INTERVISTA a ENSI: in attesa di “V”, il nuovo album, si parla a ruota libera di radio, Sanremo e della scena rap attuale

Ensi

Manca sempre meno al primo settembre, giorno in cui uscirà ufficialmente V, il nuovo album di Ensi.
V, registrato presso Red Bull Studio Mobile, uno di studio di registrazione su ruote, prende il nome da Vincent, suo figlio. Vella, il suo cognome, la sua famiglia, le sue radici e da Vendetta, il suo primo album e il numero romano, perché questo è il suo quinto disco.

Il singolo di lancio Mezcal ha già fatto capire qual è la nuova direzione musicale di Ensi, che abbiamo incontrato per parlarci di questo nuovo disco.

Il tuo nuovo singolo “Mezcal” è un brano che secondo me ti rappresenta al 100%, ma allo stesso tempo ci propone un nuovo punto di vista. Ce ne puoi parlare?

Guarda… dal punto di vista di rappresentarmi sono d’accordo con te, ma ciò succede con tutte le tracce del disco. Sono molto contento di questo aspetto perché oggi come oggi non è facile fare cadere la mela troppo lontano dall’albero anche nel tentativo di fare un disco diverso da quello che ho sempre fatto. Ciò non dovrebbe succedere però da questa parte gioca un po’ l’esperienza e un po’ il gusto che ha accompagnato la costruzione di questo disco.

Quando abbiamo ricevuto la produzione di Mezcal avevamo subito collocato questo beat nella parte più moderna dell’album, dove il tipo di produzione è più attuale e Low Kidd, che è uno dei produttori più in gamba e più in voga negli ultimi anni ci ha messo le mani.
La base mi dava l’idea di una quasi confessione, quindi mi veniva in mente il concetto del “vino veritas”, il fatto di sfogarsi come davanti ad un bancone di un bar come se mi stessi sfogando con me stesso davanti ad una bottiglia; un po’ come potrebbe succedere in un film quando uno ha un momento di delusione e poi si trova a chiacchierare con se stesso davanti a una bottiglia. Il passaggio con Mezcal e’ un po’ quello e la similitudine con l’alcool è perfetta. Anche perché il mezcal e’ un distillato che viene ottenuto dalla pianta dell’agave e appunto c’è questo verme che è della pianta dell’agave chiamato il mezcal che viene tenuto sul fondo della bottiglia e quindi ci sono anche tutte delle leggende e delle teorie su questo verme e a me piaceva l’idea del discorso che noi guardiamo l’alcool come se fosse la boria, la sosta e la confusione e guardiamo il verme come se fossimo noi. Alla fine, finita la festa siamo noi da soli con noi stessi a fare i conti con noi stessi.

La mia è una visione critica nei confronti di una omologazione alla quale stiamo assistendo dal punto di vista musicale e se vogliamo anche dal punto di vista del contenuto. Dal punto d vista del rap questo pezzo è un po’ questo. E’ una critica, ma anche una visione personale su quello che è l’andamento della scena, ma anche sull’utilizzo del mezzo del rap; vedo qualche cosa di più grande in questo perder tempo, è come sprecare tutto quanto e ridurre tutto ad una storia pazza. Ho 30 anni, l’ho già visto, l’ho già detto e l’ho già fatto; mi veniva facile raccontarlo, però ho cercato di farlo in una maniera un po’ teatrale con giochi di interpretazione con ruoli importanti secondo me un po’ in tutte le tracce. “Le scale” e’ una di queste.

La tua risposta sul singolo già rappresenta e riassume quelle che sono le tematiche di tutto il disco; temi sociali, ma anche vita privata e uno sguardo critico verso quello che è il mondo.

