NEW GENERATION: INTERVISTA AI MILAGRO

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Il gran debutto, i sogni di folk rock e il secondo disco dopo una lunga pausa. La band emiliana riparte da qui!

Ogni persona è una storia a sé, non puoi trovarne due uguali. E come succede per le persone, fra milioni di storie, anche i progetti musicali coi loro protagonisti vivono percorsi unici e irripetibili.

Oggi, All Music Italia è felice di raccontarvi quella dei Milagro, vocal band emiliana d’ispirazione folk rock declinata alle melodie del pop, che dopo alcuni anni di stasi, finalmente ha deciso di pubblicare la nuova fatica discografica, Fino a toglierci la sete, anticipata dal brano Viola, acquistabile ora in digitale come singolo o insieme con l’ album.

Senz’altro, nel curriculum artistico del progetto, passato ora da duo a trio con l’ingresso di un nuovo elemento, spicca la partecipazione al 58esimo Festival di Sanremo, nei “Giovani”, che valse ai Milagro la ristampa dell’album di debutto Dieci gocce di veleno (contenente nella seconda edizione il brano in gara, Domani) e nientemeno che un incontro memorabile – e scoprirete perché! – con il grande Ben Harper. Questo e molto altro nella nostra intervista!

Un caloroso benvenuto ai Milagro! Oggi esce finalmente il vostro secondo disco, a sette anni dalla prima edizione di “Dieci gocce di veleno”, quello di debutto: com’è stato il ritorno in pista?

Grazie! Il ritorno in pista è stato chiaramente per noi emozionante, perché eran appunto, sette anni che non pubblicavamo un disco. E’ stata una scelta consapevole, quindi, dopo esserci fermati per un lungo periodo, siamo arrivati a questa decisione in maniera autonoma, e ripartire adesso con le interviste e i concerti ci dà un godimento ancora maggiore, dal momento che abbiamo deciso di farlo con tutti i crismi del caso.

Prima ancora che uscisse Fino a toglierci la sete, abbiamo iniziato a promuoverlo puntando esclusivamente sui live; siamo già fuori col nostro spettacolo e col disco da febbraio fondamentalmente, soprattutto nelle nostre zone: siamo emiliani e così abbiamo cercato di battere a tappeto la nostra regione.

E oltre alla trafila di interviste per la carta stampata e per il web come in questo caso, continueremo con l’attività dal vivo, anzi invitiamo tutti i lettori di All Music Italia a venirci ad ascoltare il 27 settembre al M.E.I. di Faenza (il “Meeting delle Etichette Indipendenti, ve ne abbiamo parlato) e il 7 ottobre al Bravo Caffè, un locale molto gettonato per la musica dal vivo a Bologna.

Il nuovo album si apre con questa strofa, dal brano “Alberi fragili”: “Il viaggio illumina chi parte senza direzione, a spasso nell’anima si muoverà cercando qualche indicazione”. E’ una frase autobiografica? Questa “ricerca senza direzione” è fra i motivi per i quali vi siete fatti attendere così tanto?

Guarda, certamente è una frase simbolica, che racchiude il significato che ha tutto il Viaggio rappresentato dall’album. Fino a toglierci la sete è il disco della ripartenza e questa ne è l’argomento base da tutte le angolazioni, sia dal punto di vista sentimentale, sia da quello del quotidiano, con la propria vita e le proprie aspettative. Il viaggio si illumina strada facendo, perché sei tu che pian piano inizi ad attivare le lampadine colorate che fan parte di te e del tuo percorso, rischiarandoti il giusto cammino. In questo senso, quando ci siamo fermati, nonostante tutti (dai discografici agli addetti ai lavori e agli amici) si aspettassero una ripartenza, è successo perché la nostra intenzione era di aspettare il momento in cui rimettersi a scrivere fosse stato un reale bisogno, portando in musica qualcosa di noi.

Alberi fragili racconta bene questo passaggio, dice in sostanza che, quando stai cercando la direzione giusta e questa finalmente si dispiega, è arrivata finalmente l’ora di ripartire. Così è stato per i Milagro.

“Fino a toglierci la sete” è il disco della rinascita, che inaugura l’inizio di una nuova – e vi auguriamo, fruttuosa! – avventura nel mondo della musica. Ma questa volta ai nastri di partenza non siete più in due, è arrivato un terzo elemento, Tommaso “Tommy” Stanzani. Raccontateci tutto… in particolare, com’è cambiato l’assetto della band con questa new entry?

