20 Dicembre 2017
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20 Dicembre 2017

L’ANALISI di MAURIZIO SCANDURRA: perchè sempre gli stessi, e a volte gli sconosciuti, al FESTIVAL di SANREMO?

Il giornalista e Maurizio Scandurra cerca di far luce per noi sul motivo per cui al Festival di Sanremo approdano sempre "gli stessi nomi"

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Oggi ospitiamo con piacere sulle pagine di All Music Italia il giornalista e critico musicale Maurizio Scandurra che prova a rispondere ad alcune domande che in molti si pongono: perché al Festival di Sanremo transitano sempre gli stessi nomi in gara? Perché spesso salgono su quel palco degli artisti sconosciuti al grande pubblico?
A lui la parola
Da qualche anno assistiamo – per lo più impotenti, spettatori obbligati – al curioso fenomeno che vede artisti improbabili e altrettanti ricorrenti in più edizioni (anche, consecutive) calcare frequentemente il palco del Festival di Sanremo: per dirla con il titolo di un capolavoro del mai dimenticato Pino Mango (che ricordo a dovere sempre con affetto volentieri), ‘Contro tutti i pronostici’.

E, ben più di qualcuno, infatti, si chiede come sia possibile che nomi di cantanti sconosciuti ai grandi media nazionalpopolari (o meglio, magari stranoti nel circuito cosiddetto ‘indie rap’, ‘indie pop’ o della nuova ‘alternative music’ o ‘sottobosco musicale’ più semplicemente detto), di colpo, possano approdare più che facilmente – con tanta vistosa ed evidente eclatante maniera – a un contesto così ambito. In questo articolo proverò a spiegarvelo.

SEMPRE MENO CASE DISCOGRAFICHE, SEMPRE PIU’ ARTISTI

Tal ‘rito’, se così mi è consentito definirlo, ha iniziato a prendere corposamente e copiosamente piede dal dopo Baudo in poi, in special modo dal 2008 a oggi, contestualmente al consolidarsi di Amici di Maria De Filippi, e all’avvento di altri talent a sfondo canoro.

Complici, in premessa, già intorno ai primi anni 2000, una serie di cambiamenti generali epocali a livello, oltre che di moda e costume, anche e soprattutto di ordine macroeconomico – derivanti dall’impatto, persino in ambito musicale, degli effetti di globalizzazione e new economy – coincisi con la progressiva ‘fusione per incorporazione’ (questo il termine tecnico corretto) tra loro delle principali etichette discografiche presenti sul territorio nazionale.

Nel 1990, in Italia, esistevano, tra le prime e più importanti imprese del comparto musicale, RTI MUSIC, CGD, WEA, CBS/SONY MUSIC, BABY RECORDS, FIVE RECORDS, EMI, FONIT CETRA, SUGAR, POLYGRAM, POLYDOR, MERCURY, EPIC, COLUMBIA, CAROSELLO, BMG, MCA, RCA.

In tutto, circa una ventina di grandi players del settore che, a partire dal 1995 ad oggi, in soli 22 anni si sono via via ridotte a circa 6: SONY, WARNER, UNIVERSAL (sul versante ‘major’) e SUGAR, CAROSELLO e la neonata italiana BMG RIGHTS MANAGEMENT (ovvero, le indipendenti più note).

Sei realtà superstiti – finchè esisteranno (e r-esisteranno ancora, questa è la verità), perché il web e i new social media incombono con potenza sempre più – che, chi più, chi meno, si sono trovate di fronte all’enorme difficoltà di dover far obbligatoriamente proprie le scuderie piene zeppe di artisti che provenivano dalle vecchie storiche etichette inglobate, ma a un prezzo altissimo: quello di aver, di contro, ridotto drasticamente gli organici dei dipendenti, in nome degli obiettivi finanziari e di asset strategici in termini di human resources dettati da Consigli di Amministrazione che, alla definizione di ogni nuovo bilancio a fine anno, riducono sempre più i budget a disposizione.

Chiamare queste aziende ‘major’ perché fa figo, a me – invece – fa sia ridere che pena al tempo stesso per chi c’è al loro interno: conosco infatti rispettabili carrozzerie organizzate che fatturano molto, molto di più, con utili e dividendi che la discografia di oggi si sogna.

Un tempo, sino a 20 anni fa, era il contrario. Basta leggere ed esaminare storicamente i bilanci di queste aziende, anche ben prima del cambio Lira/Euro, per vedere la mala gestione del presente, rispetto al passato.
Forse perché, proprio vent’anni fa, v’erano ancora discografici seri e illuminati? Mentre oggi, chi ha fallito in un’etichetta diventa capo e vertice di un’altra, anziché cambiar mestiere? A rimetterci, intano, sono sempre musica, artisti, fatturato e pubblico.
Ma chi di sano di mente, CHI, per restare in metafora, affiderebbe ancora la cura della propria auto a un carrozziere incapace? Bene, questo è invece quel che accade quotidianamente nel pop-rock italiano.

CASE DISCOGRAFICHE: SEMPRE MENO DIPENDENTI, SEMPRE PIU’ CONTRATTI DA GESTIRE

Quindi, ricapitoliamo: da un lato, troppi artisti da gestire per una stessa casa discografica (per fare un esempio, si pensi all’eccesso di profughi sulla piccola Lampedusa: come fanno a starci tutti?)… e intanto qualcuno viene dimenticato. Qualcun altro, invece, fa causa per ottenere giustizia sul mancato rispetto di un contratto (attendendo magari secoli per avere una liberatoria che sblocchi almeno la carriera)… Mentre qualcun altro ancora, invece, viaggia a gonfie vele, e arriverà a 80 anni a far ancora parte del roster della medesima etichetta con cui ha iniziato la carriera, per sua buona fortuna: pochissimi, forse neanche il 7% del totale.

