INTERVISTA a IL GIARDINO DEI SEMPLICI: Un nuovo singolo, la voglia di portare in giro la loro storia e… la verità su “Grande Amore”

Il giardino dei Semplici

Oltre quarant’anni di carriera, quasi 5 milioni di copie vendute della loro musica eppure Il Giardino Dei Semplici, una delle poche band che ha sfidato gli anni non cambiando granché dalla line up originale, ha ancora tanta energia e carne al fuoco di cui, proprio in questo periodo, è possibile sentire l’odore, che prende forma col nuovo singolo Dannata Idea, in radio dallo scorso Aprile.

Questa nuova linfa artistica ci permette di incontrarli e di ripercorrere un po’ la loro storia, come racconta Tommy Esposito, batterista della band…

Sono stati anni meravigliosi, bellissimi. Una carriera che non si può raccontare in poche parole ma che, sintetizzando, definisco ripetibile con tutti gli alti e bassi, perché, va detto, non sono sempre state solo gioie; però anche le buche prese sul percorso han fatto bene.

Oltre quarant’anni assieme sono tantissimi, soprattutto se si conta una line up quasi invariata dagli esordi; qual è stato il segreto di tanta longevità?

L’amicizia che alcuni di noi portano avanti sin da ragazzini e che non è mutata con gli anni e poi l’amore per quello che si fa. Ed effettivamente la band, rispetto ad altre, ha avuto pochi scossoni. Persino quando entrai io, nel 1980, arrivai perché il precedente batterista lasciò per seguire altre cose ma non per un litigio o cose simili.

Avete iniziato a metà degli anni ’70 con il supporto di due autori grandissimi, mancati non troppi anni fa: Giancarlo Bigazzi e Totò Savio. Che ricordo ne avete e potete regalarci?

Che bella domanda! – Interviene Andrea Arcella, al piano, tastiere e programming per la band – Mi permette di ricordare due personaggi davvero troppo grandi, di quelli che non ci sono più. Totò Savio era un fratello maggiore, uno che sapeva farti capire le cose senza mortificarti. A volte ti faceva stare una giornata su una frazione di brano, senza dirti che il motivo era che lo stavi suonando una schifezza. Trovava il modo per fartelo ripetere finché la sua idea non veniva soddisfatta dai tuoi suoni. Bigazzi invece stava a Firenze e quindi meno presente; tuttavia aveva la grandezza di farti capire ogni parola di un brano perché stava li. Non era uno che scriveva i testi per te, ma ciò che scriveva aveva poi la capacità di plasmartelo addosso. Del resto la storia parla per lui grazie alle sue canzoni per Mina, Marcella, e poi Umberto Tozzi, Raf, Marco Masini e me ne vengono solo alcuni.

Vantate 2 singoli che sono andati ben oltre il milione di copie vendute, “Miele” e la vostra versione di “Tu Ca Nun Chiagne”. All’epoca un successo era misurabile con le copie effettive, oggi invece contano le visualizzazioni e poi fai un live ed hai 30 paganti…

E’ verissimo ma credo sia colpa della velocità con cui si cerca di trasformare un ragazzo di talento in un grande artista. Quando abbiamo iniziato noi, le case discografiche scommettevano su di te, ti davano del tempo, ti mettevano affianco dei mentori, degli autori e ti permettevano anche di sbagliare qualche disco. Oggi fai un talent e se hai la fortuna di vincerlo o farti notare ti sbattono a Sanremo, magari senza nemmeno la canzone giusta e ti bruciano.

Paradossalmente, nonostante oggi ci sia il web, c’era molta più possibilità di promozionarsi prima, non trovi?

Certo, perché prima c’era anche un’intelligenza discografica. Spesso le etichette si mettevano d’accordo tra loro e magari si dividevano gli spazi, tipo questa settimana vanno i tuoi in quello show li, la settimana prossima vanno i miei. E poi dopo aver mosso i passi giusti, andavi sui palchi importanti, quali Sanremo o il Festivalbar e simili. Oggi, prendi una valida interprete come Elodie, non me ne voglia ma è il nome che mi viene in mente in questo momento, brava è brava, come lo sono quasi tutti quelli che approdano nei talent, ma i pezzi? Ed il fatto che faccia milioni di visualizzazioni sul web, non ti assicura mica che poi al live faccia pubblico? Io sul web ti guardo, è gratis, m’incuriosisci, ma poi magari ti guardo e non mi piaci o non spenderei dei soldi per te. All’epoca un nostro pezzo passava nelle radio libere perché richiesto, perché piaceva a chi lo aveva selezionato; oggi si fa tutto o quasi per contratto. Passi perché ci sono accordi. Questo mica assicura che piaci davvero?

