MICHELE BRAVI presenta I HATE MUSIC: “Odiando ho imparato ad amare”

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Michele Bravi sembra schivo, se ne sta defilato senza quasi dire nulla mentre i giornalisti si accalcano in uno degli studi Universal al secondo piano di Via Crespi a Milano. Eppure appena gli si rivolge una domanda, parte in quarta ma sa anche quando fermarsi. Pensieri concisi, profondi, diretti. Senza ipocrisie, consapevole sia dei suoi pregi che dei suoi difetti, delle sue potenzialità e dei suoi limiti. La capacità di autoanalisi è quasi stupefacente per un ragazzo della sua età.

Del vincitore di X Factor è rimasto poco, solo la parlantina diremmo. Oggi Michele ha più consapevolezza di sé, ha capito qual è la musica che gli piace fare e come utilizzare la sua voce. A dispetto di quanti lo dessero per disperso, ha saputo reinventarsi, rimanendo con i piedi per terra (“Grazie alla mia famiglia, che è poco partecipe, e per questo mi fa mantenere il contatto con la realtà“) combattendo a testa alta le critiche (“Vi reagisco malissimo, all’inizio ci sto male, ma poi penso Sti cazzi!“).

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Del vincitore di X Factor è rimasto poco anche perché oggi Michele è dai più riconosciuto come YouTuber: “Sono partito dal web per capire le mie forze senza il supporto dei media tradizionali. Volevo capire il mio pubblico, avevo bisogno di confronto, di capire come venivano giudicate le mie evoluzioni. Con YouTube ho scoperto il senso di libertà, la possibilità di raccontarsi, mi dà calma e tranquillità. Senza dubbio ha pro e contro, come tutte le cose, lì la possibilità di dialogo e di cattiveria viaggiano entrambe alla velocità di un click ma il popolo che lo abita è molto più carnale, non c’è barriera, c’è una partecipazione più forte“.

Il ritorno in musica di Michele si caratterizza quindi con l’abbandono delle vie ormai legate al passato (“I media di solito ti impongono tempi sbagliati, più rapidi e spietati“) per abbracciare una promozione che si affida quasi esclusivamente al mondo di internet (“Ma non ho aperto il canale a solo scopo promozionale, il management che mi segue oggi è arrivato dopo“).

Il risultato? Il terzo posto in classifica di I Hate Music, il suo secondo album in studio, pubblicato da una coraggiosa Universal Music (“È stato un incontro recente e fortunato, all’inizio pensai di farlo uscire da solo, da indipendente“) che ha saputo cogliere la sfida di Michele. Il precedente, l’album di debutto A passi piccoli, uscito sotto etichetta Sony Music, si era fermato solo alla otto.

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Sono due album diversi ma Michele è entrambe le cose. All’inizio avevo bisogno di fare l’interprete perché era difficile capire la differenza fra ciò che ti piace ascoltare e ciò che ti piace fare. Le collaborazioni autoriali del primo album mi hanno permesso di capirmi di più. Adesso sono più scanzonato, ho scoperto di avere vent’anni, di saper saltare, sfogarmi. Il disco, a cui assocerei la parola consapevolezza, nasce anche dalla necessità di essere suonato dal vivo e di trovare un repertorio diverso dal precedente. Si respira l’aria di gavetta, sono una persona che sta iniziando a scrivere“.

La differenza più lampante fra il primo lavoro e il secondo sta nello stile musicale e negli arrangiamenti: “Questo perché i miei ascolti pur rimanendo gli stessi si sono arricchiti, ad esempio con l’elettronica. Prima pensavo fosse una musica finta, di plastica, forse perché ascoltavo dell’elettronica di merda. Oggi il mio punto di riferimento è Four Tet“.

X Factor lo ha senza dubbio segnato: “Il momento post talent fu pieno di cose positive ma anche negative. Mi sentii destabilizzato, non avendo un carattere forte, quasi violato. Da sconosciuto in poche settimane diventai noto e vissi tutto molto male. Ho iniziato solo ora a capire il rapporto con i fan e ho scoperto che a volte dietro l’idolatria può esserci affezione per quello che fai“.

