INTERVISTA a RUDEEJAY: La dance italiana con il sogno di lavorare con KATY PERRY e con LEVANTE!

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Oggi intervistiamo per voi Rudeejay.

C’è stato un periodo, anzi diversi, in cui la dance italiana ha fatto ballare il mondo e non era seconda a nessuna. Venivano da tutta Europa per i nostri locali della riviera adriatica o quelli milanesi, dove oltre che a ballare si produceva musica esportata poi con successo; dalla italydiscodance degli anni 80, alle evoluzioni house e techno degli anni 90, cantate tutte in inglese da vocalist non sempre madrelingua ma sempre prodotte rigorosamente qui. Poi negli anni duemila l’Italia è venuta un po’ a mancare dai palcoscenici importanti, perdendo sempre più quote di mercato che adesso, con orgoglio, sta però recuperando attraverso diversi esponenti. Uno di questi è Rudeejay, che abbiamo raggiunto per chiacchierar con lui del suo nuovissimo progetto, il singolo Under The Same Sky e che subito si conferma un’unicità del panorama musicale, iniziando col rifiuto al luogo, in qualche modo, principe del suo lavoro..

Si, sto rientrando a Bologna dopo una giornata di promozione in Milano, città con cui ho però un rapporto d’amore che va consumato al massimo in un giorno. Non riesco a starci di più, ho subito bisogno di tornare dalle mie parti.

E come mai? Eppure è il centro nevralgico della discografia italiana..

Chiamiamolo imprinting, come un pulcino che esce dal guscio. Sarà perché i miei esordi con Milano sono stati grazie ad un’università che non volevo frequentare. Sono stati tre mesi di questa cosa che mi faceva sentire grigio come i palazzoni a cui non ero abituato. Mi sentivo giudicato da tutti i palazzi grigi della città che mi guardavano dall’alto al basso! ( Ride ndr )

Hai iniziato prestissimo, cosa che se oggi è abbastanza comune attraverso i talent, più di dieci anni fa quando hai cominciato tu non lo era così tanto…

Si ho iniziato ufficialmente al Papete a 19 anni ma già dai sedici anni frequentavo le discoteche mettendo musica ed all’epoca, come dici tu, era molto complicato. C’era tanta diffidenza da vincere, dicevano che ero un ragazzino. Ma poi mi sono reso conto che questa cosa della diffidenza non passa mai, che anche oggi a 31 anni devo dimostrare sempre e la vivo meglio.

Come ti è nata la passione per la dance?

Posso dire prestissimo e forse era una cosa nel sangue, perché quando andai a comprare con i risparmi il mio primo impiantino da dj, mio padre mi svelò che anche lui quando aveva 17 anni lavorava al Pineta di Milano Marittima e non me l’aveva mai detto. Poi per motivi familiari dovette abbandonare questa passione, ma io mi considero lo stesso un figlio d’arte se così si può dire.

Quindi questione di dna?

Probabile; l’esigenza di comprare un impiantino arrivò quando, seguendo il consiglio di un amico che l’aveva appena comprata, acquistai la mia prima compilation dance che fu la Deejay Parade di Albertino, mixata da Fargetta nell’estate del 1998.

Sei riuscito quasi da subito a girare palchi importanti non solo d’Italia ma anche d’Europa. Quanto ha contato partire così velocemente?

Mi ha permesso di entrare subito in un’ottica diversa, di rapportarmi 1con delle dimensioni importanti in un periodo in cui i locali europei s’ingrandivano e quelli italiani invece facevano passi indietro verso club più ristretti; parliamo del periodo prima dei grandi Festival. Poi certo ho fatto anche tanta gavetta, come quella al Papete dove son stato 10 anni, ma come padroncino di casa, quello fisso. Farlo per tanti anni mi ha permesso di misurarmi con diversi pubblici, imparare a tener dentro pista gente di diversa età. E’ stata una scuola preziosa che mi ha permesso oggi invece di fare l’ospite, la guest star che arriva, lavora, fa il suo spettacolo e la gente che viene, sta li per vedere te e quel che fai.

Tornando dietro con la mente a quei palchi affrontati, dove ti sei sentito accolto meglio?

Wow che domanda! Fammici pensare… Uno dei locali che mi porto nel cuore è L’Altro Mondo Studio di Rimini, frequentato ai suoi tempi anche come cliente e quindi arrivarci come dj è stato un sogno che si realizzava.

L’Italia ha una fortissima tradizione dance. Che momento attraversa invece oggi, come sta secondo te la dance in Italia?

Ha un enorme potenziale, però espresso fino ad un certo punto.

Il motivo?

La totale assenza del darsi una mano l’un l’altro, voglia di fare squadra in tutto e per tutto. L’aiuto c’è solo ai piani alti, più in basso solo snobismo, puzza sotto al naso.

La preadolescenza è il periodo in cui si sviluppa la coscienza musicale, e la tua attività da producer è iniziata, guarda caso, con una serie di cover tutte più o meno dello stesso periodo, 97/98, ovvero quando tu avevi 12 anni, da brani di Simon Jay ai Ti.Pi.Cal. C’è qualche altro brano che vorresti riproporre?