Tommy è sempre stato nostro amico, nonché presenza costante all’interno del nostro circuito di musicisti nel bolognese. Il suo ingresso nel progetto è stato molto naturale, sin da subito ci siamo trovati davvero bene e in armonia nell’incrociare le nostre idee. E naturalmente, l’arrivo di questo terzo componente ci ha permesso un cambiamento sostanziale anche nell’approccio diretto col nostro pubblico ai concerti: ad esempio, ora non rimaniamo seduti agli sgabelli, ma restiamo in piedi e ci avviciniamo all’estremità del palco, con tutto che abbiamo le chitarre o altri strumenti a corda addosso, quali mandolini e ukulele. In più, con la nuova coralità raggiunta grazie alla terza ugola, la resa delle esibizioni ha acquisito maggiore impatto, ci sentiamo più forti e convinti. Tommy ha portato dinamicità e allo stesso tempo, è divenuto quel tassello necessario a dare nuova forza e completezza al progetto.

Approfondiamo la conoscenza dell’album. Quanto tempo di lavoro in studio vi ha preso? Qual è il ruolo di ciascuno dei tre in fase di composizione delle tracce?

La composizione e la registrazione ci hanno preso complessivamente due anni. Non ci siamo dati tempistiche particolari, doveva nascere nella maniera più naturale possibile. Per quanto concerne più precisamente l’aspetto musicale e gli arrangiamenti, è stato Antonio (Capolupo, ndr) a prendersene cura maggiormente, con Tommaso che gli ha dato manforte e si è inserito sulle rifiniture, soprattutto riguardo alla produzione delle chitarre. Sulle linee melodiche invece, mi sono preso la responsabilità io (sta parlando Francesco Cavazzuti, ndr); mentre circa i testi delle canzoni, Antonio ha fatto ancora una volta un lavoro prezioso, del resto è il più poetico del gruppo e sa concentrare i concetti, a differenza degli altri due componenti che sono più prolissi. (ride, ndr)

Il titolo è promettente, avete detto di averlo scelto perché, dopo tanta attesa, questo lavoro è finalmente arrivato per placare la vostra sete di musica. Ma quali pensate possano essere i suoi punti di forza? Appagherà anche gli assetati fruitori di musica italiana?

Magari, ce lo auguriamo! (ride, ndr) Pensiamo che nel nostro disco – il titolo Fino a toglierci la sete si riferisce appunto, a questo istinto primordiale di dissetarsi, e noi lo facciamo in musica – ognuno possa trovare una piccola fetta di se stesso. Riguardo ai riscontri che abbiamo avuto finora, soprattutto da chi è venuto ad ascoltare i nuovi pezzi ai concerti, sono state apprezzate le dinamiche molto più varie rispetto al primo disco: si passa da brani molto folk alle ballad, arrangiate con strumenti “veri”, cioè registrati come si faceva negli anni Settanta, e con precisa attenzione alle sonorità naturali e caratteristiche degli stessi. Probabilmente è questo l’ingrediente principale …E che un po’ di fortuna ci aiuti! Ci vuole anche quella!

Nel brano “Goccia a goccia” fa capolino una frase di grande afflato: “Ogni giorno è una promessa”. Quali promesse vi siete fatti in questi anni e negli ultimi mesi, prima che uscisse il nuovo disco?

Principalmente, ci siamo ripromessi di essere sempre coerenti con noi stessi. Considerati lo sforzo profuso e la passione, oltre che la necessità che sentiamo di fare musica, il punto cardine che ci unisce in un accordo di fratellanza e nel lavoro insieme è sapere che ciascuno di noi ha sempre dato il massimo per i Milagro e per il nuovo disco: è importante guardarsi indietro sapendo di aver fatto il possibile e senza nessun tipo di rimorso.

Un’altra promessa è stata quella di rispettarci, facendo musica senza nessun compromesso o logica di mercato che intaccasse la nostra verità.

E cosa ci raccontate del singolo apripista, nonché terzo pezzo della tracklist? Chi è Viola?

Viola è il manifesto di Fino a toglierci la sete, l’abbiamo scelto come singolo perché racchiude le nuove sonorità e l’evoluzione artistica dei Milagro; è il colore della nostra ripartenza.

Ed è Viola il nome della ragazza di cui parla il brano, svelando di lei un passato piuttosto buio e difficoltoso, anche se naturalmente, il contenuto del testo va oltre questa storia e rappresenta le difficoltà, che può incontrare ogni persona, di riuscire nella vita, dispiegando le ali per volare, grazie alla necessità di liberarsi dalla propria condizione per costruire un futuro felice.

Nel realizzare il videoclip della canzone, appena uscito in anteprima nazionale su Repubblica TV, abbiamo voluto mettere da parte il suo lato più introspettivo e noi della band, con tutti gli altri personaggi presenti tra attori e nostri amici, abbiam scelto metterci la faccia: ne è uscito un video molto diretto e ricco di primi piani, perché Viola è una parte di ognuno di noi. Speriamo che possa incontrare il gusto del pubblico, non vi resta che andare a vederlo!

