NEW GENERATION: INTERVISTA A NON GIOVANNI

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“Attraverso la mia voce, racconto l’Italia di oggi”.

Dopo averlo ascoltato sul palco del concerto del Primo Maggio a Taranto tra gli artisti emergenti, lo abbiamo seguito in questi mesi segnalandovi tutte le novità, in particolare l’uscita dei suoi due singoli, Io sarò famoso Ho deciso di restare in Italia, che hanno anticipato il nuovo album di inediti, oggi in uscita per l’etichetta Irma Records (Self Distribuzione).

Lui è Giovanni Santese, alias Non Giovanni, giovane artista pugliese e “umile servitore” della nuova canzone d’autore italiana, come ama definirsi. Il nuovo album si chiama invece Ho deciso di restare in Italia (come il brano omonimo) e si compone di 8 tracce che, del fresco cantautore, disvelano un mondo sonoro compiuto e dinamico, orbitante fra tradizione e sperimentazione linguistica, fra esperienze uniche di vita vissuta e piccole perle quotidianità vicine alla storia di molti.

Questa è la copertina del disco, da oggi acquistabile nei negozi di dischi e in tutti gli store digitali.

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All Music Italia, da sempre vicina agli artisti emergenti e altresì al circuito indipendente italiano con le sue nuove proposte, ha raggiunto telefonicamente l’originale Non Giovanni per una lunga chiacchierata, che state per scoprire scorrendo la pagina. Sono emersi, oltre al piatto forte dei contenuti dell’album, tanti spunti interessanti a riguardo del nostro Bel Paese così ricco di contraddizioni, in cui “restare” rappresenta a volte non già la naturale consuetudine di chi è nato e vissuto qui, ma una decisione forte, coraggiosa, frutto di profondo discernimento e dettata dall’amore indomito per la propria terra e per l’identità culturale e linguistica con cui si è cresciuti e ci si è affacciati al mondo. Cari amici, buona lettura!

Ciao Non Giovanni, benvenuto su All Music Italia!
Oggi è un gran giorno per te: dopo alcune autoproduzioni di taglio folk, è arrivato finalmente il tuo debutto discografico a tutti gli effetti, con l’album “Ho deciso di restare in Italia”. Come ti senti? Come hai vissuto l’attesa degli ultimi giorni?

Ciao, grazie! Ho vissuto con serenità questi ultimi giorni. Mi sento molto rilassato, dopo aver lavorato tanto nell’ultimo anno. Da dicembre, quando abbiamo finito di registrare, fino a oggi abbiam fatto tantissime cose per riuscire a mettere su una “macchina” adeguata per portare in giro e promuovere l’album. Ora che è tutto pronto, sono più disteso: quello che deve succedere d’adesso in poi, è che l’album venga conosciuto, ma siccome subentrano dinamiche che sono fuori dalla mia portata e non dipendono più solo da me, mi sono messo tranquillo ad aspettare ciò che verrà.

Raccontaci un po’ la tua storia. Quali esperienze ti han permesso di maturare il tuo stile così personale? Come sei arrivato fin qui?

Nasco musicalmente nel mio paese, a Grottaglie, dove ho iniziato a scrivere e a esibirmi, allargando il raggio d’azione ai locali di provincia.

Mi sposto a Roma e lì do vita a un primo disco, al quale tengo molto perché la sua genesi è legata ad altri due amici cantautori romani: ci siamo chiusi insieme in un casale di montagna nel Lazio e, tra il vino e le mangiate col camino acceso e alcuni musicisti che ci venivano a trovare, abbiamo registrato Ballate di fine inverno (che trovate su Jamendo), una raccolta all’interno della quale potete ascoltare 7 miei brani. Nella capitale ho fatto molti live, ho conosciuto i locali e i gruppi, mi sono integrato, ho creato anche un’associazione, Fronte popolare per la musica libera, orientata a capire le dinamiche del diritto d’autore, delle creative commons di cui si parla spesso. Siamo andati anche a un festival in Francia, poi in Romania.