E gli impiegati e dirigenti lasciati a casa, invece, dove sono finiti? Alcuni – che, per così dire, godono di ottimi rapporti con i cosiddetti ‘poteri forti’ della discografia italiana -, pur cambiando in media ogni 10 anni circa poltrona, ufficio e scrivania, sperano di tagliare l’ambito e altrettanto arduo traguardo della pensione, rischiando in tal senso di farcela.
Altri – i più eroici, intrepidi, impavidi, ma non sempre capaci – o hanno aperto partita Iva, o si sono associati tra loro, svolgendo dall’esterno – in outsourcing – il medesimo lavoro di prima sotto qualche nuova ragione sociale, in nome e per conto delle case discografiche di cui erano prima dipendenti, a costi decisamente inferiori, per lo più, rispetto a quando erano assunti. E non tutti, inoltre, lavorano continuamente: molti, invece, a consulenze spot, sperando in continui rinnovi e altrettante proroghe per sbarcare il lunario.

Gente comunque di cui ovviamente le aziende discografiche – stracolme oltre l’orlo della bottiglia di cantanti da non saper più dove mettere né che cosa far cantare per riuscire a portare a casa due denari di royalties -, hanno ovvia e ragionevole necessità, proprio in quanto costrette ad appoggiarsi a consulenti esterni.

Di qui, dunque, la moltiplicazione – in stile pani e pesci di biblica memoria – del fiorire e proliferare di questa o quella agenzia di promozione che – per acquisire un cliente in più (o, come dice il sottoscritto, per ‘coglionare’ – perdonatemi il neologismo tout court – un emergente o un Big), paventano e millantano molteplici benefit (a cui credono solo loro) per via dei passati (e, spesso, fugaci e tempestosi) trascorsi impiegatizi e/o dirigenziali in questa o quell’etichetta discografica.

GLI ARTISTI DEI TALENT HANNO INTASATO LE MAJOR DEL DISCO

A complicare le cose, infine, ci pensano i talent show, che pesano da almeno 10 anni a questa parte per quasi il 90% delle acquisizioni contrattuali delle case discografiche, sfornando più cantanti da accasare che le panetterie alle prese con brioches e pizza da servire al banco: ma come si può pensare di poter seguire – tutti e bene – una media di circa nuovi 10 artisti l’anno per accordi ciascuno di minimo tre dischi in 5 anni, senza avere almeno un centinaio di addetti al comparto artistico, promozionale, legale e di marketing? Oggi, le case discografiche più fortunate sfiorano in rarissimi casi i 25/40 dipendenti diretti al massimo.

Ecco dunque che, come accade anche nelle migliori toilettes, prima o poi si arriva alla soglia limite. All’intasamento.
Dove mandiamo tutta questa gente” – pensano loro, i discografici, sempre per antonomasia geneticamente più ‘furbi’ degli altri – “cui abbiamo fatto e scritto mille promesse, e dato acconti in denaro a conferma dei contratti sottoscritti, per evitare che qualcuno più incazzoso, magari, ci faccia causa? A Sanremo, ma è chiaro! Problema risolto”.

Svelato così il mistero che fa sì che taluni artisti, in 4 o 5 anni, vadano al Festival in media dalle 2 alle 4 volte ciascuno. Qualcuno anche tre di fila, come nel caso dell’era Carlo Conti. Sconosciuti del sottobosco musicale compresi, anche quando i risultati scarseggiano o latitano del tutto. Pietendo anche supplici in ginocchio la Rai e i Direttori Artistici della kermesse perché prendano in gara i loro accoliti. Ma che tristezza!

CANTANTI STORICI LASCIATI A PIEDI, SENZA PIU’ SPAZIO NELLA MUSICA ITALIANA

Uno scempio perpetrato e reiterato ignominiosamente ai danni della buona Musica. A discapito dei veri Big, costretti per lo più a confluire – i più fortunati – nelle etichette indipendenti – oppure – i più sventurati – al regime dell’autoproduzione nuda e cruda. Fuori da ogni logica commerciale e radiofonica. Emarginati, assenti, impotenti. O, per meglio dire, azzerati. Appare pertanto oggettivamente evidente il fallimento di Claudio Baglioni, ancor prima di aver cominciato.

Cantanti di razza che, magari, oggi, hanno 45-50-55-60 e più anni di età, ma almeno 30 e passa di carriera e tante canzoni di successo alle spalle, che vengono ignobilmente bistrattati e dimenticati dalla ‘discografia ufficiale’, sempre invece più a caccia di ragazzini e adolescenti.

Un’ultima, triste considerazione. La musica, in Italia, fattura appena 160 milioni euro: briciole per affamati, sia chiaro! Con queste premesse, è già anche sin troppo: 7 produttori di campane, in Italia, generano in proporzione un indotto lordo e netto ben maggiore, inteso come valore e ricaduta occupazionale.

Raramente – o meglio, quasi mai, salvo eccezioni – si va in gara a Sanremo per merito della canzone fine a sé stessa. La verità, mio malgrado, è QUESTA.
Parentesi chiusa.
Parola di Maurizio Scandurra.


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