Un aspetto che colpisce di “Fino a toglierci la sete” è la presenza, tra le canzoni, di tre intermezzi più brevi, “Il sole prima di dormire”, “Fino a toglierci la sete” e “Sospesi”, i primi due soltanto strumentali. Ed è senz’altro un’apprezzabile attenzione, che di rado ormai si ascolta negli LP, soprattutto di genere pop melodico. Bravi, adesso però ce la dovete spiegare! Uno di questi intermezzi è perfino title-track…

Sì, guarda, in realtà son venute fuori in maniera naturale: quando vai a comporre melodie e armonie, buttando giù accordi in libertà e senza schemi, capitano dei momenti fine a se stessi e anche solo strumentalmente, ti danno un’immagine ben precisa di ciò volevi esteriorare, oltre che un senso di compiutezza. In questi casi, andarci a mettere le mani per costruirci attorno chissà quale canzone li avrebbe compromessi, perciò ci siamo limitati a cercare per loro dei titoli appropriati: ad esempio, Il sole prima di dormire è un pensiero che molte volte si fa, guardando con speranza e fiducia al giorno che viene.

Cosa vuol dire attualmente, nel mondo della musica italiana, autoprodursi come han fatto i Milagro, alla stregua di tanti artisti? Ci vuole più coraggio o più passione?

Il discorso sarebbe molto ampio, nel senso che l’autoproduzione per alcuni è una conseguenza dei fattori negativi, che possono essere stati prodotti da mancate convocazioni e contratti con le major o con case discografiche indipendenti. In altri casi, è una necessità: noi ad esempio, facciamo i musicisti da tanto tempo e per rispettarci arrivando a fare a 360° ciò che volevamo realmente, abbiamo deciso di autoprodurci.

Ci sono così tante dinamiche da rispettare e a quel punto, abbiamo scelto di prenderci tutti i meriti, e così anche i demeriti, realizzando un album che aderisce al nostro modo di fare musica, e seguendo questo intento comune nella buona e nella cattiva sorte, portando avanti ogni decisione, sia che fosse musicale, discografica o di qualunque altro genere.

In passato, un’esperienza con una major l’abbiamo già avuta e innegabilmente, i vantaggi sotto il profilo della promozione e dell’esposizione mediatica ci sono, inoltre economicamente vieni sostenuto, laddove autoprodursi in maniera professionale rappresenta al contrario, una spesa molto grossa; però, rischi sempre di perderti nel calderone, all’interno di lunghi cataloghi di artisti, col risultato che può capitare di non essere seguiti secondo le proprie richieste o aspettative.

L’autoproduzione, spesso e nel nostro caso, giunge come una scelta consapevole, scelta che a noi ha permesso di seguire ogni singolo particolare, con il cuore e con grande cura, nella realizzazione del disco.

E cosa vi ha permesso di restare uniti in tutti questi anni, pur tenendo congelato l’aspetto discografico? Ci sono stati momenti in cui i Milagro hanno corso il rischio di sfaldarsi a causa di qualche attrito interno o magari per via delle comprensibili aspirazioni artistiche dei singoli componenti?

Prima ancora che colleghi musicisti, siamo diventati amici e questo ci ha permesso, nonostante il lungo stop dei Milagro, di restare uniti, cosicché il progetto ha continuato a crescere nella testa di ciascuno di noi in maniera parallela: io, Francesco, facevo l’insegnante di canto e armonia; Antonio ad esempio, è stato impegnato con altre produzioni. Questo è stato il trucco, unitamente al fatto che l’idea della carriera da solisti non ci è mai passata per l’anticamera del cervello: l’unica certezza era che, se avessimo deciso di ripartire, l’avremmo fatto insieme perché ce lo meritavamo, e così è stato.

È passato un po’ di tempo, ma quando si è fatto Sanremo, una domanda in proposito bisogna aspettarsela. E quindi: dopo la vostra partecipazione nel 2008 tra i “Giovani”, avete continuato a guardare il Festival in questi anni? Qual è la ricetta per confezionare il brano perfetto, così da ottenere l’ambito leoncino?

Allora, intanto chi più chi meno – Antonio lo segue particolarmente, perché è molto legato alla tradizione del Festival – abbiamo continuato a guardarlo in questi anni, anche per vedere i cambi di gestione tra un’edizione e l’altra, o per cercare di capire in che direzione si stesse muovendo la musica italiana, almeno quella commerciale.

La ricetta del brano perfetto non sappiamo se esista. Secondo noi vale maggiormente il “de gustibus”, il pubblico è così variegato e la cosa migliore e più conveniente resta puntare sulla coerenza del progetto: se un artista (o una band) presenta un brano confezionato ad hoc, ma nella resa dello stesso non è credibile, il castello di sabbia crolla.

