INTERVISTA ad EMIS KILLA: “Con TERZA STAGIONE sono tornato a fare quello che mi piace”

emis killa

In occasione dell’uscita del suo nuovo album, Terza stagione, che ha debuttato primo nella classifica dei dischi più venduti, l’altro giorno ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con Emis Killa, fra ricordi, voglia di riscoprire le proprie origini e ascolti inaspettati.
Alla prossima, guagliù.

Ciao Emi, come stai?

Un po’ influenzato ma diciamo bene, dai.

Intanto complimenti per il nuovo disco, le canzoni arrivano, eccome se arrivano.

Grazie, e grazie pure per la bellissima recensione che ne hai fatto su All Music Italia, mi ha fatto davvero piacere.

Dovere, ho scritto solo quello che sentivo. Tra l’altro, come dicevo proprio in apertura di recensione, io davvero nel 2011, quando giravo per Milano con Vacca, sentivo tutti ipotizzare che saresti stato tu il prossimo a sfondare. Oggi che sono passati cinque anni, hai venduto tantissimo e sei in testa alla classifica, è evidente come i tuoi colleghi avessero già capito tutto. Allora te lo aspettavi un simile successo?

No, sono sincero, così tanto non me lo immaginavo. Voglio dire, ipotizzavo che in mezzo ai miei coetanei potessi essere quello che sarebbe uscito per primo, perché ero quello che stava ottenendo un po’ più di consenso da parte della scena dei rapper della generazione prima, però non immaginavo che poi sarei andato così bene, superando persino i miei predecessori… è stata una sorpresa anche per me. C’è da dire che questo è stato possibile perché sono cambiati i tempi, la percezione della gente intorno al rap è cambiata. Se tutto fosse rimasto come una volta non so se sarebbe successo, è stata una piacevole sorpresa.

Diciamo che si è trattato di una concatenazione di cause: il tuo innegabile talento e un momento storico favorevole.

Esattamente.

Adesso torni con Terza Stagione, un album che ti riporta a masticare e poi sputare le tue radici rap più autentiche. L’impressione è che tu abbia sentito il bisogno di riappropiarti delle tue origini…

Infatti. Ho voluto fare una roba che mostrasse l’Emis Killa delle origini a tutti i nuovi ascoltatori che mi hanno scoperto con lavori più recenti e magari ignorano da dove vengo, cosa ho fatto prima, le mie gare di freestyle, i contenuti che avevano i miei dischi precedenti, la mia storia. Mi mancava quella parte di me stesso, quando dicevo tutto quello che mi andava senza paranoie; d’altronde quando subentra un certo meccanismo discografico è inevitabile che un po’ tentino di ripulirti, hai presente? Non dire questo, non dire quello. Per un po’ ho retto ma poi ho sentito proprio la neccessità di riappropiarmi della mia storia… Quando registrai L’Erba Cattiva tutto venne fatto come volevo, volutamente cercammo di realizzare un progetto che strizzasse l’occhio un po’ a tutti, che fosse più maturo nei suoni e nei testi, che non fosse il solito rap che si sentiva in giro. Infatti secondo me quello resta un disco diverso dagli altri, abbastanza unico nel suo genere.
Il successivo Mercurio è stato fatto ricalcando un po’ quella roba lì ma forse è venuto fuori un po’ troppo pulito, se capisci cosa voglio dire… Ci sono state un po’ di pressioni e inviti a evolvermi, a ripulire il mio approccio. Il problema quando ti vengono suggerite certe cose è che poi si rischia di ripulirsi un po’ troppo… o almeno questo è quello che ho recepito io, allora mi sono guardato dentro e ho deciso che si era superato il limite e avevo solo voglia di ritornare alle origini, al mio rap. Ed è quello che ho fatto, tornando a fare quello che più mi piace.

Che ti sei divertito e che ne avevi una gran voglia si capisce, si evince proprio ascoltando il disco… Terza Stagione è la visione di un artista che si è affermato, è cresciuto e a un certo punto si dice: “Ok, quello che dovevo fare l’ho fatto, ora realizzo qualcosa solo a modo mio, che mi rispecchi completamente…”.

Sì, è così, mi sono divertito e finalmente ho sperimentato. Tutti i pezzi sono rappati diversamente l’uno dall’altro. Se ascolti il pezzo con Fibra (Sopravvissuto, .ndr), o il brano Jack, che so essere il tuo preferito, sono pezzi sperimentali, non li abbiamo fatti cercando la hit a tutti i costi o il consenso del pubblico.

Tra l’altro nell’album è presente anche Neffa che compare nella canzone Parigi. L’hai scelto per la sua bella voce o per tributare omaggio a un artista che per il rap italiano ha fatto tantissimo?

Tutte e due le cose, da una parte un tributo a lui dall’altro perché mi piace la musica che fa ora. Ho pensato che fosse perfetto per l’inciso che avevo scritto. All’inizio l’ho cantato io ma con lui è un’altra cosa, sono veramente soddisfatto.