In quel periodo li si è davvero delle spugne e tutto ciò che ti circonda lo memorizzi e fai tuo. La musica è la cosa che si avvicina di più ad un servizio di macchina del tempo: riascolti un brano e vai subito con la mente a dov’eri e cosa facevi. Ce ne sarebbero una marea che rifarei. Wanna be like a Man di Simone Jay la produssi con lo pseudonimo di Omonimo perché non ero ancora convinto dei miei mezzi forse. Per Follow Your Heart dei Ti.Pi.Cal la scelta fu quasi obbligata perché era la prima canzone di quella famosa Deejay Parade.

Si però non mi hai risposto…

Se devo dirne una allora ti dico che rifarei Elisir di Gigi D’Agostino che però ti dico già a priori che è solo un sogno, perché ho talmente tanto rispetto per quel brano che alla fine non mi sentirei di riproporlo. Andava e va benissimo così. E’ intoccabile.

Veniamo al presente ed a questo nuovo singolo Under The Same Sky, che è in realtà dall’appetito a metà tra il clubbing ed il pop, un brano che avrebbe potuto cantare anche, che so, Kylie Minogue…

Che gran complimento! Kylie Minogue è una delle voci con cui sono cresciuto e come donna è una cotta che avevo ai tempi del liceo e che ancora, essendo sempre bellissima, persiste. Pensare che un mio brano sia associabile ad una voce e figura così iconica… ho solo da ringraziare.

Lo canta invece Lili. Come è nata questa collaborazione?

Ci conosciamo da diversi anni grazie ad un pezzo che s’intitolava Forever e che era cantato da Marvin proprio con la sua partecipazione. Mi piacque molto non solo la voce, ma anche la serietà del suo lavoro tanto che mi ripromisi di tornare a collaborare con lei. Poi nel 2016 siamo tornati assieme per un brano dal titolo Escape di cui questa Under The Same Sky è giusta evoluzione. Ma non ci fermeremo qui, perché trovo Lili una delle più brave cantanti nel mondo pop/dance e che al momento è ancora troppo sottovalutata.

Nel video hai utilizzato una band tutta al femminile, che suona davanti a te regista, con tanto di sedia col nome dietro. Come ti è nata l’idea?

Sai quando ti si accende la lampadina? Mi stavo banalmente lavando la faccia e mi è venuta l’ispirazione. Ho subito chiamato il regista che è un mio caro amico ed è il regista di tutti i miei video e l’idea gli è piaciuta molto. Nasce un po’ dalla necessità di spiegare l’interazione tra un dj ed un musicista.

In che senso?

Io dico sempre che quando un dj dice di suonare, un musicista muore. Non si possono mettere le due cose sullo stesso piano. Sono due lavori completamente diversi, forse necessari l’uno all’altro, ma non sono assolutamente la stessa cosa.

Quanta musica ascolti per trovare i giusti suoni, i sampler da utilizzare nelle tue cose?

Sinceramente non ascolto la musica con quest’idea di trovare idee. Ascolto musica solo quando ne ho piacere e solo per piacere. Sono dell’opinione che quando ti siedi li a pensare di comporre la hit del secolo, non ti viene nulla. E’ tutta una cosa d’ispirazione e l’ispirazione è improvvisa, almeno per me.

Under The Same Sky apre ad un album?

No, non sono orientato al pensiero di un album al momento. Diciamo anche che per un dj un album è in genere una raccolta di singoli, che poi è proprio l’approccio, il singolo, di lavoro in studio da parte di un dj. L’album a mio avviso, inteso come progetto completo va lasciato fare ai cantanti.

Spara alto! Chi vorresti cantasse una tua prossima canzone?

Che domandone che mi fai… ce ne sono talmente tanti. Se dovessi scegliere un’italiana sceglierei Levante. Mi piace tantissimo sin da quando ho sentito in radio che vita di merda ( Alfonso ndr ) e secondo me sulla dance farebbe cose meravigliose. Internazionale andrei su un nome che non ha ancora mai fatto un prodotto dance ed è Katy Perry. Tra l’altro avendo la stessa età potrebbe scattare una bella sinergia, che in genere non avverto quando il gap d’età è troppo grande.

Chiudiamo con la domanda che faccio a tutti: c’è qualcosa che non ti ho chiesto in quest’intervista che vorresti si sapesse?

Adoro questa domanda! E’ una pagina bianca in cui uno può scrivere ciò che vuole. Vediamo…si, ti sei dimenticato di chiedermi se sono felice!

Ah perfetto! Ed allora sei felice?

Si.

E obbligo quindi chiederti cos’ è per te la felicità?

Semplice, tutto questo!

 

  Fabio Fiume nato a Napoli dove vive e lavora. È giornalista, critico musicale per le pagine del Roma, lo storico quotidiano campano. Contemporanemente ha scritto per diverse testate web, come Fegiz Files, Riserva Sonora, Donne e Manager di Napoli ed il glorioso Festival Blogosfere, a cura di Alessandra Carnevali che lo scelse personalmente come valida spalla al suo seguitissimo blog. Contemporaneamente scrive e conduce da 7 anni diverse rubriche per il Light MEGAzine, programma varietà di punta della milanese Radio Hinterland e con il cast della trasmissione, conduce tre edizioni della stessa da Sanremo in occasione del Festival ed un'edizione di Rozzano in Festa. Dopo altre esperienze live nel napoletano approda quest'anno alla gloriosa radio campana Club 91 come co-conduttore, nonché autore di Week end 91 - Qui c'è Musica