Quando mi sono trasferito a Bologna, ho fatto un EP, frutto di una vincita di un concorso a Ferrara; mi esibivo nei dintorni in acustico con un chitarrista che mi accompagnava. Diciamo che, per arrivare a questo disco, di strada ne ho fatta e ciò mi ha permesso di capire in che direzione muovermi, trovando la giusta determinazione per dare concretezza a una passione, quella per la musica, che nutro da sempre.

Quando hai iniziato a suonare la chitarra e a scrivere?

Le prime cose le ho scritte a 15 anni, direi però che le mie composizioni sono migliorate intorno ai 18. Son diventate più decenti, va! (ride, ndr)

All Music Italia conosce già la risposta, ma vuoi spiegare ai nostri lettori come mai hai scelto proprio questo nome d’arte?  

Ti posso dare diverse spiegazioni: la più semplice è che il mio pseudonimo rappresenta la negazione del Giovanni “normale”, che lavora ed è integrato in una società dove bisogna fare determinate cose, a beneficio del suo alter ego artistico, che al contrario fa solo quello che gli piace. Poi c’è il gioco di parole con Don Giovanni, che mi diverte molto! Don Giovanni per me è un personaggio affascinante, che penso di non poter raggiungere: da ciò, l’ammissione di essere in sostanza, un bravo ragazzo.

Parliamo un po’ dell’album, come dicevamo fresco di pubblicazione. Anzitutto, quanto tempo ti ha preso? Come sono andati i lavori in studio di registrazione?

Il disco l’abbiamo registrato in un tempo abbastanza breve, poco più di una settimana, e il missaggio per completarlo ha preso un’altra settimana.

Il lavoro è stato precedente, trovare il sound ha portato tanto tempo e a questo progetto complessivamente ho lavorato per due anni, con vari tentativi, cambi di line-up, fino a collaborare con Franz Lenti, mio tastierista e arrangiatore, con cui abbiamo costruito il disco. Con lui, il progetto ha acquisito una veste più elettronica, tanto che in un primo momento, anche io avrei dovuto suonare la chitarra elettrica, finché non abbiamo fatto l’esperimento di fondere la mia chitarra acustica con i synth e le tastiere, preservando la parte ritmica tradizionale di basso e batteria. Il risultato ci ha convinti subito, era quello che stavamo cercando!

Abbiamo provato tutta l’estate del 2013, così a fine novembre siamo entrati in studio, dopo un periodo di pre-produzione con Amerigo Verardi, produttore artistico del disco, che veniva a trovarci in saletta per consigliarci e per darci una mano affinché venisse fuori tutto il potenziale del progetto.

Lo hai chiamato: “Ho deciso di restare in Italia”, proprio come la canzone con cui si chiude la tracklist. 

Questa scelta è venuta fuori dopo un brainstorming con Amerigo, Franz e gli altri: avevamo appena finito il disco ed eravamo a cena, l’idea era nell’aria. Al di là della title-track, questo titolo ci ha convinti perché, secondo noi, esprime in generale tutti i temi delle canzoni; c’è molto autobiografismo in ciò che scrivo, ma attraverso di me, a mezzo della mia voce che canta e si esprime in prima persona, viene a galla l’Italia in questo momento storico.

“Ho lasciato un pezzo di me in ogni posto dove son stato: vi lascio tutto, sì, ma mi riporto a casa”. Ti va di commentare questa frase?

Sì, in pratica dopo le esperienze di Roma e Bologna, volevo tornare a casa, come canto appunto in quel verso. E per casa, intendo la Puglia e naturalmente Grottaglie, dove son nato. Quando ci si muove da un luogo ad un altro, ogni volta si prende e si lascia qualcosa: mi sento sempre legato ai posti dove ho vissuto.