Com’è andata con la casa discografica? Scegliere di realizzare un album diciamo “di rottura” ti ha portato a subire pressioni o condizionamenti?

Beh diciamo che ci sono state un po’ di discussioni ma alla fine il disco è venuto fuori come lo volevo e oggi è primo in classifica, quindi va bene così.

Sei partito da solo – testa alta, pugni serrati, una storia difficile alle spalle – arrivando ad affermarti come uno dei pochi pesi massimi del rap italiano. Saresti un bell’esempio per i giovani, eppure a differenza di molti tuoi colleghi, non sei uno che sale sul pulpito e si mette a dare consigli…

Beh perchè penso che fondamentalmente parli la mia carriera al posto mio. È la mia carriera il mio messaggio per i più giovani. Voglio dire: “Cazzo, ragazzi credete in quello che fate e sbattetevi che poi qualcosa arriva“. Ma attenzione, non si tratta della frase fatta che ti dice il life coach o il guru, è una cosa molto più concreta. Guarda me, guarda dov’ero io… sognare è la chiave, se credi in qualcosa devi spingere su quel chiodo fin quando non ce la fai. Non mi perdo a dirlo a voce perché mi sembra presuntuoso, magari suono davanti a 2000 mila persona e ce ne sono alcune ad accompagnare l’amico che non sono miei fans e quando si sentono dare consigli di vita da me possono anche legittimamente pensare “ma chi cazzo sei, ma cosa vuoi?“. È sempre meglio che siano le cose che fai a parlare per te. Poi è chiaro a volte ai live capita che anche io parli e lanci qualche messaggio. Il palco fa sentire tutti un po’ più fighi, tra riflettori e musica alta, capita di lasciarsi andare.

Fa parte dello show…

Bravo, proprio così, ogni tanto ci sta.
Che poi per l’artista non è mai facile. Se fai la tua musica e basta dicono che non sei impegnato e non usi il tuo appeal sui giovani per dare buoni messaggi. Se invece lo fai ti dicono che vuoi fare il profeta…

Infatti, una bella rottura di c…..i, non aggiungiamo altro, a buon intenditor poche parole.

Ascoltando l’attuale scena rap italiana chi pensi possano essere le future next big thing del rap italiano? Quello che potevi essere tu nel 2010, per capirci.

Ti faccio tre nomi, non so dirti quanto sucesso faranno ma sono certo che ne sentiremo parlare. Il primo nome è Lazza, un ragazzino che abbiamo alla Blocco Recordz, lui a livello di talento e modo di rappare è una spanna sopra tutti. Poi direi Vegas Jones, giovane rapper di Cinisello bravissimo. (A questo punto Emis cita un terzo nome, un rapper di colore fortissimo che si registra e produce, ma sfortunatamente dal riascolto della nostra conversazione registrata non sono riuscito a comprendere di chi si tratti e il nome proprio non lo ricordo. Magari chiedetelo direttamente a Emis, se vi capita di incontrarlo. NDR).

Tornando a te, quali sono stati gli ascolti che ti hanno più influenzato all’inizio della tua carriera?

Bella domanda, davvero. Beh, in Italia certamente direi My Fist dei Club Dogo, in America non posso che citare The Documentary di The Game e poi, vediamo, cazzo sono tantissimi. Ho ascoltato molto i Moob Deep, Juelz Santana. Ho scoltato tanto rap italiano da ragazzino poi sono passato ai neri americani, sono andato alla fonte. Chiaramente so benissimo che Pac, Biggie il WTC e eccetera sono grandiosi ma quando ho iniziato io c’era più altra gente quindi ascoltavo quegli artisti lì.

E invece fuori dal mondo rap, cosa ascolti?

Ho ascoltato pop italiano intelligente, mi piace tanto Jovanotti. Quando ho fatto Mercurio, per dirti, ascoltavo parecchio i cantautori, De Gregori eccetera, forse per questo quel disco suona un po’ più morbido. E poi mi piace pure la musica classica.

Sciapò Emi, sei un mondo. Ci becchiamo in giro e in bocca al lupo per tutto.

Grazie a te, Fede, alla prossima.

 

Photo: Mattia Biancardi dalla pagina Facebook dell’artista

  Federico Traversa aka F.T. Sandman è scrittore e co fondatore di Chinaski Edizioni, casa editrice genovese indipendente. Ha scritto decine di libri a tema musicale: da Bob Marley alla prima biografia su Jim Carrol e altri ancora in collaborazione con Tonino Carotone, con il rapper Vacca, Babaman, gli Africa Unite e Don Andrea Gallo (quattro libri dal 2008 al 2012). E' autore insieme ad Andrea Napoli e con la collaborazione del rapper Tormento del libro “Who Shot Ya?”, sulla tragica morte delle leggende del rap Tupac Shakur e Notorious B.I.G. Nel 2014 a un anno dalla morte di Don Gallo, Federico pubblica “Camminare Domandando- Ultime conversazioni con Don Andrea Gallo” (Chinaski Edizioni).
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