PARIGI. L’unico modo per far finire la violenza è smettere di usarla.

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Storicamente si prevarica per due inconfessabili motivi: la paura e gli interessi economici. E si usa violenza per gli stessi identici motivi, con l’aggiunta della componente vendicativa. L’odio. Mi uccidi un fratello e io ti odio, pertanto quando me ne sarà data la possibilità ti restituirò il favore
Il recente caso francese ha nella sua pancia grondante di sangue innocente sia i semi dell’interesse economico che dell’odio.

Partiamo dagli interessi economici e parliamo dell’Isis, il temuto califfato islamico. Chi sono? Da dove vengono? Come ottengono la disponibilità finanziaria per armarsi, foraggiare intere popolazioni, tessere una radicata tela internazionale che attraversa le frontiere con la facilità di un alito di vento?
È evidente che le armi gliele debba vendere qualcuno. E quali sono i paesi che producono gli armamenti necessari all’Isis? Gli stessi che ne hanno paura, gli stessi che li combattono, o fingono di farlo.
Uno recente studio internazionale patrocinato dall’UE e realizzato dalla Conflict Armament Research, ha reso noto che i terroristi dell’Isis utilizzano armi e munizioni fabbricati in Usa, Russia e Cina. Lo studio – realizzato da osservatori inviati nelle zone di conflitto tra luglio ed agosto di quest’anno – è stato possibile grazie alla raccolta e analisi di bossoli sparsi nei luoghi degli scontri armati con gli jihadisti nel nord dell’Iraq e nella Siria settentrionale.
Come sono arrivate queste munizioni nelle mani degli uomini in nero del Califfato? E chi lo sa… gli americani dicono che le hanno rubate ai militari iracheni a cui le avevano fornite dopo la liberazione da Saddam. I russi affermano che loro le armi le avevano date all’alleato siriano Bashar al-Assad e anche qui quegli Arsenio Lupin dell’Isis sono riuscite a rubarle. Idem per la Cina. Più che a guerriglieri, siamo di fronte a veri e propri maghi del furto!

Poi c’è l’odio, l’altra componente fondamentale. È vero, quelli probabilmente ci odiano. Vivono in povertà, ignoranza, restrizioni, fame e, come tutti coloro che non hanno nulla, trovano rifugio nell’arcano mistero della fede, di Dio che vede e provvede, di una giustizia a misura di povero, verso un aldilà che promette un adeguato risarcimento. Strumentalizzare quella fede e trasformarla in odio è un gioco da ragazzi per i vari maestri del dolore. Ignoranza e povertà sono la benzina più utile per influenzare interi popoli e renderli martiri della falsa interpretazione di un credo. Ma attenzione, questo non c’entra niente con la religione. È solo un’illusione collettiva, l’abbattimento dell’argine della pazzia, per certi versi molto simile a quanto accaduto con il nazifascismo: un incantesimo collettivo che uccide coscienza e consapevolezza. Sfortunatamente tanti, troppi giovani arrabbiati, delusi, inconsapevoli e senza valori, trovano in quel crudele incantesimo un ideale su cui poggiare la propria rabbia.

Infine ci sono i morti: i nostri, i loro. Non fa differenza, anche se parrebbe il contrario. Tutte le volte che bombardiamo la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan o qualunque altro posto dove presumiamo si annidino i terroristi facciamo vittime civili. Donne, uomini, vecchi e bambini. Non certo terroristi. Loro non vestono come noi, non pregano come noi, non vanno ai concerti rock o a vedere la partita, ma sono esseri umani, esattamente come noi. Bombardati da un caccia o sparati in un bar… sempre di morte si tratta. Una morte ingiusta e atroce che non è mai scusabile.
La violenza genera se stessa, è un parassita che si ciba di odio e paura. Lo sanno loro e lo sappiamo noi. Ma poi, alla fine, veramente esiste un noi e un loro?
Oppure l’unica differenza è fra chi esercita arbitrariamente il potere e coloro che subiscono gli effetti devastanti di certe scelte?
Diceva Bertold Brecht: “Alla fine dell’ultima guerra c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente”.

Quello che è successo ieri a Parigi è di una tristezza infinita e assolutamente imperdonabile. È assurdo, è ingiusto, è doloroso e inumano.
Ma piano con i giudizi, almeno noi teniamo bassa l’asticella dell’odio, aspettiamo e cerchiamo di capire quale sia il modo migliore di agire, perché poi si fanno cose stupide, tanto stupide. Come nel 2001 quando Bush e i suoi bombardarono un paese per trovare un terrorista, ammazzando innocenti, affamando persone, per poi scoprire, dieci anni dopo, che quel terrorista era da tutt’altra parte.
Sulla scia della rabbia per questi nuovi terribili delitti si rischiano mille altri delitti. Senza considerare che il desiderio di vendetta è un diritto legittimo soltanto per chi è direttamente coinvolto, in questo caso le famiglie delle persone uccise.
Dai capi di Stato va preteso altro: praticità, saggezza, pragmatismo ed equilibrio, il tutto a suffragio di una risoluzione efficace dei problemi per il bene comune. Altrimenti sono capi ultras, bandierine che si gonfiano quando il vento soffia troppo forte salvo afflosciarsi appena quello stesso vento placa la sua furia.
E le bandiere, si sa, prima o poi volano via.
Restiamo Umani. O almeno proviamoci.
L’unico modo per far finire la violenza è smettere di usarla.

  Federico Traversa aka F.T. Sandman è scrittore e co fondatore di Chinaski Edizioni, casa editrice genovese indipendente. Ha scritto decine di libri a tema musicale: da Bob Marley alla prima biografia su Jim Carrol e altri ancora in collaborazione con Tonino Carotone, con il rapper Vacca, Babaman, gli Africa Unite e Don Andrea Gallo (quattro libri dal 2008 al 2012). E' autore insieme ad Andrea Napoli e con la collaborazione del rapper Tormento del libro “Who Shot Ya?”, sulla tragica morte delle leggende del rap Tupac Shakur e Notorious B.I.G. Nel 2014 a un anno dalla morte di Don Gallo, Federico pubblica “Camminare Domandando- Ultime conversazioni con Don Andrea Gallo” (Chinaski Edizioni).
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