RECENSIONE: DARDUST – BIRTH

DARDUST

E’ disponibile da oggi su tutti i digital stores e nei negozi su supporto fisico Birth, secondo capitolo della saga Dardust, il progetto di musica strumentale ideato e scritto da Dario Faini.
Dalle atmosfere berlinesi romantiche e decadenti del disco precedente, ora si vola fino a Reykjavík in Islanda, per tessere le trame di questo nuovo viaggio dai contrasti forti e marcati, felice preludio che condurrà prossimamente i nostri all’epilogo facendo tappa a Londra per il prossimo album.

Il grande respiro melodico di 7, prologo sognante di questa trilogia in costruzione, lascia spazio ora ad uno sviluppo narrativo più fitto e concreto che si catapulta con dieci tracce al centro di una sceneggiatura fantasy senza passare dal via e senza alcuna possibilità di tornare indietro: la componente elettronica si fa protagonista dei brani, estrema e violenta, scontrandosi negli anfratti di parti pianistiche decisamente più morbide ed essenziali che restituiscono ossigeno all’ascolto. Birth è stato prodotto e registrato insieme a Vanni Casagrande al Sundlaugin Studio, alle porte di Reykjavík, stessa location che ha già ospitato le incisioni di Sigur Ros, Jon Hopkins e Damien Rice, unico sfondo possibile ed inequivocabile di queste istantanee pulsanti che raccontano il presente ed il futuro di Dardust ma insieme tutti i riferimenti musicali che Dario Faini in questi anni ha raccolto e collezionato. La tracklist si apre con The wolf, primo singolo estratto, un irresistibile elastico di synth e suggestioni, vivido tratto d’unione tra i passaggi melodici del disco precedente e la ruvidità nevrotica di questo stato (di grazia) attuale; sulla stessa scia si porta dietro altri quattro brani dall’anima electro tra cui la collaborazione con SBCR, aka The Bloody Beetroots, su Take the crown e Bardaginn (The battle)  uno dei momenti migliori del disco dall’impatto devastante. A compensazione altri cinque pezzi più morbidi ed evocativi tra cui spiccano The never ending road, Birth Slow is the new loud, in cui la melodia torna al centro e si sviluppa liquida nello scorrere della traccia fino ad esplodere; in questo senso Don’t Skip (Beautiful things always happen in the end) non è soltanto un altro brano del disco ma un prezioso consiglio. C’è spazio anche per un epico GranFinale pronto per essere impiegato nei live che verranno, parte fondamentale e complementare del progetto.

Ascoltando con attenzione e tutto d’un fiato vi accorgerete di quanto spesso (se l’idea di fondo è bella come questa) le parole ed i testi delle canzoni siano vuoti e superflui.
Un esempio bello ed avvincente “dell’altra” musica italiana.

BRANO MIGLIORE: Birth
VOTO: 8/10

 

 

  Sono nato a Roma nel 1987, ed è qui che ho deciso di tornare dopo qualche anno di vagabondaggio per studio e lavoro. La musica è la mia passione vera; da sempre ho avuto l’esigenza di ascoltare, scoprire ed esplorare generi ed artisti diversi. La mia vena critica e quella polemica mi hanno portato su All Music Italia dove recensisco i dischi italiani in uscita più interessanti.
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  • Darek B.

    a bit too much “piano on delay” but wow – his music is majestic – exelent album.