Perché MARRACASH sarebbe entrato nel nostro brodo… (e altri no)

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Marracash è uno dei rapper mainstream di maggior talento in questo paese.
Uno che scrive diversi testi intelligenti, ha buona proprietà linguistica e una cultura in continuo aggiornamento, come dimostrano le tante citazioni illustri che germogliano qua e là nei suoi dischi.

Anche lui, come molti suoi colleghi, non lesina di parlare di storie tese, pezze al culo, drogaggi vari e vita di strada. Ma, a differenza del gregge, non perde credibilità; al contrario, ne acquista sempre di più. Prendiamo quindi atto con gioia come anche i giovani fruitori del rap in questi anni tormentati – quelli, per intenderci, cresciuti confondendo i gusti della vita vera con i likes di Facebook – sappiano distinguere il vero dal verosimile. Capendo, ad esempio, perché quando a parlarti di fame è un milanese arricchito è meglio se sostituisci la E finale con una A bella rotonda. Giusto per avere un quadro un filo più veritiero, niente di più.

Quando invece il butterfly effect delle pezze al culo te lo spiega Fabio Rizzo dalla Barona, probabilmente, qualcosa dentro di te ti spinge a prestare attenzione. La chiamerei prevenzione dell’autoconservazione. Voglio dire: ascoltando i testi di Marra lo capisci che non cazzeggia. Oh meglio, magari cazzeggerà anche, ma alla stregua di uno che conosce profondamente la materia e può permettersi il lusso di ovattarne o enfatizzarne i contorni. Non è un poser, per dirla come voi giovani.
Se sei nato in certi ambienti e abitato un certo tipo di situazioni, fiuti i tuoi simili a tempo zero. E, allo stesso modo, sgami l’intruso manco fossi un master di Cluedo.
Per questo quando ascoltavo i ghetto drama di uno dei tanti rapper cresciuti a P.zza Duomo o in via Condotti, mi ribaltavo dal ridere. Ridevamo tutti al bar, ma non per cattiveria. È che se mi parli di chili, lame e polizia con quella faccia lì, è matematico che non ti credo. Magari ti ascolto, magari mi diverto, magari mi piace anche la tua musica ma sotto sotto ti incasello alla stregua del campione del mondo WWE di wrestling (per la cronaca in questo momento è Seth Rollins, per la gioia di Posa e Franchini). Un grande intrattenitore, a onor del vero, che però al primo match in MMA morirebbe di paura al risuonare del gong.
Per carità, non è che per fare rap devi essere un duro nato in merdosi casermoni di cemento e cresciuto con l’ausilio di un assistente sociale. Però, se ci scrivi vagonate di canzoni sopra, sarebbe preferibile. Altrimenti parla della tua realtà, e fanne comunque arte. Tormento, gli Articolo 31, lo stesso Fibra, hanno fatto ottimi dischi senza spacciare (uhm, scusate se la parola in questo contesto non è il massimo) un passato da thug boy. E non mi sembra che la qualità della loro proposta musicale ne abbia risentito.
Se invece hai vissuto una realtà pesante e vuoi esorcizzarla in musica, fa pure, basta che tu sia sincero e credibile.
Inoki, che di cazzate nei suoi testi ne ha scritte tante, è comunque credibile quando racconta la Bologna che schifano i turisti, così come lo era Amir quando rappava delle difficoltà di essere un figlio di immigrati nella capitale. E come lo è il nostro Marracash quando filosofeggia di un hinterland milanese che a volte è talmente spesso da ingrigirti l’anima.

Ma torniamo al bar. Al mio brodo, come dice il mio amico Tonino Carotone. Un brodo dove i pesci che lo abitano viaggiano più verso i quaranta che i trenta.
Per un certo periodo, noi, avventori del brodo cresciuti a pane e rock n’roll, il rap lo abbiamo schifato. Se non c’era una chitarra, un basso e una batteria vera, non la consideravamo musica, un po’come il circo senza animali. Cazzo ci vai a fare?
Poi sono arrivati Pac, Biggie, i NWA, qualcuno che sapeva l’inglese ha tradotto i testi, e abbiamo drizzato le orecchie. Ci piaceva l’autenticità di quella roba, anche se gli Stones e i Doors erano di un altro livello.
Si è quindi passati alla prima italian invasion del genere: Kaos, Joe Cassano, Neffa, gli Articolo 31 eccetera eccetera e (a onor del vero molto lentamente) abbiamo accettato che la musica e l’ispirazione potessero soffiare verso vibrazioni diverse senza comunque smarrire la propria forza.
Sempre guardinghi, comunque, annusando come lupi prima di accettare i nuovi canti nel branco. E se c’era puzza di fighetta, come rappava qualcuno anni fa, si chiudevano le serrande e fuori i pagliacci.
Preferisco una festa d’amici alla famiglia del gigante diceva Jim Morrison.

Probabilmente, anche all’epoca, Fabio Rizzo dalla Barona, non sarebbe rimasto fuori a congelarsi il culo e avrebbe ottenuto rispetto. I suoi amici del club, invece, quasi certamente no. E altrettanto certamente, qualche manigoldo gli avrebbe fatto soldi, collane e sostanze. Ma d’altronde, allora si era giovani e stupidi. Oggi, un sorso della mia Ceres non lo negherei nemmeno a chi fa finta di essere quello che non è.
Alla prossima.
F.

  Federico Traversa aka F.T. Sandman è scrittore e co fondatore di Chinaski Edizioni, casa editrice genovese indipendente. Ha scritto decine di libri a tema musicale: da Bob Marley alla prima biografia su Jim Carrol e altri ancora in collaborazione con Tonino Carotone, con il rapper Vacca, Babaman, gli Africa Unite e Don Andrea Gallo (quattro libri dal 2008 al 2012). E' autore insieme ad Andrea Napoli e con la collaborazione del rapper Tormento del libro “Who Shot Ya?”, sulla tragica morte delle leggende del rap Tupac Shakur e Notorious B.I.G. Nel 2014 a un anno dalla morte di Don Gallo, Federico pubblica “Camminare Domandando- Ultime conversazioni con Don Andrea Gallo” (Chinaski Edizioni).
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