CARMEN CONSOLI in concerto a Lecce: ecco il racconto del live di ieri sera!

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Siano sempre benedetti i concerti! La musica dal vivo, la polvere che sul palco si anima e balla un tango con il vento, le luci che si accendono e scacciano tutto il nero intorno. Siano benedetti tutti i concerti, e più di tutti, quei concerti in cui hai l’opportunità di saggiare qual è il valore reale del fare e del farsi arte; quei concerti che sanno risolverti il cuore, lasciandovi dentro un ricordo che conviene tenerti stretto, perché forse ti può salvare: qualcosa vicino a un piccolo bypass emozionale, a una lanterna che disperde le ombre interiori e fa brillare gli occhi.

A Lecce, in una Piazza Libertini dei primi di agosto, l’aria torrida fa pochi sconti ai presenti: si boccheggia, in attesa che il vento faccia capolino di tanto in tanto per allietarci, come un ambasciatore delle buone notizie. Lo start è fissato per le 22, ma il concerto parte con un assolvibile ritardo di una mezz’oretta: ed ecco che finalmente, accolta da un boato e in una mise total black su tacco 12, arriva Lei, Carmen Consoli. in buona compagnia delle sue compagne di viaggio e di spartiti in questa tournée estiva. Sono Fiamma Cardani – tra le più note batteriste donne della penisola – e Luciana Luccini, già bassista della band rock new-wave Madame Lingerie (piccola curiosità: nel videoclip de L’abitudine di tornare, Luciana è l’Uomo di latta, uno dei personaggi del racconto del Mago di Oz a cui la clip è ispirata).

L’apertura del live è da grandi applausi: Carmen lancia un’occhiata furtiva e sorridente alle prime file, imbraccia concentrata una chitarra rosa confetto e, senza cerimonie, ci conduce nel suo mondo ricco di storie e mediamente isterico, dove puoi ricevere un sincero benvenuto al concerto non con l’ultimo singolo mandato in radio, né con una vecchia hit, bensì con un’assurda e mirabile versione elettrica del cantabile Casta Diva, la celebre preghiera alla luna dalla Norma di Bellini.

“Casta Diva che inargenti
Queste sacre antiche piante,
A noi volgi il bel sembiante
Senza nube e senza vel.”

Dopo questo primo pezzo, alcune ragazze alla mia sinistra sono già così prese che urlano a squarciagola: “Viva la Cantantessa!!!”, a ripetizione e raggiungendo tonalità inesplorate, ché nemmeno l’Aguilera delle grandi occasioni. Siamo ancora all’inizio, ma il ghiaccio è stato rotto e ora lo show è tutto in discesa.

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Come aveva raccontato nell’intervista insieme di qualche giorno fa, la cantautrice catanese ha scelto per quest’estate 2015, di portare in giro un live essenziale, dall’atmosfera sobria con un continuo slancio alla condivisione col proprio pubblico; e per quanto in effetti non ci fossero grandi coreografie sul palco, posso assicurare che lo spettacolo ci ha accompagnato tra una sequenza e l’altra, attraverso innumerevoli stati d’animo, tanti quanti ne presenta il repertorio davvero multiforme di Carmen. Proprio come una trapunta di patchwork, in cui ciascun quadrato ha forme e cromie proprie, la nostra artista ha proposto una scaletta efficace, molto strutturata, ma non per questo meno varia ed eterogenea, dal momento che ha pescato a piene mani da ogni latitudine della sua discografia ormai ventennale.

Protagonista annunciato è stato l’ultimo arrivato, L’abitudine di tornare, il nuovo album uscito a gennaio scorso, di cui ieri la Cantantessa ha suonato grande parte della tracklist, mantenendosi fedele agli arrangiamenti originali delle canzoni: dal primo singolo omonimo al secondo estratto Sintonia Imperfetta, passando per brani più emozionali, quali OttobreEsercito silente Oceani Deserti, fino ad arrivare al pezzo più avvelenato del disco, La signora del quinto piano (a seguire, nella versione a più voci per la campagna contro la violenza sulle donne realizzata dal Telefono Rosa, col fine di far conoscere il numero nazionale anti violenza 1522).

Dai precedenti album di inediti, Carmen ha eseguito alcuni grandi classici, per la gioia dei suoi seguaci più affezionati: di questi, ora tornano in mente Matilde odiava i gattiPer niente stanca (brano che, lo ricorderete senz’altro, ha dato il nome al primo greatest hits della cantante, pubblicato nel 2010), GeishaMio zioStato di necessità e ancora, Bonsai #2, pezzo dalle parole lette al contrario, ripreso direttamente dal disco d’esordio, Confusa e felice, intonato come di consueto, in un duetto ormai colladauto col suo pubblico.

Tanti tra i brani immancabili, mancano ancora all’appello. E per la verità, tanti  di questi continueranno a mancare anche a concerto concluso: del resto con un simile repertorio, è un fatto inevitabile, lo si perdona col sorriso. Ora la Consoli dà la buonanotte una prima volta ed esce alcuni minuti. Rientra infine per continuare da sola, chitarra e voce: lo show intraprende la sua fase più intimistica, è infatti il momento di Parole di burro, di L’ultimo bacio e di Confusa e felice, più che canzoni, vere e proprie pietre miliari che la cantautrice ha posto a terra per costruire dagli anni ’90 ad oggi una carriera ricca di primati e di grandissimi successi.

Con semplicità e rivolgendo ancora un sorriso luminoso e per niente stanco, l’artista ha quindi concluso lo spettacolo con un’ultima hit, la ballata Amore di plastica, lo stesso brano con cui, nel lontano 1996, si presentò per la prima volta al Festival di Sanremo nelle Nuove Proposte. E di nuovo, il gruppo delle ragazze alla mia sinistra in delirio, a gridare: “Grazie Cantantessa! Grazie! Grazie!!!”

Carmen, per fortuna stanotte io il timpano l’ho riportato a casa sano e salvo (non so come, ma tant’è). Tu però non perdere mai la tua fantastica abitudine di tornare: sempre nuova, eppure la stessa grande artista di sempre. Grazie davvero e alla prossima!

 

  Salentino, studio Lettere (curriculum classico) all’Università e la Lingua dei Segni italiana presso l’ENS di Lecce. Già blogger occasionale per “un Filo-Blues” (all’interno di 20centesimi.it) e membro dell’Osservatorio Musicale Salentino, nato a seguito di un corso di critica musicale dell’Università del Salento. La mia vocazione è il canto, in più suono il pianoforte e mi piacciono molto la black music, il cantautorato – amore profondo per quello un po’ stagionato! – e gli strumenti dalle sonorità naturali, come l’armonium.
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