre possa avere un approfondimento più in linea con le nostre aspettative. Questo suggerirebbe un risultato che sia più in linea con ciò che desideriamo. Però poi dipenderà dai singoli stati perché sappiamo che la direttiva europea deve essere recepita. Già sappiamo che il nostro Vicepresidente del Consiglio Di Maio ha già dichiarato che lui, il parlamento e il governo italiano non recepiranno quella direttiva perché la legge sul copyright rappresenta una limitazione della libertà.

Questo è un gravissimo errore perchè limitare la libera circolazione delle informazioni su internet è una cosa, regolarizzare e normare in maniera equa e corretta l’utilizzo di opere tutelate dell’ingengo è un’altra! E’ come pensare di dire che io voglio liberalizzare la necessità di alimentarsi degli italiani per cui da domani tolgo le casse dai supermercati. Tutti possono andare a fare la spesa senza pagare perché alimentarsi è un principio di libertà. C’è un meccanismo per il quale qualcuno deve essere remunerato per quello che è il servizio o il bene che mette a disposizione. Una canzone, un film, un libro o un balletto non è una cosa diversa da un pollo allo spiedo. Sono due cose diverse perché sono due beni diverse, ma se io compro un pollo allo spiedo lo pago, se io ascolto una canzone o vedo un film su Netflix devo anche prevedere il pagamento dei diritti d’autore. Non è una limitazione alla libertà, alla libera circolazione della cultura. La cultura è importante, ma non può essere liberalizzata senza regole e senza norme. Sono necessarie regole eque che non devono essere regole vessatorie per nessuno.

Il problema al quale rischiamo di andare incontro è molto semplice. Rischiamo una grande aridità futura di quella che è la cultura del nostro paese e se noi ci vantiamo di essere una delle culle della cultura e della civiltà a livello mondiale, questa cultura e questa civiltà che vanno poi a pari passo deve essere preservate.

Di Maio ha dichiarato di voler tutelare gli italiani attraverso il non recepimento di una direttiva europea a tutela del copyright perché pensa alla libertà e alla tutela nel territorio, ma il discorso e’ esattamente l’opposto. Gli autori italiani, se non fosse recepita la direttiva europea, sarebbero ulteriormente vessati dalle grandi multinazionali: Google, Spotify, YouTube, tutte queste aziende che non pagherebbero il diritto d’autore a discapito degli autori, degli artisti e dei produttori dei contenuti italiani. Ci sarebbe un grandissimo impoverimento dell’italianianità. Sarebbe una grande spallata anche a livello internazionale.

Sappiamo che spesso si tratta di dichiarazioni populistiche che sono ben lontane dalla realtà o dall’effettiva tutela dell’italianità. C’è una preoccupante superficialità.

Lo so e purtroppo abbiamo un governo che è molto lontano dal voler tutelare questo bene.

E’ anche vero che non si può essere tuttologi…

Però esistono dei professionisti, delle professionalità, delle associazioni di categoria e forse bene sarebbe se questo governo andasse a contattare questi soggetti per conoscere meglio il problema.

IL VALORE DELL’INDUSTRIA CREATIVA IN ITALIA

Ci si è mai posti il problema di quanto rende l’industria creativa in Italia al netto del value gap?

Come operatori produciamo il 3,5% del PIL italiano. Siamo più forti dell’industria automobilistica. E’ chiaro che devi metterci dentro tutto. La musica il cinema, il teatro, la musica classica, i coreografi. Quando si parla di cultura, si parla di quello che è anche in via prospettiva la crescita di un paese perché un paese senza cultura è un paese destinato a morire.

Dobbiamo far tornare a crescere questo paese e dobbiamo lavorare sulla cultura, ma anche sul turismo, su quello che di bello abbiamo in questo paese e la musica, il cinema è un elemento di rappresentatività.

Gli Stati Uniti sono l’unico paese dove c’è la liberalizzazione totale e assoluta. Il diritto di autore non si incassa dalle televisioni, non si incassa dalla pubblica esecuzione, non si incassa dai concerti che sono al di sotto di un certo numero di biglietti venduti. Ciò significa che se tu sei all’inizio stai al chiodo, se scavalli allora vinci. Questo non è un mercato solidaristico o che fa crescere i piccoli, ma è un mercato che premia quelli che ce l’hanno fatta.

Qua invece per fortuna il concetto di fondo è tutto diverso. Se noi ci immaginiamo di portare quel modello di business nel nostro paese siamo tutti morti perchè in America hanno il vantaggio di avere il mercato globale potenzialmente a disposizione e quindi anche se sono piccoli negli Stati Uniti, i territori dove c’è il controllo dei diritti d’autore come in Europa li rendono grandi. Ma se noi siamo piccoli in un paese piccolo e non abbiamo a disposizione il mondo cosa facciamo? Se da noi smettono di pagare le radio, le televisioni, il territorio, i concerti sotto un certo numero, cosa facciamo? Non tutti devono essere destinati a diventare famosi e importanti, ma devono avere la possibilità di avere quella chance e poi se la giocano sul mercato. Se io mi metto a scrivere canzoni e non ho successo, mi troverò un lavoro diverso, ma se io ho successo devo avere la possibilita’ di essere gratificato ed è il mercato che mi deve premiare. Deve essere un lavoro. Se io faccio il metalmeccanico, faccio il dirigente d’azienda, faccio l’impiegato, faccio l’imbianchino, se sono bravo lavoro e guadagno se non sono bravo cambio lavoro e faccio un’altra cosa. Perchè nella cultura deve essere differente?

Ribadisco che è una questione culturale, ma ritengo sia compito delle istituzioni fare arrivare un messaggio corretto e coerente.

LA QUESTIONE SKY

Noi abbiamo tuttora una rete televisiva multinazionale come Sky che dal luglio del 2017 non paga. Attenzione non è che non paga la musica, non paga il diritto d’autore della musica, non paga l’equo compenso del cinema, non paga la copia sui decoder e non paga gli autori d’opera. Non paga la creatività ed e’ una azienda che lavora e vive sui contenuti come tutti quelli che hanno una attività come Google o come Spotify.

Abbiamo pubblicato un appello firmato da autori ed editori. 1500 firme! Hanno firmato tutti, da Morricone a Tedua, Ghali, Piovani, Jovanotti, Laura Pausini e Ligabue.

L’aspetto divertente o che fa sorridere amaro, è che per esempio in Germania paga la Gema con tariffe superiori a quelle che aveva concordato con SIAE e non si sogna di non pagare il diritto d’autore. Per quella che è la mia piccola esperienza, credo che se in Germania non paghi il diritto d’autore, teoricamente ti potrebbero piombare il ripetitore! In Italia ne stiamo parlando e siamo a 12 mesi e sappiamo che cosa passa su Sky

Foto dai Social di Roberto Razzini

 

  Musicista, speaker e direttore artistico di Radio Due Laghi e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali