22 Giugno 2020
di Interviste, Recensioni
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22 Giugno 2020

Intervista a Mietta, l’artista e la donna, racconta 30 anni di apprezzata carriera

Una lunga chiacchierata piena di aneddoti, tra vittorie e sconfitte, ma sempre nel segno della sperimentazione

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Intervista a Mietta a cura di Fabio Fiume.

Oggi ho l’occasione di conoscere una delle prime donne, delle signore (ma con aspetto sempre da ragazzina) della musica italiana, una che si è tolta lo sfizio in carriera di essere stata l’album femminile più venduto dell’anno, davanti (e mica è poco?) nientemeno che a Mina.

Sto parlando di Daniela Miglietta, in arte semplicemente Mietta. Come spesso mi accade, l’occasione per incontrare la bella vocalist pugliese, non arriva perché impegnata lei in qualche promozione.

La cosa, ammetto, mi rende molto felice; testimonia il fatto che gli artisti abbiano voglia di raccontarsi senza impegni, senza fretta e senza qualcosa di cui dover parlare per forza e per un giornalista, riuscire a non dover seguire uno schema prefissato e mettere a proprio agio l’intervistato, tanto che, pur conoscendoti per la prima volta, si senta assolutamente libero di parlare con i toni che gli sono più comodi, (tanto che Daniela sta candidamente mettendo a posto la spesa appena fatta quando la raggiungo  è cosa di grande soddisfazione.

Anche Daniela, come altri artisti intervistati di recente, viene dal profondo sud, da Taranto…

Sono andata via prestissimo in realtà da Taranto, anche se ho mantenuto salde le mie radici. Ho casa in città ed in genere ci passo tutta l’Estate… mi racconta Mietta.

E per il resto dell’anno?

Sono di base a Milano, città chiaramente di altre opportunità.

Come è andata con la pandemia recente ed ancora non superata, come l’hai vissuta?

Quando hanno dato il lockdown mi trovavo a Napoli per lavoro. Mi sono quindi ritirata a Taranto e non salgo a Milano dai primi di Marzo…

E per una che segue la propria casa con attenzione, come è pensare essere assente ed in maniera improvvisa, per tutto questo tempo?

Oddio! Non so che cosa devo aspettarmi quando torno, non mi ci far pensare.

Daniela dicevamo comunque di Taranto. Come è stata la tua partenza dalla provincia pugliese verso il successo nazionale?

Ho avuto la fortuna di uno zio che viveva a Roma e spesso, alla fine delle scuole, andavo a trovarlo. Lui si occupava di cinema ed io ero molto affascinata dalla cosa. Lo stare lì non faceva poi mancare le occasioni di conoscere gente.

Così accadde che seppi di un concorso per una fiction radiofonica, uno sceneggiato come si diceva allora, organizzato dal Radio Corriere e decisi di provarci.

Andò subito benissimo…

Sì, lo vinsi e con sorpresa, perché comunque era sostanzialmente la prima esperienza. Fui così nel cast di Nasce Una Stella.

Cantante, attrice, scrittrice, intrattenitrice… insomma Mietta artista a tutto tondo. Suppongo che essere cantante sia però la tua peculiarità?

E supponi male. In realtà la cosa che mi ha sempre appassionato è la recitazione. Fare film o fiction per la tv, mi ha appagata in un modo totale. E poi se ci si pensa, anche se per radio io dalla recitazione sono partita!

Potevi quindi darti anche al musical?

E ci ho pure pensato. Però in alcune cose io sono un po’ pigra e quindi ringrazio non averlo fatto. Li amo molto, ne ho visti parecchi, ma quella vita di lontananza in giro per tutto quel tempo non fa molto per me.

E poi, credimi, ho tanti amici che lo fanno e tutti mi dicono che, per quanto appagante, è davvero stancante.

Ma quindi la musica non è così prioritaria come si può pensare? In fin dei conti, nell’immaginario comune, sei maggiormente vista come cantante…

Certo, lo so e ne sono contenta. Diciamo che ti parlavo di amore primario, ma cantare è una cosa che amo e che fondamentalmente ho sempre fatto. Non trovo poi che i percorsi debbano essere necessariamente staccati, anzi.

Dopo lo sceneggiato radiofonico incontri un signor produttore che è Claudio Mattone; fu lui che ti mandò al tuo primo Sanremo, nel 1988 con “Sogno”, che nonostante un risultato modesto nel contesto, ti diede altre opportunità importanti nel corso dell’anno…

Sì, vero. Mi permise di partecipare, ad esempio, all’incisione di Per Te Armenia, brano benefico i cui proventi erano in favore del paese colpito da un duro terremoto. In quell’occasione c’erano molti big della musica italiana.

L’avventura con Mattone però si è conclusa in fretta. Nell’ambiente si dice che non sia facilissimo chiudere con lui. Per te com’è andata?

Assolutamente bene. Non ho avuto alcun problema. Claudio è un signore di questo mondo e non c’è stato nessuno screzio. Come era nata, positivamente, così s’è chiusa. D’ altronde lui è anche il fautore del mio nome d’arte.

Racconta…

Non trovava il mio nome e cognome congeniale alla carriera artistica. Io non ero molto d’accordo con la cosa, però sai l’inesperienza e la giovane età finiscono col farti pensare di affidarti a chi ne sa più di te.

Poi quando mi presentò a Sanremo mi disse col suo napoletano simpatico: “Piccerè, t’amm truvat pur’ o’ nomm: te chiamm Mietta”.

Io rimasi un po’ basita. Mi ripetevo: Mietta, Mietta, Mietta… ma cosa c’entra? Non sono stata mai innamorata del mio nome d’arte. Poi però… aveva ragione lui.

Da Mattone ad Amedeo Minghi: per una ragazza giovanissima e piena di vita come te, diciamo che Minghi, come autore, era un po’ impegnativo. Ma tu come l’hai vissuta?

Ero innamorata del fare artistico puro di Amedeo. Lui è davvero un altro signore della musica, uno che fa le cose con un amore profondissimo ed è, se vuoi, riuscito a creare un mondo tutto suo, personalissimo, in cui io sono stata una sua spero buona interprete.

Diciamo che sono fiera d’aver sempre scelto e cioè, non si creda che lasciassi scegliere gli altri! Le canzoni che ho cantato le ho sempre scelte.

Dai che mi riesce difficile credere che una ragazzina di 19 anni, alla fine degli anni 80, entrasse in un negozio di dischi per comprare quel tipo di musica…

No, io venivo dall’amore per il punk. I miei riferimenti pop invece erano Prince e Annie Lennox con gli Eurythmics. Certo che quello non era il mio mondo musicale. Però come non riconoscere la bellezza di alcune canzoni che ho avuto la fortuna d’interpretare?

Chiaramente c’era una parte anche molto romantica di me e quelle canzoni la rappresentavano. Diciamo che potevano essere un piccolo spaccato di tutto quello che era Daniela allora, ma comunque un segmento assolutamente esistente e veritiero. Magari diciamo che… su qualche cosa ho improvvisato..

Tipo?

Quando a Sanremo ho cantato e vinto con Canzoni nel 1989, diciamo che manifestai il mio essere Daniela con la pettinatura; sì, avevo il vestitino bellino, educato, però, sfoggiai il capello punk, tutto sparato verso l’altro!

Poi l’anno dopo il tuo più grande successo: Vattene Amore, terza a Sanremo e proposta proprio col maestro e mentore Amedeo. Che ricordi hai?

Di una grandissima canzone. Oggi molti la deridono, ma stiamo parlando di un pezzo che ha venduto 400.000 copie in Italia, che è diventato famosissimo in molti altri paesi e che rappresenta, assieme ad altre cose, l’Italia melodica nel mondo.

Molti pensano che sia un brano che rinnego, ma null’affatto; io la trovo una grandissima canzone e, come detto, la risceglierei.

Aprì poi ad un album Canzoni che ha venduto quasi 700.000 copie…

E che fu il disco femminile più venduto dell’anno, davanti anche a Mina. Scusa se lo dico, ma è una soddisfazione mica da poco, no?

Non l’unica, perché arrivarono vari Telegatti, dischi di platino grandi autori che scrivevano per te…

Sì, miglior rivelazione dell’anno, poi ancora Telegatto come miglior interprete femminile. Ci fu poi un altro Sanremo con Dubbi No (settima classificata nel 1991 ndr) e l’album Volano Le Pagine con altre 250.000 copie vendute e come dici tu, all’interno canzoni di Mariella Nava (Il Gioco Delle Parti) , Mango (E no, cosa sei), un giovanissimo Biagio Antonacci e poi Sergio Laccone.

Cosa accadde però che quel mondo sicuro cominciò a dimostrare qualche falla?

Che Daniela voleva venire fuori anche nelle altre sfaccettature della sua personalità. Vedi Fabio, chi mi conosce lo sa: io sono un po’ una zingara, una che cammina scalza, una che balla.

Andava benissimo il mondo romantico della brava cantante che mi era stato costruito addosso, ma c’era anche altro e ad un certo punto doveva venire fuori.

L’album “Lasciamoci Respirare” nel 1992, senza più la presenza autorale di Minghi si può considerare come il primo tassello di questo mutamento?

Solo in parte e non fu facile. Dovevo riuscire a far capire che quel successo era troppo grande per me, che avevo bisogno anche di riappropriarmi dei miei anni.

Ci riuscii solo facendo accettare qualche canzone come Acqua Di Mare, che indubbiamente era qualcosa di più frizzante e diverso dal mio percorso fino a quel momento.

Toglimi una curiosità. La title track è scritta da Biagio Antonacci: perché non fu cantata con lui?

Fu il mio primo pensiero ma l’etichetta non volle. Biagio al tempo non era ancora esploso (lo fece di lì a pochi mesi con l’album Liberatemi) e loro volevano un nome che potesse creare più interesse.

Come venne fuori quello piuttosto insolito di Francesco Nuti?

Semplice: eravamo molto amici. Ci frequentavamo anche privatamente con amici comuni e spesso ci trovavamo a parlare del mondo dell’altro, io come amante del cinema e lui della musica.

Non so se ricordi, lui qualche anno prima aveva partecipato anche a Sanremo.

Sì, con un brano tra l’altro molto bello e delicato, Sarà Per te, poi ripresa finanche da Mina…

Sì bellissimo. Quando cercavo quindi qualcuno che potesse cantare quel pezzo con me, mi venne spontaneo chiederglielo. Accettò subito ed anche la casa discografica non fu contraria.

A questo punto, con piccoli passi verso la libertà d’espressione, non fu un passo falso rifare Sanremo nel 1993 con Figli Di Chi assieme a’ I Ragazzi Di Via Meda, progetto mai decollato davvero?

Assolutamente sì. Me ne pentii subito. Non fu un problema di canzone, perché il pezzo in sé mi piaceva molto; tra l’altro collaborai alla sua nascita attivamente e vanta la firma di Filippo tra gli altri (Nek ndr). Però non avevo un disco nemmeno in lavorazione.

Stavo cercando idee per realizzare un nuovo album e quella partecipazione non aveva, senza disco, modo di essere d’interesse. Nacque senza una prospettiva di vita.

E perché allora dicesti di sì?

Sempre perché troppo giovane. L’etichetta stava cercando di lanciare i ragazzi che erano tutti autori e musicisti al servizio della stessa e che potevano giocarsi le proprie carte. Serviva un nome importante per aiutarli e mi fu chiesto.

Un po’ per loro, un po’ perché ci credevano tutti dissi quel sì. Il pezzo andò pure bene durante Sanremo ma, ripeto, non ebbe, finita la popolarità del momento, il giusto cammino.

Poi Mietta finalmente Cambia pelle?

E la fatica è stato farlo accettare. Sempre piano, piano, cercando di inserire quell’anima urban che apprezzavo sempre di più.

Però ti devo tirare le orecchie!

E perché mai?

Clicca su continua per la seconda e ultima parte dell’intervista a Mietta.


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