E, tornando al titolo del disco, avevo bisogno di un cambiamento, ma non me la sentivo di andare all’estero, opzione che attualmente molti si sentono costretti a scegliere. Oltre ai miei affetti, amo la musica e la mia musica è italiana, così come ho deciso che sarebbe stato italiano il pubblico per il quale avrei scritto questo mio disco. Era un motivo valido per rimanere.

“Non c’è niente di più volgare che avere un posto dove stare, sapere sempre dove andare”. È una frase dalla seconda traccia, “I sogni che si fanno”. Cosa t’ha fatto maturare quest’idea?

E’ un’idea relativa al tema della canzone chiaramente. A volte si è costretti a fare un lavoro o altre cose che non ci piacciono, pur di sopravvivere sostanzialmente, finché non si arriva – parlo in modo impersonale per non essere troppo coinvolto, ma sono sempre io, è frutto della mia esperienza – finché non si arriva a un punto in cui ti rendi conto che o cambi, o muori.

Per quanti compromessi si possano accettare, credo che l’unica via per vivere decentemente sia seguire quello che si è. E’ vero, il problema del lavoro esiste, dicono: “se uno ce l’ha, anche se non piace, se lo deve tenere stretto”, oppure “quando c’è il lavoro, menomale che c’è”, ossia le solite frasi convenzionali, però non si può ridurre tutto a questo. Non si può ridurre la vita, che è una cosa meravigliosa, a una fredda ripetitività che sì, forse permette di sopravvivere, ma non di essere felice, e ciò è volgare.

“Io sarò famoso” è il brano più effervescente del disco, a buon diritto lo hai pescato fra le tue canzoni per farne un efficace singolo apripista per l’intero progetto. Quando lo hai scritto? Come t’è venuto di omaggiare, nella clip, Discoring e gli anni Ottanta?

L’ho scritto quando ero ancora a Bologna, a differenza delle altre canzoni che sono “del ritorno”. E’ nato in maniera istintiva, come per folgorazione, e rappresenta in primo luogo uno sfogo, per tutte quelle volte in cui mi hanno associato con un po’ di superficialità a tanti personaggi del mondo dello spettacolo per una somiglianza, forse reale, e in particolare credo, per via anche dei capelli ricci.E questa somiglianza varia il suo termine di paragone a seconda dell’età della persona che la vede: così si parte da un Branduardi fino ad arrivare a un Caparezza, nella canzone li ho citati tutti un po’ per esorcizzare la cosa! (ride, ndr)

Ma nel brano, che ruota intorno al gioco dei sosia, c’ho infilato in realtà anche un’altra tematica, il fenomeno molto presente di queste cover band, con il cantante uguale uguale all’originale: c’è gente che ci passa la vita così, spera forse di raggiungere la celebrità, crede di reincarnare quel personaggio! La trovo una cosa troppo spersonalizzante, a volte patetica.

L’idea dell’omaggio è stata di Franz: programmi come Discoring, facevano passare in televisione di tutto, artisti di qualunque genere, mentre ora si è più settari, con scelte di mainstream che promuovono esclusivamente il pop. Ci siamo molto divertiti a girare il video, dovevamo catapultarci in quella realtà in toto, con i vestiti giusti, preparando il set ad hoc, oltre a stabilire le scenette da interpretare. Il desiderio era realizzare un video simpatico, originale, omaggiando un mondo che ora non c’è più.

Domandone: ma a Non Giovanni interessa diventare famoso? C’è qualcosa che lo spaventa, della notorietà?

Sicuramente a Non Giovanni non interessa diventare idolatrato e controllato a vista, credo che sia fastidioso: penso a chi è molto famoso, che sovente non riesce nemmeno a fare una passeggiata in tranquillità.

Vorrei essere conosciuto musicalmente, perché questo vorrebbe dire che sto sulla strada giusta, ci sto lavorando e sto raccogliendo la normale risultante di questo mestiere.