Due passaggi fondamentali della vostra carriera sono i primi anni 80, in cui avete scelto di iniziare a scrivere per conto vostro e poi il 1986 quando, forti di un contratto con una major, avete preferito andarvene per produrvi in proprio. Come mai tutta questa voglia d’indipendenza?

In realtà anche nei primi anni noi si scriveva gran parte delle nostre canzoni – Interviene Luciano Liguori, voce solista e basso – solo che avendo la possibilità di collaborare con cotanti autori messi a disposizione dalla nostra etichetta, ci sembrava giusto che i brani promozionali fossero quelli che vantavano le loro firme. Poi dopo tanto apprendistato hai però voglia di metterti alla prova, di vedere come te la cavi da solo. Certo non abbiamo pensato di avere il vocabolario di Bigazzi, che era alto tipo 20 cm ( ride ndr ) però ce la cavavamo. Il fatto invece di lasciare, ed in anticipo di tre anni quasi, la major con cui avevamo il contratto, dipese molto dal fatto che per loro eravamo un numero e non un’unicità. Eravamo passati dal periodo di gran risultati in cui non ci facevano fare promozione perché i nostri dischi si vendevano da soli al periodo che non ce ne facevano fare perché costava troppo portare in giro le band. E quindi rescindemmo.

Però poi è iniziato anche un periodo di minore esposizione mediatica…

Si ma dipendeva molto anche dagli spazi a disposizione. Non siamo, ad esempio, mai stati un gruppo da Sanremo; noi eravamo più da Festivalbar, tanto che Salvetti ( Vittorio storico inventore della kermesse ndr ) ci voleva particolarmente bene e l’unico Sanremo fatto è uno di quelli che organizzò lui.

Per i 30 anni, nel 2005, avete fatto una megafesta in musica al Palapartenope di Napoli davanti a 4300 persone, che nemmeno i big del periodo si sognavano, che effetto ha fatto?

Molto bello perché in realtà non siamo mai stati molto acclamati nella nostra città.

Perché?

Perché eravamo fuori dal giro di quelli socialmente impegnati o quelli alla ricerca di chissà quale sound. Noi eravamo musicisti professionisti che facevano musica leggera, canzoni leggere e ci andava bene così.

Adesso arriva questa nuova “Dannata Idea”, già in radio. A cosa prelude?

Ad un nuovo album che sarà pronto per fine anno e che porteremo ovviamente in giro. La risposta delle radio ci sembra buona e siamo contenti. Proporremo Dannata Idea già negli spettacoli dell’estate assieme al nostro repertorio.

Un’ultima domanda curiosa a Tommy: “ma è vero che Grande Amore, brano con cui Il Volo vinse Sanremo, di cui sei autore assieme a Francesco Boccia, ed ha fatto il giro del mondo era stata scritta per Orietta Berti”?

Sfatiamo questo mito: no! E’ una canzone che scrivemmo nel 2003, con cui Francesco doveva provare a tornare a Sanremo dopo il successo di Turu turu ( assieme a Giada Caliendo nel 2001 ) ed invece non fu preso. Ritentammo nel 2004 ma nulla e così la proponemmo nelle annate a venire in altre versioni ed interpretazioni. La bocciavano sempre. Poi un giorno incontrai in albergo Orietta e gliela feci sentire. Le piacque ma non la provinò ne ci risentimmo perché se ne facesse qualcosa. Nel 2015 fu poi proposta tra i giovani, ma scartata perché il tenore che la portava aveva superato i 36 anni necessari, solo che a Carlo Conti piaceva molto e non volle rinunciarci. Ci disse di star buoni che ci avrebbe pensato lui e venne fuori Il Volo. Il resto è fortunata storia.

 

  Giornalista e critico musicale per All Music Italia, Il Roma e Pinklife magazine. In passato ha collaborato, tra gli altri, con Blogosfere e Riserva sonora, presentato eventi live e scritto e presentato programmi radiofonici per Radio Hinterland e Radio Club 91.