Come l’avete vissuta la vostra partecipazione? Ma è vero che il grande Ben Harper, ospite alla kermesse, ha voluto il vostro CD autografato?

Ci portiamo dentro bei ricordi. Certo, la soddisfazione umanamente più grande ce l’ha data appunto, l’incontro con Ben Harper: nel periodo del Festival, eravamo sotto la stessa etichetta discografica e per la finale dei Giovani, Harper era ospite insieme con Jovanotti. I nostri camerini erano comunicanti e a mezzo dei nostri discografici, lo abbiamo potuto conoscere. Quella stessa sera, mentre noi ci esibivamo intorno a l’una e mezza di notte per la finale, “la leggenda narra” (ride, ndr) che Ben Harper fosse a cena in un ristorante della città sempre coi nostri discografici e, guardandoci in TV, abbia chiesto fermamente di poter ritornare all’Ariston per incontrarci, nonostante dovesse andare in aeroporto.

Una volta lì, ha aspettato che noi uscissimo per stringerci la mano e per avere una copia autografata del nostro album. Ci tremavano le mani, è stato tutto surreale e bellissimo.

E quando ci si riferisce a persone come Ben Harper, è beninteso che si sta travalicando il confine dell’eccellenza: non parliamo più di bravura nel mestiere, ma di arte. E questo è un bel domandone: qual è la virtù più importante che eleva un artista? …Quella qualità che lo contraddistingue da tutti gli altri?

Più che una qualità, potrebbe essere una fortuna, quella di riuscirsi a leggere e cioè, di essere in grado, scavandosi internamente, di capire la propria essenza, per poi portarla in musica.

Per quanto si possa essere ottimi musicisti, ciò non è scontato e non è alla portata di tutti: realizzare tale connessione col proprio sé portandone in luce le parti salienti, è faticoso, ma fa la differenza.

Ci sono dei gruppi o degli artisti solisti che vi piacciono particolarmente o da cui traete esempio e ispirazione?

Sì, per lo più sono legati al panorama musicale anglosassone, in particolare di genere folk, come i Turin Brakes e i Mumford & Sons.

Andando indietro negli anni, nel 2000 abbiamo visto in Parachutes dei Coldplay un disco di svolta, rientra nelle nostre radici musicali: la forza di quell’album – molti musicisti han seguito il suo filone da lì in avanti – è stato creare un passaggio, una connessione fra i gruppi consolidati del passato (vedi gli U2 negli anni Ottanta) e una nuova stagione musicale, in cui si annullassero vecchie atmosfere “patinate” a beneficio delle nuove più rarefatte e musicalmente più essenziali.

Tra le ultime novità, ci piacciono anche i Mighty Oaks, un trio alternative folk tedesco, e guardando all’Italia, certamente non possiamo non annoverare il grande Lucio Battisti tra i nostri ascolti!

Ultimo quesito. Promettete solennemente (!) a All Music Italia e a tutti i fan, di non farci attendere altri sette anni per il prossimo album?

Assolutamente! (ride, ndr) Ve lo promettiamo, anche perché ora che la sete è tanta, va portata fino in fondo. E non ci fermeremo con questo disco!

Ve lo auguriamo! Bene, questa lunga chiacchierata volge al termine, siamo molto contenti di avervi avuto ospiti della prima intervista settembrina di All Music Italia. E ci salutiamo, come di consueto, col nostro classico gioco rompi-disco, con 8 coppie divise in egual misura fra band italiane e straniere!

Va bene, siamo pronti!

I Milagro a chi rompono il disco fra…

Nomadi o Stadio?

Nomadi!

Afterhours o Marta sui Tubi?

Marta sui Tubi!

Negrita o Negramaro?

Negramaro!

Dear Jack o Ghost?

Dear Jack!

30 seconds to Mars o Muse?

Muse!

Pearl Jam o Radiohead?

Pearl Jam!

U2 o Maroon 5?

Maroon 5!

Nirvana o Queens of The Stone Age?

Ah, qua è dura! Diciamo i Nirvana!

 

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  Salentino, studio Lettere (curriculum classico) all’Università e la Lingua dei Segni italiana presso l’ENS di Lecce. Già blogger occasionale per “un Filo-Blues” (all’interno di 20centesimi.it) e membro dell’Osservatorio Musicale Salentino, nato a seguito di un corso di critica musicale dell’Università del Salento. La mia vocazione è il canto, in più suono il pianoforte e mi piacciono molto la black music, il cantautorato – amore profondo per quello un po’ stagionato! – e gli strumenti dalle sonorità naturali, come l’armonium.
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