In cosa pensi di dover migliorare?

Migliorare si deve e si può sempre. Sia musicalmente che a livello di scrittura in senso stretto; il mio obiettivo è quello di crescere: per dire, fare un secondo album sulla falsariga del primo non va bene, io non vorrei mai.

“Invece il resto” è un brano molto tosto. Cosa mi dici al riguardo?

E’ tra i più personali del disco: è uno scatto di maturità.

Delle volte per carattere, si tende solo a incassare e a non reagire a certe cose che accadono nei rapporti. Questa canzone è una risposta a tutto questo, rappresenta la presa di coscienza di essere un’individualità, che può dire di no, affermare ciò che non gli piace e mandarlo tranquillamente “affanculo”, ecco, come dico nel testo.

Sei uno fra i tanti pugliesi che in questi anni si sono affacciati nel mondo della musica italiana, la tua regione sforna indefessamente nuove proposte musicali, sia commerciali, sia indipendenti. Come mai secondo te? Qual è il segreto della tua terra?

Per quanto riguarda il circuito indipendente, in questi anni una grossa mano l’ha data Puglia Sounds, con i finanziamenti che ha messo a disposizione degli artisti. Per me vincere il bando Puglia Sounds è stato un salto, mi ha permesso di avere un’etichetta, un ufficio stampa, un booking, io che ero alle prime mosse come tanti altri! In più, quando devi autoprodurti e non hai il sostegno di nessuno, naturalmente devi pagare tutto di tasca tua e non è per niente facile.

Mettendo da parte il discorso politico-economico, secondo me non esiste un vero segreto, anzi credo che tutte le parti d’Italia diano il loro apporto alla musica italiana: penso al Lazio con Roma capitale, oppure alla tradizione cantautorale dell’Emilia Romagna. Ogni regione ha le sue eccellenze: non so dire se sulla mia, la Puglia, aleggi un particolare spirito artistico, ma senz’altro la mia terra per me è di grande ispirazione, probabilmente perché mi trovo bene a livello climatico, amo il sole e apprezzo la bellezza dei luoghi.

Hai coltivato il tuo percorso artistico fra Roma, Bologna e Grottaglie (TA), il tuo paese d’origine. Hai riscontrato delle differenze sostanziali tra i rispettivi ambienti musicali?

Sì, guarda, se devo considerare la provincia di Taranto, la situazione della musica live, in rapporto con gli altri luoghi in cui son vissuto, è tristissima, non c’è paragone, perché la proposta musicale nel tarantino vede regnare le cover band, cosa che onestamente ha stomacato.

L’ambiente di Roma naturalmente è fervido, ma è anche questione di numeri, lì c’è tantissima proposta: all’inizio non è facile suonare nei locali per nessuno, perché rischi di non riempirli, i locali stessi non hanno tanti soldi da investire e non è facile suonare in modo remunerativo.

A Bologna ho trovato più possibilità, la città è più piccola e gestibile, ma anche molto viva artisticamente, tanto che meriterebbe di uscire di più come visibilità, perché ha molto da offrire, non ha nulla da invidiare a Roma e Milano, centri assodati della musica indipendente.

La situazione è variegata, il punto è che non si può parlare di guadagni reali, non si vive di musica, men che meno all’inizio.

L’Italia è ancora un Paese per cantautori?

Penso di sì, in Italia siamo legatissimi al testo, al di là del fatto che le hit che arrivano dall’estero, paradossalmente qui trovino terreno fertile benché alla fine non dicano nulla. Però lo spazio c’è, anche se te lo devi conquistare passo dopo passo, disco dopo disco e concerto dopo concerto: le orecchie per ascoltare la musica d’autore ci sono!

