INTERVISTA ai LA RUA: tra Sanremo ed Amici, una band e il coraggio di osare con la musica portando messaggi importanti sul palco

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Dieci anni di gavetta alle spalle, un’esperienza chiacchierata e gratificante ad Amici, il tentativo (per ora…) svanito al Festival di Sanremo. Il 2017 dei La Rua inizia con una porta chiusasi, quella delle Nuove Proposte del festival, ma un portone che potrebbe presto aprirsi.

Non tutto è perduto per la band capitanata da Daniele Incicco, oggi intervistato da All Music Italia. Dopo le ‘proteste’ da parte di pubblico e addetti ai lavori con tanto di hashtag lanciati in rete, Carlo Conti ha ipotizzato infatti che il loro brano presentato alle selezioni, possa diventare la sigla del Festival… e proprio da Tutta la vita questa vita parte la nostra chiacchierata con il leader del gruppo.

“Tutta la vita questa vita”, il vostro ultimo singolo. Coerente con il vostro passato musicale, il testo sembra far trasparire un messaggio che va oltre il sentimento d’amore.

Questo brano è nato in più tranche. Lo “slogan”, ossia il titolo, è nato dopo quest’estate di concerti dove abbiamo avuto la fortuna di esibirci, più volte, davanti ad un bel numero di persone. Porto sempre con me un taccuino nel quale appunto quello che mi viene in mente e così, in maniera molto naturale, è nata l’idea di Tutta la vita questa vita: un’affermazione, una fotografia al mio stato emotivo e psicologico. Tuttavia è poi subentrato anche altro. La mia vita non è solo ed esclusivamente volta alla musica, ma c’è anche una sfera affettiva, una parte umana che vivo tutti i giorni e quindi ho voluto allargare il senso dello slogan, inserendo delle strofe che si legassero agli affetti, a tutte le persone che mi sono intorno. Le strofe le avevo già scritte prima dell’estate, le ho quindi prese in prestito, se così si può dire, assemblandole per dar vita al brano. Ho lavorato al testo assieme a Dario Faini, produttore, che considero il nostro settimo componente. In sala prove i miei colleghi si sono invece concentrati sull’aspetto musicale, dando alla canzone un arrangiamento che mi piace moltissimo.

E avete scelto di presentarlo alle selezioni per Sanremo. Può sembrare una domanda banale, ma ognuno ha una risposta personale: perché avete deciso di proporlo al Festival?

Essendo il Festival della canzone italiana è importante per chi ha la vocazione autorale. Quando scrivi i tuoi testi, lavori sulla musica, credo sia quasi una tappa obbligata presentarsi a Sanremo. È un sogno che coltivo fin da bambino, quando vedevo gli artisti esibirsi su quel palco magico. Per questo motivo ci siamo presentati a Sanremo, e non era la prima volta. Il primo tentativo c’è stato nel 2011.

Se dovessi chiederti qual è il primo brano sanremese che ti viene in mente cosa mi risponderesti? Ti faccio questa domanda perché sono un grande estimatore di Sanremo, lo seguo fin da quando avevo nove anni…

Mi fa piacere sentirtelo dire perché anch’io sono un appassionato, non sono uno di quelli che dice di non seguirlo. Pensando ai brani mi viene in mente Pensa di Fabrizio Moro, che mi sconvolse, anche Ti regalerò una rosa di Simone Cristicchi mi piacque moltissimo.

Veniamo al vostro recente passato. Avete preso parte alla scorsa edizione di Amici. Un talent show molto criticato ma anche molto amato, fino a prova contraria il più seguito della televisione italiana. Come è avvenuto il vostro approccio al programma?

Nacque tutto da Tu si que vales. Partecipammo a quel programma per portare in tv la nostra musica e far ascoltare al pubblico Non sono positivo alla normalità, la nostra canzone manifesto. Lì fummo notati da Maria De Filippi che ci propose di partecipare ai casting. Io all’inizio ero contrario perché fino ad allora ci eravamo concentrati sulla via “canonica”, cioè scrivere canzoni, fare concerti. Poi però abbiamo pensato che fosse opportuno far ascoltare la nostra musica in un contenitore televisivo che potesse farci rivolgere ad un numero maggiore di persone. Tieni conto che eravamo in giro già da dieci anni, un percorso lento, che se non supportato da qualche avvenimento forte può portarti ad una stanchezza cronica. Abbiamo preso la decisione finale quando ci hanno detto che ad Amici avremmo potuto suonare i nostri pezzi.

La vostra avventura nel talent di Canale 5 ha avuto un picco durante il serale, quando il bacio che tu e il chitarrista della band Alessandro Mariani vi siete scambiati sul palco, durante l’esibizione de “Non ho la tristezza”, ha fatto il giro di tutti i quotidiani. Anche chi non seguiva Amici assiduamente, come me d’altronde, è venuto a conoscenza dei La Rua. Pensate che il gesto vi abbia aiutato o in qualche modo penalizzato?

Non credo che sia una cosa che possa penalizzare o meno. Credo che un artista abbia un ruolo importante nella società, può influenzare molte persone. Perché non dare dei messaggi? Perché non prendersi la briga in prima persona? Mettere la propria esistenza al centro dei temi cardine per la salute della società stessa. Odio le persone che cavalcano le situazioni in maniera non sincera. Ad esempio quando c’è stata la lunga discussione sulle unioni civili abbiamo visto tanti arcobaleni. Non ne vedevo l’utilità.