I Hate Music rispecchia i tormenti vissuti dopo l’esaurirsi della prima botta di popolarità: “Ho vissuto un anno nero, pieno di negatività. Non riuscivo più a cantare volentieri. L’album l’ho vissuto come una seduta d’analisi gratuita, in cui sono gli altri a sorbirsi le mie paranoie. Le canzoni sono nate in un momento in cui pensavo di non avere niente da dire, o forse non sapevo cosa dire e come dirlo. Sono tutti pezzi in cui l’odio può diventare grinta, sono convinto che una cosa la si odia perché forse non siamo riusciti a trovare il modo giusto per amarla, ecco il perché del titolo“.

Il singolo che lancia il disco, The Days, ci offre un Michele spiazzante: “È il primo pezzo che ho scritto, a cui sono più affezionato, nato nel periodo più delicato. Ci ho messo un anno a comporlo perché racconta una storia, un percorso, si parte dal buio per trovare la luce. Le strofe le avevo composte, non riuscivo però a trovare un’apertura, il ritornello“.

L’album è stato molto influenzato dalla nuova avventura web del cantante: “Ho raccontato me stesso e il disco settimanalmente tramite i miei video perché non volevo spiazzare. C’è stata un’evoluzione nel processo creativo dell’album e i miei follower hanno influito su di esso. Anche la scelta dell’inglese viene dalla consapevolezza che chi mi segue avrebbe riscontrato coerenza in quello che sono, racconto, ascolto e canto“.

La copertina del disco, in bilico fra i colori primari e il bianco e nero, è nata dopo grandi riflessioni: “Ci abbiamo pensato molto su e quando mi hanno presentato questo progetto l’ho trovato subito coerente con quello che cantavo. È come immaginare qualcosa senza nemmeno saperlo“.

Un disco nato dalla collaborazione, dal senso di squadra: “Da solo non riuscirei a produrre un album, ho delle lacune tecniche. In Francesco Catitti, producer romano legato all’underground, ho trovato la persona giusta. Con lui si è creata una sintonia umana e professionale“.

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A chi riscontra tante somiglianze con il cantante, attore e YouTuber sudafricano Troye Sivan, Michele risponde: “In giro ho letto le cose più assurde, la copertina è stata paragonata non solo alla sua ma anche a quelle di Miley Cyrus, fino ad arrivare a Paola e Chiara. Troye ha un percorso affine al mio, è sia uno youtuber che un musicista, con i suoi consensi. La cover che ho scelto, The fault in our stars, è stata la colonna sonora dei miei giorni più scuri, un periodo che non avevo voglia di ricordare e raccontare con un pezzo da me scritto. Lo ha fatto lui per me con quella canzone”.

Sanremo non è fra gli obiettivi a breve termine: “Non si va a Sanremo tanto per andarci, sarebbe come andare a una serata di gala in mutande. Il Festival è una vetrina, ora è uscito questo album e voglio godermelo. Poi può essere che nasca un pezzo come no, ma al momento non è previsto“. L’estero un miraggio: “Magari! Non dipende da me, in questi casi è la fortuna che t’assiste. Chissà… ma per ora voglio godermi il pubblico italiano“.

Il consiglio ai suoi coetanei? “Trovare le cose, la voglia e il modo di raccontarle. Trovare la propria storia“.

Ecco qualche video:

  Laureando in giornalismo, cantante per vocazione, responsabile Officina del Talento qui su All Music Italia, speaker per Radio Stonata, redattore per Eurofestival News. Un ragazzo multitasking direbbero gli inglesi, poiché non riesco a fare una sola cosa in un solo momento. Sento l’esigenza inconscia di incasinarmi la vita con troppi impegni nel mondo della comunicazione e tutti rigorosamente legati alla musica. Vivo costantemente alle prese con file mp3, video Youtube, status su Facebook, hashtag su Twitter, post nei forum. Ma appena possibile stacco il cervello, butto due cose in valigia e parto alla scoperta del mondo.
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