Chiaramente gli spazi nel mainstream sono bloccati e i cantautori importanti di questi anni – mi vengono in mente Dente e Brunori Sas – non sono così conosciuti, come poteva succedere negli anni Settanta, quando, se nominavi un brano di De André, tutti sapevano subito di cosa si stava parlando. Oggi, se nomini Dente all’uomo italiano medio, che al giorno ascolta al massimo un po’ di radio, magari non sa neppure chi sia.

Tra le altre cose, ti sei esibito al “Trofeo Roxy Bar” di Red Ronnie, personaggio eminente e di grande esperienza nella scena italiana. Com’è stato? Per caso Red ti ha dato qualche dritta per il tuo percorso?

Con Red Ronnie, tra l’organizzare lo spettacolo e il fare l’esibizione, non c’è stato tempo di confrontarsi in realtà. L’esperienza è stata bella, perché avevamo appena finito di incidere il disco, pur non sapendo quando questo sarebbe uscito o per quale etichetta, e avevamo l’occasione di esibirci su un palco importante, in una situazione professionale. Lo studio era piccolino, l’atmosfera molto intima con la gente di fronte a noi ed è stato emozionante suonare il nostro pezzo, Ho deciso di restare in Italia, in quel contesto, che ci ha visti condividere la serata alla pari con artisti molto più conosciuti, quali Tricarico, Raiz degli Almamegretta, Nek. Ad esempio, Nek è stato molto bravo, ammetto di non ascoltarlo granché, ma l’ho trovato molto professionale. Certo, che soddisfazione è stata quando sono salito sul palco dopo di lui e ho spostato il suo testo per poggiare quello della mia canzone!

Da oggi il nuovo album è fuori, la corsa riparte da qui. Quali sono i prossimi impegni?

Uno importante e già definito sarà il prossimo 31 ottobre al MEDIMEX (qui il cast della kermesse), dove presenteremo il disco come ospiti di Puglia Sounds, che ha finanziato parte del progetto. Poi si stanno aggiungendo nuovi live, posso anticipare che tre saranno in Piemonte (dall’11 al 13), ma annuncerò presto tutti gli appuntamenti con un comunicato ufficiale dettagliato.

Abbiam finito, che bella intervista! Non Giovanni, grazie e in bocca al lupo per l’album. Ci salutiamo con il nostro consueto giochino rompi-disco, rispondi con leggerezza perché si fa per giocare, non si boccia nessuno!

Viva il lupo! Vai col gioco, sono pronto!

A chi rompi il disco fra…

Zarrillo o Cocciante?

Diciamo Zarrillo!

Dente o Colapesce?

Colapesce… lo conosco meno rispetto a Dente, ma è molto bravo.

Baustelle o Musica Nuda? 

Musica Nuda!

Vinicio Capossela o Samuele Bersani?

Ah, bella domanda questa… apprezzo di più l’estro di Samuele Bersani, perciò rompiamolo pure a Vinicio Capossela!

Cristina Donà o Dolcenera?

Dolcenera scrive bene, mi piace, nonostante sia più commerciale di Cristina Donà, che sicuramente è bravissima, ma la conosco un po’ meno. Quindi, diciamo Cristina Donà.

Eros Ramazzotti o Vasco Rossi?

Lo rompiamo a Ramazzotti.

Editors o Kings of Leon?

Bah… Editors!

Bob Dylan o Eric Clapton?

Sicuramente Eric Clapton, perché Bob Dylan è il mio mito!

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  Salentino, studio Lettere (curriculum classico) all’Università e la Lingua dei Segni italiana presso l’ENS di Lecce. Già blogger occasionale per “un Filo-Blues” (all’interno di 20centesimi.it) e membro dell’Osservatorio Musicale Salentino, nato a seguito di un corso di critica musicale dell’Università del Salento. La mia vocazione è il canto, in più suono il pianoforte e mi piacciono molto la black music, il cantautorato – amore profondo per quello un po’ stagionato! – e gli strumenti dalle sonorità naturali, come l’armonium.
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