Certo si, io credo che in questi 3 anni di detox da tutto l’ambiente mi abbiano fatto bene e mi hanno permesso di ritornare su un piano terra terra e questo mi ha aiutato anche ad essere più vicino alla realtà e mi ha permesso di ritrovare quella forza nella scrittura che ti assicuro, a 31 anni con tutto quello che mi è successo nella vita e nel percorso artistico, non e’ assolutamente una cosa che davo per scontato. Intendo ritrovare nella penna, nella scrittura la capacità di tirare fuori ed esorcizzare i miei demoni dove dentro c’è di tutto; dalla mia visione sul rap alla mia visione della vita in generale, filtrata attraverso le mie esperienze. Secondo me si sentono gli aspetti che volevo venissero fuori.
E’ un ritorno alla mia identità terrestre, una spiegazione di come andarsela a riprendere; ma nel mio caso non è andarsela a riprendere, ma andarla a rimarcare soprattutto in un periodo molto punk, artisticamente parlando molto confuso come in quello che stiamo vivendo anche nel rap italiano, dove succedono tante cose. Se uno si fosse perso negli ultimi 5 anni o si fosse addormentato o si fosse svegliato adesso, si troverebbe spiazzato vedendo tutto quello che sta succedendo. La mia non e’ una critica nei confronti dei ragazzi, ma il mio punto di vista sull’andamento del rap italiano.

Questo è un disco molto carnale, dove mi racconto tanto; la parte rap esiste, quindi la “V” di vendetta c’è ed è una vendetta rispetto al mio passato, legata alla mia storia. Poi c’è la “V” di Vella, cioè il mio cognome, le mie radici, la mia vita.
Questo è un disco dove mi sono raccontato tanto e sono ritornato a parlare anche del passato e penso ad alcune tracce dove parlo della mia vita privata, della mia ragazza e di mio figlio Vincent (ecco un’altra “V”), la più grande rivoluzione successa nella mia vita. Ho cercato di fare un disco che fosse da questo punto di vista rappresentativo anche dell’età che ho nel senso che giocare a fare il ventenne oggi sarebbe stato sbagliato soprattutto nel momento in cui il rap italiano ha bisogno di qualcuno che ci sia da un pezzo e che lo racconti. Adesso io non voglio sobbarcarmi questo compito per forza perché ho puntato a fare un disco comunque bello da ascoltare che possa essere apprezzato da tutti, però sono sicuro che chi ama il nostro ambiente e lo segue da un po’ possa avvertire questo aspetto.

Hai dichiarato che questi ultimi tre anni sono stati intensi “sono passato da un estremo all’altro senza fermate intermedie”. Cosa intendi ?

Penso che nella vita succedano delle cose che purtroppo ci portano ad essere “felicissimo”, “finalmente contento” e poi delle altre che ti portano su un piano molto più crudo che è quello della realtà. Sono passato dal sapere che sarei diventato padre alla malattia di mia madre, quindi quando ho saputo che mio figlio sarebbe nato il 28 maggio e la mamma non c’era già più; quindi tanti aspetti del genere legati a fatti personali e anche alla mia carriera musicale.
In questi ultimi anni c’è stato anche un periodo di stallo e credo che essere giudicato in maniera così profonda alla parte più umana di me mi abbia fatto riscoprire la proprietà quasi autoterapeutica della mia penna.
All’inizio uno può provare a scrivere. Questa cosa della scrittura e di fare rap per me era puramente e beceramente una valvola di sfogo, mi dava la possibilità di sfogarmi anche perché non c’era tanto pubblico e non c’erano le possibilità di immaginare tutto quello che sta succedendo adesso quindi voglio dire che scoprire a 30 anni di avere questa forza è veramente stupefacente perché così ho fatto il giro due volte: ho visto tutto e l’ho rivisto un’altra volta. Poi mi ritrovo a scoprire che nel momento del bisogno questa penna c’è, questa musica c’è. Questo percorso lo reputo il migliore dal punto di vista dell’equilibrio fra il contenuto e la forma; ho fatto un ottimo lavoro secondo me, il migliore fino adesso.

Il tuo genere musicale è uno dei più popolari e le classifiche di vendita stanno premiando quello che è stato fatto negli anni. Dal punto di vista radiofonico, invece, secondo te com’è la situazione?