Per me la soluzione sta nel mettere le persone di fronte alla propria emotività. Ho voluto dare quel bacio in prima serata in maniera molto forte per mostrare alle persone che la propria reazione ad un’azione del genere ha una natura. Ho messo tutti quelli che si sono scandalizzati per quel bacio di fronte ad una necessità di evoluzione emotiva. Se ci si scandalizza per un bacio e non per la povertà, per la miseria e per la guerra c’è una forte necessità di evolvere emotivamente.

Anche esporsi al rischio di essere attaccati e giudicati, è moralmente importante. Indipendentemente dall’orientamento sessuale. Siamo entrati nelle case degli italiani in questa maniera per dare a loro modo di accettare una sessualità diversa rispetto alla cosiddetta “normalità”. Se lo posso fare io in prima serata mettendoci la faccia, possono farlo le persone a casa con la propria famiglia. Per me era molto importante potermi rivolgere a tanti ragazzi giovani.

Nella clip de “Non sono positivo alla normalità”, verso la fine, vi liberate di tutto e rimanete completamente nudi durante delle suggestive riprese dall’alto. Guardando la vostra videografia è lampante come cerchiate sempre di lanciare dei messaggi non solo con la musica ma anche con le immagini.

La musica è una cosa sacrosanta e come tutte le arti ha un suo ruolo sacro. Perché grazie ad essa si entra nella testa, negli occhi e nel cuore delle persone. E quando si fa questo tipo di viaggio bisogna fare in modo di lasciare qualcosa, un regalo, un ricordo, che possa contribuire all’esistenza delle persone. Non sono positivo alla normalità è un’affermazione molto forte su quello che la società vuole imporci. Ma ci fa stare bene? Mi riferisco alla normalità fatta di ricorrenze come la festa di San Valentino, il sentirsi in dovere di rispettare ciò che è programmato. Non è giusto.

Un artista deve comunicare e prendere la propria posizione in maniera forte. Nel video che tu hai citato lo abbiamo fatto visivamente, spogliandoci, per un motivo: il corpo ci viene consegnato così com’è, siamo noi che cerchiamo di coprirlo perché ce ne vergogniamo.

Torniamo a Sarà Sanremo. La sera in cui siete stati eliminati dalla corsa per l’Ariston avete ricevuto molti apprezzamenti. Su Facebook, Twitter, fra i giornalisti e i giurati in studio il malcontento era praticamente generale. Tant’è che Conti si è sentito in dovere di aprire uno spiraglio per i La Rua, paventando la possibilità di utilizzare il vostro brano come sigla del Festival.

Quella sera lasciai il palco in lacrime perché ero dispiaciuto, soprattutto dopo aver ricevuto una botta enorme dal pubblico presente in sala, dopo la nostra esibizione c’è stato un bel boato. Quando Conti ha detto quella cosa della sigla mi sono venuti a chiamare, perché nel mentre mi ero messo in disparte, ero solo a pensare. Ora siamo in attesa di capire, aspettiamo il verdetto di Conti. Ci auguriamo che Tutta la vita questa vita diventi la sigla del Festival, non ci resta che attendere.

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Mettiamo il caso che foste stati scelti per Sanremo. Sarebbe stata pubblicata una riedizione de “Sotto effetto di felicità” o del materiale nuovo? Siete già al lavoro su un nuovo disco?

Noi scriviamo tutti i giorni. Io personalmente scrivo, mi appunto slogan, canzoni e altro quotidianamente. Abbiamo un gran numero di brani parcheggiati. In caso fosse arrivato il Festival qualcosa sarebbe accaduto, ma non so dirti cosa perché sarebbe stato tutto da valutare nei giorni successivi alla scelta.

Ora preferisco concentrami sui concerti (i La Rua si esibiranno mercoledì 25 gennaio al Quirinetta di Roma e giovedì 26 gennaio alla Salumeria della Musica di Milano, ndr), quello che facciamo da una vita, e sulla scrittura per far sì che fra X mesi possa avere un gran numero di brani dal quale estrapolarne un tot per farne un ipotetico disco.

Al prossimo Festival prenderanno parte due tue vecchie conoscenze “amiciane”, Elodie e Sergio. Prima di chiudere ti chiedo: chi attenderai con maggiore curiosità dei Big?

Fabrizio Moro. Ho un legame particolare con lui, per me è sia una guida, sia un collega. Mi ha dato molti consigli. Adoro il suo modo di scrivere, la sua sincerità artistica quindi non vedo l’ora di ascoltare il brano. Sicuramente porterà qualcosa di molto bello. E sono ovviamente curioso di vedere cosa faranno sul palco anche Elodie e Sergio.

 

  Laureando in giornalismo, cantante per vocazione, responsabile Officina del Talento qui su All Music Italia, speaker per Radio Stonata, redattore per Eurofestival News. Un ragazzo multitasking direbbero gli inglesi, poiché non riesco a fare una sola cosa in un solo momento. Sento l’esigenza inconscia di incasinarmi la vita con troppi impegni nel mondo della comunicazione e tutti rigorosamente legati alla musica. Vivo costantemente alle prese con file mp3, video Youtube, status su Facebook, hashtag su Twitter, post nei forum. Ma appena possibile stacco il cervello, butto due cose in valigia e parto alla scoperta del mondo.
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