UN VENTO SENZA NOME – IRENE GRANDI – RECENSIONE

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Irene Grandi è senza dubbio una delle cantanti più rappresentative della musica italiana mainstream degli anni 90; successo e consistenza artistica che ha saputo trascinarsi anche nel decennio successivo, mettendo a segno grandi successi e forse qualche passaggio meno riuscito, senza però mai mettere davvero a rischio la sua credibilità artistica. Negli anni ’10 però, la presenza discografica si è fatta più rara; alla maturità di donna è si combaciata anche una maturità artistica, ma le tempistiche di pubblicazione, allungandosi a dismisura, hanno finito inevitabilmente con l’indebolirne l’immagine mediatica. Da qui, per Irene scegliere di partecipare a Sanremo, di tornarvi per appena la quarta volta in 21 anni, è stata una mossa intelligentissima, che di colpo l’ha portata dinanzi a più di mezza Italia, televisivamente parlando, ed anche di più se si considerano giornali, siti internet e chiunque in quella settimana si ricordi che esiste la musica.
Calibrata anche la scelta della canzone, perché Un vento senza nome, così priva di quella spinta con cui Irene ha sempre farcito la sua musica, quell’irruenza istintiva, mista a potenza vocale ed impertinenza espressiva, bene ha mostrato il suo nuovo percorso musicale, come una vetrina allestita dal miglior vetrinista, che magari ci passi davanti, non ti ci soffermi perché non hai tempo, però ti resta impressa e così alla prima occasione ci ritorni. Ha funzionato così anche per chi vi scrive, che a primo ascolto, durante il Festival, non aveva ben capito il brano, spiazzato anche dalla scelta abbastanza compassata di proporsi sul palco, tradito dal ricordo di quella pepata ragazza sparita al cospetto di una signora pettinata e vestita come la zia di paese tirata a lucido per la festa del Santo Patrono. Insomma dove era la pimpante rockeuse di cui si possedeva tutti i dischi? (si, pure l’opinabile Prima di partire!).

Poi, sera dopo sera, quel brano che non esplode mai, quella nota che pensi arrivi a momenti ed invece si arrotola su se stessa a favore di un’intimità come mai prima, quel testo letto con attenzione e irrimediabilmente adatto alla sua interprete ed in questo caso anche autrice, quella melodia di piano alla base, che diventa poi pizzicato al momento della variazione, (nel disco suonato dall’immarcescibile Bollani) mi hanno conquistato e quell’insufficienza, data forse frettolosamente la prima serata, è diventata un sette pieno nel corso della manifestazione e addirittura un otto a bocce ferme.
Questo il brano, ma l’album?
In Un vento senza nome Irene forse pecca di aver cambiato molto più di un abito o due; il guardaroba è stato rivisto completamente, come se avesse chiuso in scatola tutta la sua storia e fosse uscita a fare compere in maniera compulsiva, senza limitazioni di fido sulla carta di credito. Così il disco appare troppo poco Irene, con i fans chiamati a decidere se l’evoluzione è un tradimento o se la nuova versione della loro cantante preferita sia meritevole d’esser seguita. Di sicuro non si parla di un disco banale o scontato ma senz’altro si ha grande difficoltà a trovare un possibile secondo singolo e spesso e volentieri la cosa è strutturale. I brani partono sempre da melodie abbastanza certe, lineari ed essenziali, giocate sulle note basse, ma poi il diverso registro scelto da Irene, o volendo, una vocalità imbrunita dagli anni che passano e le tante sigarette, non favoriscono evoluzioni in linea melodicamente; ci si ritrova così al cospetto, salvo rare eccezioni, con brani dagli incisi che vanno da una parte del tutto differente rispetto alle strofe.

Ne è esempio il brano di apertura A memoria, scritto da Cristina Donà. Forse C’est la vie potrebbe essere il pezzo più adatto all’estate, con quel suo sapore easy ed il senso di’ “addà passà a nuttata” comunicato dal testo, anche se stilisticamente è Casomai il brano che mette maggiormente d’accordo l’Irene che fu con quella che è.
Roba bella è un esperimento riuscito tecnicamente, usando voci raccolte in un mercato, ma un po’ meno dal punto di vista della forma canzone. La conclusiva Se è firmata dal già citato Bollani mentre Settimo cielo, col suo mood alla Coldplay, avrebbe forse meglio sostenuto la scaletta tutta, se messa a capo, invogliando anche l’ascoltatore medio, quello da megastore, che si piazza in testa le cuffie, ad andare avanti e sentire il resto; insomma si sa, i pezzi più commerciali vanno sempre piazzati con intelligenza nella scaletta.
Con Un vento senza nome Irene ha mescolato le carte, ma la prima mandata non le permette grandissime giocate. C’è un po’ da temporeggiare per capire se la strada intrapresa è giusta, ma vista la tanta attesa per questo nuovo album, le sarà ancora concesso tempo?

CANZONE MIGLIORE: Un vento senza nome
VOTO: 5/10

  Fabio Fiume nato a Napoli dove vive e lavora. È giornalista, critico musicale per le pagine del Roma, lo storico quotidiano campano. Contemporanemente ha scritto per diverse testate web, come Fegiz Files, Riserva Sonora, Donne e Manager di Napoli ed il glorioso Festival Blogosfere, a cura di Alessandra Carnevali che lo scelse personalmente come valida spalla al suo seguitissimo blog. Contemporaneamente scrive e conduce da 7 anni diverse rubriche per il Light MEGAzine, programma varietà di punta della milanese Radio Hinterland e con il cast della trasmissione, conduce tre edizioni della stessa da Sanremo in occasione del Festival ed un'edizione di Rozzano in Festa. Dopo altre esperienze live nel napoletano approda quest'anno alla gloriosa radio campana Club 91 come co-conduttore, nonché autore di Week end 91 - Qui c'è Musica