Dal punto di vista radiofonico c’è un meccanismo strano, nel senso che si fa in modo che solo alcune cose possano funzionare. Questo è un tema a cui sono molto legato perché anch’io ho avuto a che fare con la radio, con Radio 105 e Radio Deejay. Ho visto con i miei occhi che noi eravamo fortunati; facevamo un programma che parlava di rap italiano quindi bene o male ho potuto passare quello che volevo, ma in radio in genere non è così.
Il rap è rappresentativo dello spaccato sociale in cui stiamo vivendo e i numeri parlano da soli, solo che non riusciamo a fare un passo avanti da questo punto di vista e un po’ mi fa arrabbiare. Adesso non voglio vedere un complotto, ma è come se ci fosse una dinamica che non permette al rap italiano di sfondare in un mercato mainstream che ha a che fare con la radio, che secondo me darebbe un apporto, un aiuto finale. Non possiamo vivere una situazione in cui mercato discografico e radio sono così distanti.

In tutti gli Stati d’Europa, in Francia, in Germania, succede che il rap ha una radio dedicata, ma da noi no. Io sono sicuro che anche dal punto di vista del pubblico una radio nazionale che fa solo rap italiano sarebbe anche ascoltatissima quindi mi fa un po’ arrabbiare perché abbiamo dimostrato di averne bisogno, ma allo stesso tempo non credo di avere venduto troppe copie in più grazie alla radio.
Oggi la radio ha smesso di essere contenitore di novità della musica ma è diventato un mezzo che veicola quello che già c’è. I ragazzi trovano in internet quello che vogliono ascoltare, si fanno le play-list, hanno mille modi, mille mezzi e raramente ascoltano la radio. Se l’ascoltano è perché stanno ascoltando qualcosa che gli interessa, così come quando guardano la televisione, non la guardano più come facevamo noi.
Ieri riflettevo con la mia compagna e dicevo che la nostra generazione è l’ultima che è cresciuta ascoltando quello che ci diceva la TV. Oggi i ragazzi hanno possibilità di scelta, cioè si programmano i loro ascolti come si programmano quello che vogliono vedere perché oggi hanno il mezzo per farlo. Quindi quando succede una cosa del genere è il momento della rivoluzione!

Oggi lo streaming viene conteggiato anche per stilare la classifica degli album eppure ci sono delle polemiche. Cosa ne pensi?

E’ normale che ci siano un po’ di polemiche perché quando tu aggiungi anche lo streaming nei conteggi, crei anche un fattore meritocratico che arriva dal web al quale non avevi pensato. Ormai la discografia è cambiata, anche i big fanno fatica a vendere e i grandi numeri sono lontani. Tolti i dinosauri che rimangono e fanno la differenza, lo streaming ha permesso a noi e a tanti altri di farci largo nell’ambiente discografico e di avere un peso rilevante, che poi è quello che si riscontra per strada. Il rap italiano, lo hai detto anche tu, è un genere a macchia d’olio; sicuramente è quello che vende di più e quello che ispira maggiormente i ragazzi; è quello che li fa sentire parte di qualcosa di importante.
Quindi l’importante secondo me è anche riuscire a vedere come il meccanismo è riuscito a supportare questa cosa; spesso arriviamo tardi. Io non sono mai stato uno da svettare nelle classifiche, per questo c’è sempre tempo, però per strada sono iper riconoscibile, mi ferma chiunque per dirmi che ascolta la mia musica. Si tratta solo di dischi venduti? Non credo ed è una questione di meritocrazia.

L’ultima domanda è più che altro una curiosità perché qualche mese fa tuo fratello Raige ha partecipato a Sanremo. Questo è un passaggio che prima o poi farai anche tu? Quindi dal freestyle al palco dell’Ariston?

No guarda… Posso dirlo con una certa sicurezza. Forrest Gump diceva che tutto potrebbe capitarti, ma su questo ci metto abbastanza la mano sul fuoco. Sarà molto difficile vedere Ensi a Sanremo

 

 

Intervista a cura di Simone Zani per All Music Italia

 

  
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