9 – NEGRITA – RECENSIONE

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I Negrita sono tornati con un nuovo album intitolato 9.

In un momento storico in cui la musica italiana annaspa alla disperata ricerca di capacità, visioni musicali e buone idee, come si fa a non accogliere con gioia un nuovo album dei Negrita?
La rock band toscana, pur non essendo mai stata un esempio di eccessiva originalità, si è sempre connotata per un progetto rock consapevole, ricercato e genuino, capace tanto di strizzare l’occhio ai rocker più intransigenti, quanto di regalare quei ritornelli pop cadenzati da riff liquidi che pretendono le radio. I quattro ragazzacci toscani si sono sempre contraddistinti per un’energia fuori dal comune, una profonda conoscenza delle sette note e un frontman capace di mangiarsi ogni palco su cui sia chiamato a suonare. Pau sarà borioso, tirato e pieno di sé, ma è anche l’unico singer italiano, insieme all’amico Piero Pelù, in grado di rivaleggiare con le tanto osannate rockstar d’oltre oceano. Insomma è dannatamente bravo, lo sono tutti nella band, da Drigo a Cesare, passando per i “nuovi” Giacomo e Cristiano.
Negli anni novanta, sciolti i Timoria e scoppiati i Liftiba, si sono presi sulle spalle il fardello di trascinare il rock italico che ha la fortuna di andare in classifica verso il nuovo millennio. Una missione quasi impossibile, che non tra mille difficoltà, hanno portato a termine. In alcuni passaggi del recente passato magari occhieggiando pesantemente al pop, questo è vero, ma senza mai indossare le mutande di altri, questo bisogna riconoscerlo.

 Alla soglia dei cinquant’anni i quattro rocker tornano con un nuovo disco d’inediti, 9, registrato nella verde Irlanda. Un disco immediato, che pesca nel carniere degli anni d’oro del genere e non fa prigionieri. I momenti tiratissimi si alternano a passaggi mid tempo, con un songwriting maturo nei testi, che spazia dal proprio vissuto (que sera sera, 1989) ai temi più attuali (Mondo Politico, Il Nostro Mondo è adesso), all’amore maledetto (I’m In Love, Vola Via con Me) e raramente al disimpegno (L’Eutanasia del Fine Settimana).

Un lavoro quadrato, sapiente miscela di intuizioni e mestiere, nel quale non mancano quei suoni meticciati (Ritmo Umano), marchio di fabbrica di una band che da sempre ha nel proprio dna “il rotolare verso sud“.
Il blues malato di ferro, palude e catene di Non è Colpa Tua, poi, è una delle migliori cose che i Negrita abbiano mai inciso.
Un disco pensato anche per il live, vero punto forte della band aretina, con pezzi adatti al pogo selvaggio sotto il palco (Poser, Baby I’M Love ), anatemi pop-rock (Il Gioco) e ballate da accendino in aria e lingua in bocca con la tipa sudata che ti balla a fianco (Se Sei l’Amore).
In un mondo di “cannibali travestiti da vegani” come canta Pau, il rock è una delle poche cose che è rimasta uguale e ancora non ci hanno rubato. Aspettate ad esultare e fare linguacce alla Gene Simmons perché, invero, hanno fatto di peggio. Come? Spacciando per rock tonnellate di dischi che di rock non hanno nemmeno l’intenzione ma solo i tatuaggi. E questo soprattutto in Italia.
Ma che cos’è, alla resa dei conti, questo benedetto rock? Semplice: dei tizi VERI che suonano strumenti VERI a volume alto, decantando frustrazioni, sofferenze e gioie del proprio vissuto e della società in cui si muovono senza lavarsi le mani.
Una bellissima rarità, oggigiorno, come le tigri bianche della Mongolia. Come dite? Non ci sono più tigri bianche in Mongolia? Azz… allora preghiamo tanta salute ai Negrita.

In sintesi 9 è un gran bel disco, interpretato da una band in salute, tirata a lucido e ispirata. Se Il Gioco, primo singolo estratto, è un buon grimaldello per la radio, Que Sera Sera e 1989 faranno la gioia di quei quarantenni nostalgici che ancora non si lasciamo stare. Baby I’M Love ci aiuterà invece ad alzare il volume e abbassare il consumo del viagra, salvo riprenderlo in mano con nuova consapevolezza dopo l’ascolto di Niente è per Caso, coscienti di come la pillola dell’amore in verità non sia blù ma blues. E questa canzone è vitamina tanto per l’anima quanto per l’uccello.
Al suono di Il Nostro Mondo è adesso, poi, potrebbe finalmente compiersi la tanto agognata rivoluzione, e tutti noi correremo felici come un masochista dopo una testata a dare fuoco ad Equitalia. E lo faremo in piena consapevolezza.
Cosa si può chiedere di più a un disco rock?

CANZONE MIGLIORE: Non è colpa tua
VOTO: 7,5/10

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  Federico Traversa aka F.T. Sandman è scrittore e co fondatore di Chinaski Edizioni, casa editrice genovese indipendente. Ha scritto decine di libri a tema musicale: da Bob Marley alla prima biografia su Jim Carrol e altri ancora in collaborazione con Tonino Carotone, con il rapper Vacca, Babaman, gli Africa Unite e Don Andrea Gallo (quattro libri dal 2008 al 2012). E' autore insieme ad Andrea Napoli e con la collaborazione del rapper Tormento del libro “Who Shot Ya?”, sulla tragica morte delle leggende del rap Tupac Shakur e Notorious B.I.G. Nel 2014 a un anno dalla morte di Don Gallo, Federico pubblica “Camminare Domandando- Ultime conversazioni con Don Andrea Gallo” (Chinaski Edizioni).
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